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Musica

La tempesta imperfetta

Qualche settimana addietro, mi sento proporre da un’amica un incarico allettante, che dovrebbe unire l’utile al (molto) dilettevole. Interviste, o reportage, o tutt’e due. Ohibò. Chi dove quando, chiedo io. A Villa Tempesta, risponde lei. Si tratta di un evento che già da parecchi giorni, sui canali ufficiali, rete in primis, si sta caricando “elettricamente” di attese e aspetti quasi magici. Il 23 luglio, infatti, quel geniaccio di Davide Toffolo dei TARM, riunisce per la terza volta, e questa sarà “in casa”, nella sua terra, molti dei migliori talenti della musica italiana dell’ultimo decennio. Ovviamente, fuori da una certa grande (a seconda dei punti di vista) orbita mainstream e tutti gravitanti intorno a quella supernova che emette sempre nuova materia gassosa e potenziale, l’etichetta “La tempesta”, fondata, ormai si può dire, a inizio secolo da Enrico Molteni insieme al già citato vocalist e poliedrico artista pordenonese. Il luogo sarà quello, carico di suggestioni e storia, di Villa Manin, e l’atmosfera che si prospetta per “La notte della tempesta” evoca forze naturali che sembrano attendere lo sprigionarsi dell’energia creativa di questi artisti sempre in fermento.

Si arriva a pomeriggio inoltrato, quasi al crepuscolo, e dopo un primo pit-stop al luppolo appena fuori le mura, ci addentriamo su un prato umido e gioioso, sebbene non ancora zeppo di ragazzi. Ma gli ioni positivi nell’aria friggono, e si sente. L’organizzazione azzecca di brutto la scelta di impiegare le band e il service su due palchi affiancati, il Blu e il Rosso. Mentre un gruppo si cambia d’abito, l’altro è sulla scena.

Già andato purtroppo il set degli Altro, i primi a esibirsi velocissimi, quasi ad accelerare le lancette dei minuti. È già la volta degli Hardcore Tamburo (costola dei già noti Sick Tamburo) che ipnotizzano lo sciame umano con un muro elettro-tribale essenziale quanto duro e insolito. Il look con felpe e passamontagna neri li presenta quasi come sacerdoti che aprono un rito propiziatorio. Fabrizio, Elisabetta, Beatrice ed io ci spargiamo, cercando di palpare le emozioni di ragazzi che il più delle volte potrebbero essere i nostri figlioli, ma l’atmosfera è totalmente rilassata e la gente vuole solo note che entrino in testa e spodestino i pensieri.

sguazzoniPiedi e torsi, nudi o no: decido anch’io di togliermi le scarpe e sguazzare come un bamboccio nel pozzangherone che si è formato sotto il palco da giorni di pioggia. Mancano le rane e si tornerebbe tutti agli anni felici delle sbucciature alle ginocchia. Il cielo blu sopra di me, i pensieri di scongiuro dentro di me, direbbe Kant, dato che la cornice attorno al cerchio della Villa è tanto affascinante quanto inquietante: i cumulo-nembi stracarichi di pioggia, infatti, circondano impercettibilmente la zona con lenta manovra, ma tutti fanno finta di nulla. Come api sul miele, i romagnoli Cosmetic attirano dalla loro parte, sul palco Rosso, il pubblico desideroso di correre dietro alle ballate cantate da Bart e sorrette dal basso sognante di Emily. Sono loro l’ennesima conferma che alcune sonorità di matrice prettamente anglosassone possono essere anche cantate in italiano. Il sound ha una base pop innegabile, ma ricerca la sua strada come l’acqua nelle fessure, regalando incursioni shoegaze, virate grunge, echi noise-psichedelici e….sentimenti cristallini. Il tempo di un panino, con gli stand a portata di morso, e si torna allo stage a tracannare birra sotto le bordate verbali che arrivano dagli Uochi Tochi, che dal palco Blu declamano/sparano concetti pensieri parole opere omissioni, tritandole col minipimer e schizzandole su tappeto synth-noise come su un quadro di Pollock. Non è rap. Chissà cosa. Chi vuole apprezzi, chi no si arrangi, sembrano dire. Divertono, però, e buonanotte ai suonatori.

Mentre quelle che sembrano super-celle in stile tornado in Oklahoma fanno già capolino, enormi punti di domanda si formano su gran parte delle teste presenti. I palermitani Pan del Diavolo sembrano salire sul palco per ricacciare indietro le forze della natura, chissà, forse il suono della grancassa a sonagli di Alessandro Alosi e le dodici corde roventi di entrambi potrebbero innescare una specie di rito voodoo, come abbiamo avuto l’impressione di vedere a Trieste, settimane fa, nell’ambito dell’Opening Band Festival. Sì, quella sera le convulsioni dei due sanguigni folkers erano più esplosive, stasera sembrano più contenute. Cantano le loro rime, velenose come il pane luciferino, e la folla muove le gambe a ritmi popolari come non se ne vedono tanti, di questi tempi e di questi giovani. All’orizzonte spunta in lontananza un arcobaleno, che sembra parlarci da mille chilometri e dirci che sarà l’unico che vedremo quella sera.

L’ultimo squarcio nel cielo di mezzanotte, infatti, dovrebbero aprirlo i bresciani Aucan (ospite Dj Spex Mc), quelle tre giovani belve ormai padrone di sonorità elettro-dub che sembrano provenire dal cosmo profondo, “dove c’è luce e dove nessuno sta”, con i pezzi devastanti e primordiali del loro ultimo lp Black Rainbow. Sarebbe stato bello forse sentire “Storm” sparata verso le nubi che rispondevano in codice luminoso. come in Incontri ravvicinati del terzo tipo. Dopo il Pan del Diavolo, la tempesta apre il suo set personale, proprio quando la fibrillazione del pubblico si sta manifestando in attesa dei ritorna(n)ti One Dimensional Man. Capovilla si aggira perplesso insieme ai suoi in mezzo ai teloni che coprono l’impianto, stesi dal service nel tempo di un cambio gomme ai box. Non c’è quasi tempo di chiedersi se decideranno o no di servire il loro suono irriverente, abrasivo e tagliato con l’accetta, magari azzardando anche un paio di pezzi del loro alter ego, Il teatro degli orrori. Non vedranno la luce del palco nemmeno quei pazzi degli Zen Circus, i poliziotti punk degli Smart Cops, la prosa in note dolorosa dei Massimo Volume, e nemmeno gli accoglienti padroni di casa con Giorgio Canali, poi dimostratisi ospiti allegri e per niente morti.

Peccato, si gongolava al pensiero di saltare e gridare a squarciagola (sì, magari anche sotto la pioggia, se le coperture dei palchi fossero mai esistite) “Mai come voi” o ballare un tango tra erba bagnata e lampi durante “La faccia della luna”. Sappiamo da qualcuno che i Fine before you came hanno dato forfait, ma solo perché uno di loro si è sentito “fine after you came”: il cantante è diventato papà all’improvviso. Le acque che si rompono, però, sono altre: il muro di pioggia si abbatte inesorabile, e il porticato che circonda lo spiazzo diviene in pochi istanti riparo per centinaia di persone, che, dopo mezz’ora passata a stendere teli, rimediare barattoli di birra, brontolare (un francesismo) per la puntualità svizzera dello “strangolino” (termine triestino che ben rende l’entità del diluvio) fumare e fare scongiuri (inutili, lì sopra non ricomincia a suonare nemmeno Poseidone), formano una platea allungata come una grande salsiccia.

capovilla

E mentre Pierpaolo Capovilla, con un sorriso molto zen e l’occhio gelido e vigile sul mondo, accetta il verdetto e si rilassa confondendosi tra la gente, Davide Toffolo, imitato a distanza da Zen Circus e Dalle Luci della Centrale Elettrica, fa capire subito a modo suo che la musica non si ferma. Sotto il taglio freddo di una luce bianca, in un perfetto e confortevole loculo creatosi magicamente e con l’acustica in braccio, ringrazia il popolo dei morti viventi, che sotto ombrelli e k-way cantano a memoria 17 anni di adolescenze. Un ritorno dolce-amaro. Niente interviste. Un po’ di foto. Ma la musica è là. E aspetta. Lei ha tutto il tempo che vuole. Fine.

Foto di Gianluca Gabrieli e Beatrice Biggio

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