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Scrittura

Il postmoderno: risposta a Ceserani

Se Ceserani sostiene che il passaggio al postmoderno è stato un momento di svolta epocale per la nostra società, che ha aperto la letteratura al grande pubblico, divenuto unico e vero legislatore in materia, il critico Romano Luperini ha una visione della postmodernità assai diversa. Egli la vede come

il periodo di una generale anestetizzazione. C’è stata una anestesia della vita collettiva, e una anestesia specifica degli intellettuali che, perduta la loro funzione di legislatori e me-diatori civili, si sono ridotti al ruolo subalterno di “esperti”, “consulenti” o “intrattenitori”.

Romano LuperiniNon emerge da queste parole l’idea di svolta epocale; anzi, Luperini non è affatto convinto, come Ceserani, che ci siano state, negli ultimi cinquant’anni, trasformazioni tali da prospettare una nuova epoca. La «rivoluzione informatica» ha segnato, sì, dei cambiamenti, ma sempre rimanendo all’interno della modernità. Saremmo, in sostanza, nella stessa fase storica iniziata alla fine del Settecento. La modernità non sarebbe finita, si sarebbe solo modificata al suo interno in ragione di nuove logiche culturali, sociali ed economiche.

La riflessione di Luperini, tuttavia, più che provare a definire il postmoderno pone l’accento sui cambiamenti avvenuti nel mondo della cultura. La nuova industria culturale e delle comunicazioni ha completamente rovesciato i valori estetici forti che hanno caratterizzato la letteratura nel corso della storia, tanto da portare Luperini a parlare del “canone” postmoderno come di un «canone oscillante» che, come le leggi dell’economia, segue l’andamento dei gusti e capricci del mercato culturale e dei lettori-consumatori.

Negli ultimi trent’anni, molti autori si sono affermati e hanno avuto tutto il diritto di entrare nel canone degli autori più importanti: Calvino, Sciascia, Luzi, Pasolini, Zanzotto, per citarne alcuni. Dopo, però, le cose sarebbero cambiate, per l’assoluta mancanza di una gerarchia precisa di valori: sicché, per gli autori nati negli anni Cinquanta e Sessanta abbiamo difficoltà a trovare scrittori e poeti che possano paragonarsi a quei grandi nomi. Il caso forse più evidente riguarda la poesia. Nonostante molti autori abbiano pubblicato le loro opere tra il 1965 e il 1980, i poeti che oggi hanno tra i cinquanta e i sessant’anni non godono dell’autorità di cui godevano, alla loro età, poeti e scrittori come Carducci, Ungaretti, Sereni, Luzi o Sanguineti. Basti sfogliare alcune delle antologie di poesia più recenti disponibili sul mercato e osservare i nomi degli autori inseriti: si vedrà che sono i medesimi della antologie pubblicate negli anni Settanta e Ottanta.

Le antologie di poesia, ma allo stesso modo anche di narrativa, nell’era del postmoderno sono, per Luperini, solo

operazioni editoriali e non culturali così prive di autorevolezza da renderne nullo il potere canonizzante. Tanto che esse rispecchieranno più il catalogo di letture personali del curatore o dei curatori.

La mancanza di poeti, ma più in generale di scrittori “autorevoli” è, a dire del critico, una caratteristica tipica del postmoderno. Negli ultimi trent’anni, sono infatti venuti meno la centralità del testo, l’incidenza della critica e la presenza attiva di una comunità di lettori. Come conseguenza, si può parlare di spettacolarizzazione della poesia e della narrativa

che si verifica in occasione di letture pubbliche in teatri o in televisione ed è un fenomeno che non deve ingannare; è un pubblico che consuma, che non canonizza, che partecipa magari con commozione a un evento, ma non ne è protagonista attivo.

Italo Calvino | Photo Jerry Bauer © SeuilLa scomparsa delle riviste culturali, redatte da scrittori capaci di poter influenzare il pubblico proponendo valori estetici e culturali forti, ha contribuito alla caduta di prestigio del testo letterario e della sua autorità in una società in cui contano solo le risorse tecnologiche e il consumo di massa. Le riviste letterarie curate dagli intellettuali, come è stato Il menabò di letteratura di Calvino e Vittorini, si sono oggi ridotte a parlare solo ad un pubblico specialistico, accademico, lontano dalla  grande massa dei lettori.

E, pertanto, a mediare tra il lettore-consumatore e la letteratura oggi ci pensa l’industria culturale, che s‟incarica di lanciare direttamente sul mercato gli autori, ovvero coloro i quali saranno in grado di scrivere un bestseller.
Saremmo, dunque, in presenza di un postmoderno culturale privo di scrittori autorevoli, dove la letteratura è

profondamente inquinata dalla logica di mercato, è divenuta un fatto quasi esclusiva-mente industriale, in cui la prevalenza del momento economico è schiacciante. Nella narrativa il libro dell’editore conta più del libro d’autore. È l’editore ormai che confeziona il libro secondo la richiesta del mercato, e il condizionamento del mercato è fortissimo.

L’epoca in cui noi viviamo sarebbe guidato solo dal mercato, dal fine del  profitto e dalla mercificazione di ogni cosa. La letteratura, in questo tempo, è assediata dall’impero dei media, dalla degradazione della vita civile di tutti i giorni e dalla banalizzazione del linguaggio. Molti critici, comunque, pensano che la fase del postmoderno si sarebbe già evoluta in post-postmoderno: possiamo, allora, affidare a questa nuova epoca le speranze per un ritorno alla letteratura fatta da poeti, scrittori ed intellettuali degni di questo nome e purificata dal profitto?
Purtroppo, quel tempo è ancora lontano a venire.

Romano Luperini

È nato a Lucca nel 1940, ed è oggi uno dei massimi esponenti della critica letteraria italiana.  È professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Siena, nonchè professore aggiunto all’University of Toronto, in Canada.
Ha scritto numerosi saggi sulla letteratura contemporanea, in particolare su Verga, Pirandello e Montale, e curato il manuale di storia della letteratura italiana La scrittura e l’interpretazione: storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civilta europea, Palermo, Palumbo, 1993.
Suoi sono anche numerosi contributi in tema di teoria della letteratura e su questioni di didattica della letteratura, come Il dialogo e il conflitto, Bari, Laterza, 1999 e Insegnare la letteratura oggi, Lecce, Manni, 2000.
È anche direttore della rivista quadrimestrale di teoria e critica letteraria Allegoria.

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