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Scrittura

Heimat – Unheimlich, La patria estranea

Statua raffigurante la patriaIl ventotto novembre, presso l’aula magna della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Trieste, si è tenuto il convegno Heimat – Unheimlich, La patria estranea, colloquio su esilio, migrazione e identità nella letteratura tedesca contemporanea organizzato dal Goethe-Institut Triest. Ospiti della manifestazione, quattro autori di nazionalità diverse accomunati dall’uso della lingua tedesca in ambito letterario e introdotti da Claudio Magris.

Il binomio Heimat – Unheimlich, come ci spiega molto bene Paola Berzetti di Buronzo, non può essere tradotto letteralmente in italiano, ed è per questo che si è scelto di renderlo con La patria estranea, un ossimoro che riproduce perfettamente l’ambivalenza tra il senso di protezione e sicurezza proveniente dal termine Heimat e l’aspetto inquietante e perturbante che invece attiene al termine Unheimlich. Heimat, in tedesco, possiede tuttavia una ricchezza di significati che l’italiano patria non possiede: indica la piccola patria rurale, il mondo contadino, i poderi che venivano trasmessi di padre in figlio; nella seconda metà dell’Ottocento era visto come un mondo di valori sani che si contrapponeva a quello cittadino. Allo stesso modo estraneo, in italiano, possiede tutta una serie di sfaccettature che possono riferirsi sia alla persona di provenienza diversa che a qualcosa di familiare che improvvisamente ci diventa estraneo, pensiamo ad esempio a un ex compagno di scuola incontrato dopo molti anni la cui personalità sembriamo non riconoscere più. È difficile, quindi, parlare di una corrispondenza biunivoca tra i termini Heimat – Unheimlich e Patria estranea, ma quello che conta è riuscire a trasmettere il significato profondo insito nei due concetti.

L’elemento interessante di questo incontro sta nel fatto che ognuno degli autori, giustamente e inevitabilmente, ha una sua idea personale di Heimat che deriva tanto dalle sue esperienze di vita quanto dal modo di interpretare e di assorbire queste esperienze.

Joachim WittstockJoachim Wittstock, scrittore originario di Hermannstadt-Sibiu che ha vissuto sulla sua pelle le vicissitudini della minoranza sassone di lingua tedesca in Romania e sa perfettamente cosa significhi sentirsi sradicati, lo considera “un progetto concettuale che si compone degli elementi più disparati: realtà che possono essere percepite con i sensi, come paesaggio e architettura, entità sociali comprendenti gruppi sia grandi che piccoli di persone, il patrimonio dello spirito, dell’anima e quindi ricordi del singolo individuo e tutto quanto è tramandato dalle persone in un determinato ambiente, usi e costumi e altri elementi caratteristici di gruppi delle popolazioni sia nelle città che nei villaggi”. Per lui è fondamentale trovare una sintonia e un’armonia tra i vari elementi che caratterizzano la Heimat, e raggiungere un equilibrio tra natura e ambiente, paesaggio dell’anima e spazio della memoria.

Per Tanja Dückers, nata invece a Berlino Ovest, l’esperienza più importante è legata al crollo del muro di Berlino e alla possibilità, che fino a quel momento non aveva, di viaggiare e di allargare i suoi orizzonti. La Heimat è per lei qualcosa che cambia, dal momento che la patria può diventare un luogo estraneo e un luogo estraneo può subito trasformarsi in qualcosa di familiare. La cosa più sconvolgente, secondo quanto afferma la scrittrice, è la differenza che ancora oggi si percepisce in Germania tra memoria ufficiale e memoria non ufficiale. Gli studenti tedeschi, infatti, sono preparatissimi quando si tratta di citare date e numeri riguardanti il periodo nazista e le conseguenze che ha comportato, ma dimostrano un’indifferenza non da poco se gli si dice che probabilmente anche qualcuno dei loro parenti fu coinvolto nell’avvenimento. Questo perché vi è ancora una grossa differenza tra quanto viene insegnato a scuola, in cui prevale il pentimento, e quello che poi, i nonni o i familiari più stretti, raccontano ai figli tra le mura di casa.

Tanja DückersOltre al crollo del muro di Berlino, un altro elemento importante che ha contribuito alla diffusione della letteratura della Heimat è stato l’ampliamento dell’Unione Europea con la conseguente possibilità di viaggiare nei paesi a minoranza tedesca dell’Est. Tra il 2002 e il 2005 i romanzi che si sono occupati dell’argomento hanno conosciuto una crescita esponenziale. Tanja Dückers cita in particolare uno dei più celebri romanzi di Günter Grass Im Krebsgang (Il passo del gambero), in cui l’autore parla dell’affondamento della nave carica di profughi Wilhelm Gustloff , e della conseguente sofferenza del popolo tedesco, analizzando il punto di vista di tre generazioni diverse. L’autrice ritiene comunque che Günter Grass, attraverso questo libro, abbia perdonato molto ai tedeschi, forse anche troppo. Vi è, infatti, una tendenza generale da parte degli scrittori a rappresentare la realtà sotto varie angolazioni, soprattutto quando si tratta di un argomento politico; in questo modo non si ha mai una prevalenza della visione buona su quella cattiva o viceversa.
Nel 2003, la Dückers pubblica il romanzo Himmelskörper in cui esprime appieno la propria visione della Heimat. Il libro narra la storia di una famiglia tedesco-polacca che vive a Danzica e del viaggio affrontato da una nipote per recarsi a Varsavia dove lo zio si è suicidato. In questo caso il ricordo e la percezione della sofferenza per una patria andata ormai perduta avviene attraverso una caramella alla liquirizia: “[…] Per un istante mi portai le mani al volto e, all’improvviso, per alcuni secondi, capii qualcosa. Non sentivo che la mia cavità orale, mi concentravo intensamente su di essa, questo spazio buio, segreto, privato, là, soltanto il sale, soltanto il dolore. Se lo zio Kaziemierz non avesse mangiato in modo ossessivo liquirizia […] nessuno avrebbe trovato così strano il suo suicidio. Forse qualcuno si sarebbe informato sul suo stato d’animo. […]”.

Zafer ŞenocakIl turco Zafer Şenocak ha invece sperimentato fin da bambino la sensazione di cambiamento. Nato ad Ankara nel 1961 da padre pubblicista e madre insegnante, si è poi trasferito in Germania nel 1970 con l’intera famiglia. Ma quel trasferimento, per lui, è stato tutt’altro che traumatico. Lo spiega molto bene in uno dei suoi ultimi libri Deutschsein: Eine Aufklärungsschrift: “Questa Germania per me non era un paese, ma anzitutto una lingua straniera divertente da ascoltare. Se non si assaporano le parole, ci si può nutrire di sguardi. Ho avuto presto accesso agli sguardi delle persone. Mi ci potevo immergere in profondità senza farmi notare. In Turchia non avrei osato osservare così attentamente uno sconosciuto. Ma qui c’era un altro tipo di distanza. A differenza che a Istanbul, qui le persone non erano solo sconosciuti ma anche stranieri. […] I loro non erano sguardi di rifiuto. Erano indifferenti. Non si ritraevano, non cercavano riparo, non contraccambiavano, per cui io non mi sentivo minacciato. Stabilii che in questo nuovo Paese non avrei avuto paura. […]”.
È un autore molto legato al ruolo della lingua, quella lingua che può anche trasformarsi in un punto di incontro tra i popoli. Appena giunto in Germania, egli cerca di imparare più parole tedesche possibili perché è curioso e affascinato dalla nuova esperienza, e il fatto di non dover giustificare la propria identità lo rende più sicuro e fiducioso. La prima differenza che egli nota, con gli occhi innocenti del bambino appena giunto in un nuovo paese, è il diverso comportamento dei tedeschi rispetto ai turchi. Negli anni ’70, in Germania, si viveva il momento presente, e tutto quanto veniva etichettato come tedesco era sommerso. In Turchia, invece, ogni cosa di origine turca veniva messa in evidenza, perché esisteva un forte nazionalismo. Egli ha dunque avuto la possibilità di assistere in prima persona a quell’evoluzione determinata dalla caduta del muro di Berlino, dopo la quale si è creata una maggiore apertura nei confronti di una tematica come quella della Heimat.

Tzveta SofronievaTzveta Sofronieva, in compenso, ha un’idea molto più astratta di patria e identità. Nata a Sofia nel 1963, ha poi deciso di trasferirsi a Berlino quando si è resa conto che in Bulgaria la popolazione turca veniva obbligata a cambiare il proprio nome; una violazione dei diritti umani per lei inaccettabile. Il fatto di essersi trasferita a Berlino, però, non significa che ora lei la consideri la propria patria; infatti, malgrado viva in Germania ormai da ventidue anni e abbia scritto molti libri in lingua tedesca, Tzveta è ancora considerata una straniera in territorio tedesco. A ben pensarci, tuttavia, per Tzveta nemmeno la Bulgaria è una vera e propria patria; è il luogo in cui è nata e dove risiedono le sue origini ma lei l’ha abbandonato di sua spontanea volontà e quindi non ne ha nostalgia. La sua visione della Heimat è legata piuttosto alla metafora di una stazione: un luogo da cui per la prima volta si parte, per poi tornare, per poi ripartire. L’autrice ci tiene anche a sottolineare che in bulgaro il termine rodina non significa esattamente patria ma piuttosto specie, e quindi non riguarda strettamente la “provenienza”.
I suoi studi sono incentrati soprattutto sull’aspetto linguistico della Heimat, perché le lingue hanno a che fare con limiti e confini e possono benissimo essere strumentalizzate. Uno dei suoi libri più interessanti, Verbotene Worte,  è nato proprio partendo da questo principio, cercare di individuare quelle parole che in ambito letterario erano considerate vietate per il loro inevitabile legame con la storia passata.

È stato molto piacevole poter ascoltare le voci di quattro scrittori così diversi eppure così simili, che ci aiutano a capire l’importanza di creare uno spazio comune in cui, attraverso la condivisione di esperienze positive e negative, si possano ridurre le disparità per comprendere finalmente quanto in fondo ci assomigliamo.

Mi piacerebbe concludere questo articolo citando proprio una frase di Tzveta Sofronieva: “Quando una mano è aperta e vogliamo bere una manciata d’acqua, il liquido ci passa tra le dita e inevitabilmente si disperde; l’identità è proprio questo, è come un liquido in continuo movimento”.

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