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Omnia

Filosofia dei saldi

...ovvero la dimostrazione della teoria del plusvalore

Vetrina durante i saldiSeppur la corsa all’acquisto quest’anno è stata frenata dalla crisi economica, certamente la fase dei saldi ha comunque riscosso il classico successo; ora che siamo pressappoco alla conclusione del periodo dei saldi, anche perché molti negozi hanno esaurito la loro merce in offerta già da molti giorni, possiamo spendere qualche parola su questo fenomeno internazionale, che ogni volta, inesorabile come le festività, arriva scandendo il nostro anno e spingendoci nei negozi di abbigliamento.

Karl Marx può senz’altro aiutarci a comprendere tale fenomeno; non c’è bisogno tanto di spiegare il successo dei saldi, esso si spiega da sé: si tratta di merce venduta a un prezzo minore rispetto agli altri periodi dell’anno. Ma è proprio questo che appare paradossale e deve essere spiegato: cosa significa e com’è possibile mettere in vendita delle merci a prezzi inferiori?

Fenomeno di massa capace di diffondere isteria collettiva, quella dei saldi è una strategia economica che mette d’accordo istituzioni, venditori, grandi firme e compratori; si tratta di ridurre i prezzi per incentivare le vendite, specie su prodotti di abbigliamento di passate stagioni e collezioni, magari fuori moda e superati da nuovi capi messi in commercio.

Già questo pone un quesito introduttivo, che mi aiuterà ad addentrarmi nelle questioni che intendo affrontare: com’è possibile che nel mercato possa esserci un evento grazie al quale a guadagnarci sono contemporaneamente tutte le entità coinvolte? A dire il vero, mancano all’appello i produttori in senso stretto: non la grande industria multinazionale, ma la classe lavoratrice coinvolta direttamente nella produzione. A perderci sono loro, che paradossalmente sono gli stessi che poi vanno in negozio a comprare la merce in saldo.

Perchè a perdere sarebbero loro? D’altronde non intensificano le loro giornate di lavoro per i saldi, visto che si tratta di merce in giacenza, e le giornate di lavoro nonché il salario non mutano mica! In realtà, il punto è che i saldi evidenziano e testimoniano la portata di verità dell’analisi fatta da Marx ne Il Capitale. Ancora oggi, nell’epoca delle trasformazioni dei processi di produzione e delle ideologie politiche, dove le società hanno ormai superato i modelli della modernità, seppur per molti versi la teoria marxista possa essere quanto mai anacronistica, i saldi però è come se restituissero a Marx un’attualità e un valore apparentemente perduti per sempre.
Il “saldo” è possibile solo per merito del plusvalore, carattere e elemento centrale della teoria economica di Marx; infatti una regola elementare, comprensibile a chiunque, è che il prezzo di una merce non possa mai essere inferiore al suo effettivo valore, definito in base alla manodopera impiegata (la produzione, la distribuzione, la promozione, la vendita…). Cioè, il prezzo non può mai implicare una perdita, perchè se anche se ne vendessero una quantità enorme, la somma di una quantità enorme di perdite non può che dare un’enorme perdita.
Il punto è che il prodotto in saldo evidenzia quanto elevato sia il suo marginale di guadagno: infatti, per abbassare il prezzo, la merce perde una parte del suo plusvalore (non tutto), per recuperarlo nell’aumento del volume delle vendite. Che cos’è questo plusvalore?

In termini molto generali, nel primo libro de Il Capitale Marx esprime nella seguente equazione la sua celebre Teoria del Valore:

Ps = L – V

Ovvero, il plusvalore si ottiene togliendo alla quantità di lavoro dedicata alla produzione, ovvero l’effettivo impiego di energie e costi (L), la porzione di lavoro che sarebbe sufficiente al mantenimento e alla riproduzione della forza-lavoro (V). Questa differenza è il profitto, che viene poi riconvertito in nuovi mezzi e nuove merci, nella spirale schizofrenica del capitalismo moderno.
Si tratta di quella esorbitante porzione di denaro che eccede l’effettivo valore della merce: se il valore di un prodotto è 10, il suo costo sarà 110, con un plusvalore di 100. Questo 100 non è ovviamente ripartito tra gli effettivi autori e creatori dell’oggetto, ma viene invece assorbito dall’azienda e convertito in capitale, attraverso il quale può continuare a mantenere il controllo dei mezzi di produzione.

Code per i saldi invernali

Il saldo riduce quel 100 di 80, o 70, o 50; ora, in un mondo “conciliato” e utopico, le masse di consumatori possederebbero la coscienza e la capacità di interpretare quella gigantesca allegoria del consumismo sfacciato dei saldi come palesamento dello sfruttamento, perchè i costi al ribasso dovrebbero chiaramente evidenziare quanto gonfiati siano durante l’anno nel normale svolgimento commerciale.
D’altronde, i medesimi operai e lavoratori sono al contempo anche consumatori: i saldi rappresentano lo scambio che il sistema offre al posto della ripartizione equa dei guadagni del lavoro, o quantomeno di una legittima retribuzione del lavoro in base al valore monetario attribuito alla merce al momento della vendita. Per intenderci: quando lavoriamo, la determinata merce che viene prodotta dalle nostre mani ha valore X; quando però noi stessi ci rechiamo in negozio per acquistare la medesima merce, essa non costa solo X + Y (dove Y sta per l’incremento dovuto alla distribuzione, gestione, e a tutte le spese che esulano dalla mera produzione), ma X + Z, dove Z è la somma di Y e W, dove W è il plusvalore assolutamente ingiustificato nel ciclo di produzione. Anche perché, idealmente, persino la Y potrebbe venire annullata, o quanto meno ridotta, cancellando la grande distribuzione, annullando i costi pubblicitari, tornando al mercato di breve raggio (basato sulle breve distanze tra produttori e consumatori)…

Non avendone i mezzi, o accettandolo tacitamente (non potendo d’altronde fare altrimenti), le persone continuano a alimentare le file ammassate davanti agli ingressi dei negozi, rifiutando di comprendere quel meccanismo micidiale che continua a sfruttarli durante le loro ore di lavoro alla catena di montaggio. Il saldo altro non è che la manifestazione negativa dell’esistenza del plusvalore, una lancia spezzata a favore del buon vecchio Marx, certo inattuale, ma ancora oggi utile a darci quantomeno elementi di comprensione di quanto ci circonda.

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