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Omnia

Il conflitto come motore della Storia e il cerchio della violenza

Considerazioni politicamente scorrette sugli scontri di Piazza S. Giovanni

Manifestante che lancia l'estintore - Er PellicciaSabato 15 ottobre 2011, siamo nel cuore del cuore d’Italia, ma anche nel cuore del cuore dell’Europa e dell’Occidente; con una delle basiliche più grandi e antiche della cristianità sullo sfondo, lì dove in passato la Storia ha già lasciato numerose testimonianze del suo passaggio, la Storia stessa torna a mostrarsi incarnandosi nei violenti scontri di piazza tra forze dell’ordine e black bloc.
D’altronde, la modalità privilegiata attraverso cui la Storia si sviluppa nel tempo è quella del conflitto, della tensione generata da parti contrapposte che rappresenta da sempre il motore del divenire dei popoli; quella a cui abbiamo assistito è perciò la Storia, espressione di dinamiche sociali diffuse, e non esclusivamente la follia perversa di un manipolo di teppisti.

In occasione della Guerra Servile capeggiata da Spartaco nel I sec. a.c., l’opinione delle autorità ufficiali era corrispondente a quella diffusa nella popolazione civile dell’Appennino emiliano e del metapontino, terre dove la rivolta degli schiavi aveva lasciato dietro di sé una scia di devastazione e saccheggi che indusse il Senato a adottare la mano forte attraverso l’intervento dei consoli Publicola, Crasso e Pompeo e dei loro eserciti. La dura repressione fu salutata con grande approvazione dal popolo, e questa dinamica (ovvero quella del popolo sconvolto che guarda favorevolmente all’adozione di scelte radicali in difesa della propria incolumità e di quelle dei propri possedimenti) si ripete innumerevoli altre volte nella Storia.
Nel XIV secolo ad esempio, alla vigilia del ritorno della sede papale a Roma, l’Inghilterra, in maniera analoga alla Boemia e alle Fiandre, fu assediata da una celebre Rivolta di Contadini capeggiata da Wat Tyler (che poi verrà ammazzato dinanzi agli occhi soddisfatti di Riccardo II); a ribellarsi erano le classi sociali più misere, ovvero contadini e lavoratori vittime di un sistema feudalistico ormai al tramonto e di terribili epidemie aggravate anche dalla noncuranza e dalla trascuratezza delle autorità, clericali quanto politiche. Insomma, si trattava di disgraziati, alla stregua degli schiavi di Spartaco, tanto che furono ribattezzati “villani”; tali villani erano inizialmente di indole pacifica, lavoratori fedeli, padri di famiglia e cristiani praticanti, e il loro destino si intrecciò a quello dei Lollardi, movimento questo dichiaratamente confessionale in aperto contrasto con la Chiesa corrotta e autoritaria di Roma. I Lollardi predicavano la pietà, la pace sociale e il pauperismo come norme del corretto vivere, insomma era gente pacifica votata alla carità. Per farla breve, nella Rivolta del 1381, che marciò verso Londra, c’erano dei Lollardi che si opponevano aspramente alle devastazioni e alle violenze, probabilmente la maggioranza (primo fra tutti l’ideatore e ispiratore del movimento, John Wycliffe); ma c’era anche chi, come John Ball, interpretava la tentata rivoluzione come un necessario sviluppo (il conflitto come motore della Storia) della predicazione lollarda.
I villani uccisero l’Arcivescovo di Canterbury, e provocarono l’ira e lo sdegno della cittadinanza benestante composta da nobili, commercianti e borghesi, che si ritrovarono case, magazzini, mezzi e terreni completamente distrutti. La corona inglese ebbe gioco facile a garantirsi il sostegno di tutta quella fetta della popolazione (la più influente e ricca) nella persecuzione sistematica di ogni movimento ritenuto eretico o pericoloso, e a farne le spese furono i lollardi stessi.

Tali corrispondenze (e tante altre potrebbero ovviamente essere fatte) possono essere fuorvianti, anche perché la lontananza storica, geografica e perciò sociale è abissale in entrambi i questi casi. L’elemento che volevo evidenziare in realtà non era tanto la comparazione degli schiavi romani e dei contadini del ’300 coi violenti della manifestazione di sabato, che sarebbe con ogni evidenza paradossale e intollerabile, ma era mia intenzione piuttosto insistere su due questioni: la necessità del conflitto e della violenza come motore storico del mutamento, che implica la reazione altrettanto necessaria del potere costituito che intende garantire lo status quo (e che attraverso la propria dimostrazione di forza rinvigorisce la sua autorità sia praticamente che nell’immaginario collettivo), ma in relazione a ciò soprattutto la consapevolezza che la dialettica storica non può mai ridursi a una infantile contrapposizione popolo/potere, buoni/cattivi, sfruttati/sfruttatori, pacifici/violenti. Questo perché spesso la maggioranza della popolazione, che intende la “pace sociale” come garanzia del mantenimento di diritti e privilegi (magari conquistati in passato con altrettante battaglie sanguinose) spacca il fronte della rivolta sentendosi più vicina alle ragioni di chi la rivolta la reprime, piuttosto di chi partendo da buone ragioni arriva a mettere a ferro e fuoco le città e le proprietà dei suoi abitanti. La Storia decreta vinti e vincitori, e perciò seleziona, esclude, interpreta e re-interpreta in funzione delle necessità culturali e sociali che di volta in volta si determinano: le violenze così diventano necessarie, poi eccessive, poi inutili, poi vergognose, poi legittime…

Primo Piano Black Bloc

Arriviamo ai giorni nostri, ovvero alla tanto acclamata primavera araba che ha coinvolto alcuni dei maggiori paesi Nord Africani; nelle fasi iniziali della Rivoluzione del Gelsomino in Tunisia, la gente si riversò nelle piazze dimostrando in maniera simbolica, pacifica ma comunque decisa ed energica, il desiderio di porre fine al regime di Ben Alì, a capo del paese da 24 anni e in età giovanile attivo sostenitore della lotta clandestina al colonialismo francese che lo condusse persino alla carcerazione. Quando negli anni ’80 fu acclamato Presidente, Ben Alì era un’icona della lotta per l’indipendenza e lo è rimasto fino a qualche tempo fa (e qualcosa di simile si può dire di Gheddafi). Ma d’altronde la Storia tutto trascina con sé, e non può essere dominata nemmeno da queste grandi personalità: il popolo, specie i giovani, sono scesi in piazza, e Ben Alì non intervenne fino a quando non iniziarono a scoppiare le prime molotov e a esserci i primi assalti agli uffici pubblici. Ecco il conflitto, ecco la violenza, ed ecco la rivoluzione e perciò la Storia: se Ben Alì fosse riuscito a contenere la rivolta con l’esercito, forse oggi la maggioranza della popolazione si sentirebbe di simpatizzare con chi ha reagito alle irresponsabili violenze di vandali criminali (oggi invece ritenuti, correttamente, degli eroi); d’altronde, se noi “i nostri violenti” li chiamiamo black bloc, Ben Alì e Gheddafi chiamavano “i loro” terroristi, pervertiti e drogati, mentre Asad chiama “i suoi” sionisti filo-occidentali.

Come sapeva bene Ernesto De Martino, è connaturato all’essere umano un fondo di rabbia repressa, un elemento di furore che reprimiamo continuamente ma che rivendica di esternarsi in qualche occasione. Per questo la violenza non è mai mezzo, ma è sempre fine a sé stessa: ricondurla a una finalità determinata significa normalizzarla, contenerla in schemi per poterla osservare, comprendere, accusare e rifiutare. De Martino faceva l’esempio di uno storico Capodanno del 1956, dove nel cuore della civilissima e pacifica Svezia, esplose quello che passò alla storia come Capodanno di Stoccolma: una larga parte della popolazione giovanile, senza accordarsi o pianificare nulla, improvvisamente diede libero sfogo alla pulsione devastatrice, distruggendo automobili, scontrandosi con la polizia, aggredendo il prossimo.
Il sistema, essendo ben consapevole di questo lato oscuro difficilmente dominabile dello spirito umano, ha provveduto concedendo spazi ben amministrati e regolarizzati dove l’uomo potesse sfogarsi: i carnevali (specie quelli di epoche lontane), gli stadi di calcio, le trasmissioni televisive, persino gli spazi domestici sottratti al pubblico giudizio (dove fino a qualche tempo fa, picchiare figli e moglie non costitutiva reato). Poi accade che tale violenza viene adottata dal “discorso” politico, dall’ideologia, e il sistema si trova nell’imbarazzante e pericolosa situazione per cui quella furia antropologica è rivolta contro esso stesso. Il primo modo che trova per difendersi è garantirsi il sostegno della pubblica opinione nello schierarsi dalla parte di chi ha subito gli atti violenti, e come abbiamo visto il più delle volte ci riesce. A tal fine, una strategia che oggi, in epoca moderna, viene spesso adottata, è quella della semplificazione discorsiva e terminologica: come dicevamo, buoni Vs cattivi, e per dimostrare la propria buonafede il potere costituito è disposto persino a schierarsi con una parte dei manifestanti (quelli pacifici) per comporre un blocco unico e fare fronte comune contro il nemico, che presumono sia ben inquadrabile in un gruppo di facinorosi che non può avere l’approvazione di nessuno.

Black Bloc schierati a Piazza S. Giovanni

Tale banale semplificazione cela il fatto evidente che a ben vedere non ci siano state solo due “squadre”, nemmeno tre o quattro: coloro che hanno attaccato le banche potrebbero non essere gli stessi che hanno sfasciato la madonna di porcellana, e potrebbero non essere gli stessi di quelli che hanno aggredito i carabinieri, o forse sì, non potremmo mai saperlo. Se ammettiamo tale diversificazione, è chiaro che anche il giudizio si frammenta in relazione al singolo caso e avvenimento (posso simpatizzare con chi ha sfasciato il bancomat, ma non con chi ha dato fuoco alle automobili, magari sì con chi ha incendiato i suv ecc.).
La violenza diviene funzionale a quel sistema contro cui essa si scaglia: i maestri di retorica del ’68 ci hanno insegnato a dire “No alla violenza!”, per poi affondare le loro mani paffute nei fondi dello Stato in un eccesso di ingordigia, mangiandosi e prendendosi tutto. E con la bocca piena, continuavano e continuano a dirci, con tono ammonitore da saggio eremita, “No alla violenza!”. Tale slogan è la dimostrazione effettiva di questa logica del dominio dell’identità culturale e sociale: si tratta di una tautologia, o una mera ovvietà, per la quale tutti possiamo dirci d’accordo (come sostenere “il latte è bianco” o “la fame è brutta”).

La violenza è un’idea, non è una sostanza o un oggetto circoscrivibile dal pensiero; non è definibile una volta per tutte, e gli esempi che possiamo darne sono sempre contingenti, momentanei, destinati a venire messi in discussione. Basti pensare a come l’errore più diffuso sia quello di comprendere in maniera “disneyana” le rivoluzioni e i nobili conseguimenti di diritti avvenuti nella millenaria storia umana; voglio dire, non si passa, come in V per vendetta, da zero sovversivi a 2 milioni di eroici rivoluzionari in una volta. Nella scorsa occasione, durante le manifestazioni universitarie, i violenti erano una cinquantina, stavolta erano 2000, la prossima potrebbero essere decina di migliaia. Io non approvo affatto le azioni compiute da quel manipolo di teppisti, ma non le approvo in quanto mi ritengo un non-violento; il punto è che, come sempre nella Storia, il circolo della violenza trova il suo nucleo non tanto nei più disperati della società, in coloro “che non hanno nulla da perdere”, quanto in coloro che sono per natura di indole più violenta. Poi il cerchio comincia a espandersi allargando il proprio margine, e coinvolge persone che magari non avremmo mai scommesso avrebbero compiuto determinate azioni; ora siamo all’inizio, e le persone coinvolte sono effettivamente dei cultori della violenza e della distruzione, dei vandali, ma è d’altronde naturale fossero loro i primi a venire coinvolti, e speriamo tutti che qualcosa possa cambiare prima che il cerchio della violenza sia talmente ampio da comprendere anche gli attuali non-violenti come il sottoscritto.

Attualmente, il rifiuto della violenza mette d’accordo tutti, rivoluzionari e casalinghe, indignatos e governo, popolo viola e opposizione, sindacati e industriali, preti e radicali. D’altronde, la violenza li terrorizza, e gli stessi anziani che occupano i palazzi del potere hanno paura non delle piazze di giocolieri, bambini e famiglie sorridenti, ma hanno paura della violenza, delle macchine che bruciano, degli assalti armati, delle bombe che scoppiano, finchè discernere non sarà per loro più così ovvio.

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