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Musica

Tony Wakeford, Sol Invictus e il più crudele dei mesi

Sol InvictusDa qualche mese a questa parte stiamo assistendo al ritorno dei grandi nomi del cosiddetto apocalyptic folk. Il raduno dei vecchi orsi è iniziato con Douglas P., che ha convocato di nuovo il demone Death In June, proseguito con David Tibet e Andrew King, per arrivare infine al nuovo lavoro di Tony Wakeford con i suoi Sol Invictus. Lavoro molto atteso quest’ultimo, sia per la lunga assenza dalle scene (almeno con questo moniker) sia per l’importanza del personaggio. Per chi non lo conoscesse, Tony Wakeford è da considerarsi uno degli inventori del folk apocalittico. A partire dagli inizi degli anni ’80, sia in collaborazione con Death In June sia con i propri progetti solisti (Soil Invictus e Above The Ruins, più tanti altri negli anni successivi) ha scritto alcune fra le pagine più interessanti e significative di questo “movimento”. Partito da un background culturale a tinte fortemente alchemico-esoteriche, Tony se ne era successivamente e progressivamente svincolato per approdare a una poetica intrisa di politica e nostalgia per la vecchia Inghilterra, maturando in generale un forte interesse per il tema della decadenza dell’Europa. La sua adesione formale al National Front, partito di estrema destra britannico, derivò probabilmente da tutto ciò e gli valse un periodo di isolamento, culminato con la separazione dai Death In June, collettivo che seguiva alla lettera una regola non scritta dei gruppi di folk apocalittico, che prevedeva un rigoroso ma anche ambiguo essere apolitici. In realtà la sbandata nazionalista ebbe breve durata e l’allontanamento da quella formazione politica fu sancito da una pubblica abiura. Questo cambio di rotta, tuttavia, mette in evidenza una caratteristica che sembra accompagnare il lavoro di Wakeford, ovvero fughe verso nuovi orizzonti seguite da repentine retromarce, come se il buon Tony gettasse il sasso per poi ritirare la mano. Anche musicalmente i Sol Invictus sono andati incontro ad alcune trasformazioni. I primi dischi, infatti, contenevano qualche seme industrial, ma – praticamente da subito – l’interesse musicale di Wakeford, parallelamente a quello lirico, si spostò verso un folk intriso di richiami alle tradizioni britanniche e al paganesimo. Più netta fu la svolta del 2002 con l’album Thrones, dove, probabilmente ispirato dalla presenza della magnifica cantante Sally Doherty, Wakeford tentò la strada delle atmosfere jazzate, riscuotendo tuttavia scarso apprezzamento. Immediata la retromarcia con il successivo The Devil’s Steed e ancora di più con il nuovo The Cruellest Month. Quest’album presenta alcune novità rispetto al precedente. Innanzitutto l’abbandono della storica etichetta (da lui fondata) Tursa e l’approdo alla Auerbach Tonträger. In questa nuova avventura, dei musicisti che accompagnavano Wakeford rimane solo Renée Rosen al violino, mentre spiccano i nomi di Andrew King e M (al secolo Revee Malka), polistrumentista, produttore, ingegnere del suono, attore e antropologo, già collaboratore di Jarboe e Triple Tree. L’artwork è sempre a cura del pittore e musicista Tor Lundvall. Da un punto di vista strettamente lirico, le parole di Wakeford contengono il succo dell’opera: è una meditazione sull’invecchiamento e il declino di individui, imperi e stati. L’album parla della questione se la crudeltà della vita sia il riflesso della crudeltà di Dio oppure se siamo crudeli solo per il gusto di esserlo… un album a tinte esistenzialiste e filosofiche che, musicalmente, torna a flirtare con la tradizione.

The Cruellest MonthThe Cruellest Month è un tipico album dei Sol Invictus, con l’anima in parte radicata nel territorio della musica folk e in parte aperta a contaminazioni e innovazioni di inizio millennio. Gli amanti delle sonorità che hanno fatto la storia del gruppo, quelle ascoltate in album come In The Rain o In A Garden Green, in una manciata di brani potranno apprezzare la rinnovata vena compositiva di Wakeford. Fool’s Ship, ad esempio, può essere presa a paradigma: melodia dai sapori pagani, arrangiamenti ricchi di fisarmonica, violini e percussioni, e un sottofondo tetro e inquieto, vero marchio di fabbrica del gruppo. Mentre Edward è una ballata medioevale con qualche tentazione sperimentale, Stella Maris ci riporta sui terreni più battuti del folk celtico, impreziosita da arrangiamenti acustici degni delle cose migliori del progetto. Something’s Coming si apre con un’introduzione quasi rumorista per poi virare verso una fiammante ballata neofolk a tinte scure, con la voce di Wakeford che, negli anni, pur restando non particolarmente brillante, ha acquisito carisma e credibilità. Vi sono poi dei brani che deviano leggermente dal percorso classico, mostrando piccoli elementi di novità. Toys per esempio, è una folk song liquida e visionaria, percorsa da una sottile vena gitana, che fa venire in mente le carovane circensi che, nei tempi antichi, battevano le strade della vecchia Europa con il loro carico di magia e stupore. La title-track è una ballata dissonante con flauti e violini che sorreggono un impianto melodico epico, mentre la conclusiva The Blackleg Miner è un’ipnotica e ritmata ballata celtica, con i cori epici che si fondono al suono sottile del whistle irlandese. Se questi pezzi rappresentano l’anima più tradizionale dei Sol Invictus, vi è poi un gruppo di tracce che rimescolano le carte e rendono il disco vario e apprezzabile anche da chi non è un appassionato fruitore delle folk ballads britanniche. Già l’iniziale Rain In April, con le sue divagazioni elettronico-rumoriste e il testo declamato con voce da giudizio universale, mette in chiaro che il disco non sarà una passeggiata fra le verdi radure della terra di Albione, ma piuttosto un itinerario nel pessimismo cosmico del suo autore, come dimostra To Kill All Kings, la seconda traccia, così marziale nel suo incedere ritmato dai cori di Wakeford e compagni e così lontana dalla forma canzone, con gli strumenti che si aggiungono sovrapponendosi, fino a raggiungere il climax. Il distacco dalla tradizione, o quantomeno una sua rilettura in termini rumoristi e industriali, è ancor più netto in The Sailor’s Aria, dove i vocalizzi di un Andrew King in odore di seconda giovinezza tolgono la polvere dalle vetuste strutture del canto tradizionale Edward, lucidandolo a nuovo e inserendolo alla perfezione nel contesto musical-filosofico voluto da Wakeford per la sua nuova opera. Un altro pezzo che colpisce piacevolmente è The Bad Luck Bird. Uscito come singolo, e posizionato strategicamente a metà del programma, quasi spartiacque fra una ipotetica prima e seconda parte, il brano sembra essere un omaggio al rock folk progressivo degli anno ‘60 e ‘70. Un tributo alle atmosfere di gruppi come Fairport Convention e Jethro Tull, ma anche un modo per arricchire ancora di più la proposta musicale. In April Rain (che riprende il titolo della prima traccia) l’inizio sembra omaggiare i primi Dead Can Dance, con un suono arioso ed etereo che apre la strada ad un’incandescente danza rituale pagana ad alto tasso adrenalinico, chiusa da un finale epico. È questo l’unico pezzo strumentale e segna uno degli apici del disco, come lo è sicuramente anche Cruel Lincoln, la nona traccia dell’album. Qualcuno in sede di recensione l’ha definita “la The End del neofolk”. In effetti gli arpeggi di chitarra iniziali ricordano da vicino il capolavoro di Morrison e soci, così come l’andamento ipnotico ed evocativo. Ma mentre il monumento Doorsiano era scosso da improvvisi squarci di violenza e si concludeva con un finale orgiastico, Cruel Lincoln arriva all’apice della tensione in maniera progressiva con i rumori e le urla lancinanti di King e Wakeford  che seppelliscono definitivamente ogni trama elegiaca.

Tony Wakeford

The Cruellest Month è uno dei migliori dischi di Wakeford da diversi anni a questa parte, in cui lo stile asciutto di In The Rain è combinato con la ricchezza degli arrangiamenti di un altro suo capolavoro, In A Garden Green, forse il disco più melodico e ispirato di sempre. Allo stesso tempo in esso non vi sono segni di evoluzione o progresso rispetto al sound che ha caratterizzato la storia dei Sol Invictus. Le cose presenti in The Cruellest Month sono le migliori che il Sole Invitto possa offrire, ma a questo punto torna in ballo la questione posta all’inizio, cioè l’incapacità di Wakeford di trovare strade nuove alla propria arte. Che cosa ci può essere dietro? Mancanza di talento, pigrizia, paura? Personalmente ritengo che il corpulento chitarrista inglese non abbia ancora trovato una strada alternativa che lo convinca appieno e che egli possa sentire sua. Gli esperimenti jazzati di Thrones non erano probabilmente adatti al mood cupo e profondamente British di Wakeford che, da persona intelligente quale è, ha preferito tornare ai sentieri a lui più cari e congeniali. Penso che, a dispetto dell’ormai trentennale carriera, il buon Tony abbia ancora diverse cose da dire. Se poi non saranno cose nuove, non ci resterà che accontentarci di dischi belli e intriganti come questo.

Sol Invictus

The Cruellest Month
2011
Auerbach Tontrager/Prophecy (che sta ristampando il catalogo della band)

Tracklist

01. Raining in April
02. To Kill all Kings
03. The Sailor’s Aria
04. Fools’ Ship
05. Toys
06. Edward
07. The Bad Luck Bird
08. April Rain
09. Cruel Lincoln
10. Something’s Coming
11. Stella Maris
12. The Cruellest Month
13. The Blackleg Miner

Altre risorse

www.tursa.com

tonywakeford.bandcamp.com

www.facebook.com/solinvictus.official

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