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Cinema

Giorno uno, la zampata del reporter d’assalto

Domenica 12 febbraio

La locandina di CaptiveUna mattina senza biglietti in mano potrebbe rivelarsi disperante, non fosse che ci si prepara con la colazione dei campioni: il currywürst è ottimo carburante per dare una svolta energica alla situazione e decidere che si andrà con l’onda. Si comincia con la conferenza stampa di Captive, imperdibile per una fan adorante della splendida Isabelle Huppert, che di questo film è protagonista. La divina si presenta in giacca e pantaloni, quasi senza trucco, perfetta come nelle migliaia di foto e nelle decine di suoi film visti finora. Affianca il regista Brillante Mendoza nel descrivere l’odissea che questo film ha rappresentato per tutto il cast, costretto a girare in condizioni al limite del precario nella giungla e sui corsi d’acqua delle Filippine per raccontare una storia vera, avvenuta nel corso di sette mesi a ridosso dell’attacco alle Torri Gemelle. Un gruppo di inviati nelle missioni cattoliche nelle Filippine viene rapito da terroristi musulmani alla ricerca di un riscatto all’inizio del 2001. La storia segue il gruppo di rapitori e ostaggi nella loro fuga dai militari filippini che stanno loro alle costole. Il regista ha girato senza dare agli attori nessuna indicazione su che cosa sarebbe accaduto, non lasciando che si incontrassero prima delle riprese, in modo da ricreare il più possibile le reali condizioni della vicenda. Tutto era perciò più che reale: la giungla, gli insetti e i serpenti, la paura durante le sparatorie. Un clima opprimente pervade tutta la pellicola e si ha davvero l’impressione di assistere a un documentario. Nelle intenzioni del regista, indagare la forza della perseveranza come via per la salvezza, oltre a scandagliare l’assottigliarsi dei confini nelle identità di carnefici e vittime tipica delle situazioni di cattività. Isabelle Huppert è bersagliata da domande che, alla fine, sono sempre la stessa: come fai quello che fai così bene? Qual è la tua tecnica attoriale? Domanda sempre molto stupida a cui l’attrice risponde con l’arguzia che la caratterizza: “Non ci penso troppo, ecco come”.

Vista la mala parata sul fronte accaparramento biglietti, ci decidiamo a dedicare la giornata alle conferenze stampa, approntando il piano film per recuperare quelli persi nei giorni successivi che, a quanto pare, essendo lavorativi, lasciano più speranze di posti che i berlinesi lasceranno liberi alle frotte dei festivalieri di professione. Eccoci quindi alla conferenza stampa di Marley, docufilm su Bob Marley del regista Kevin Macdonald che non sarà possibile vedere data la scarsa programmazione e il fatto che le sole due proiezioni previste sono già sold out da ieri. Il regista ha avuto la collaborazione totale della famiglia del grandissimo Bob, che gli ha messo a disposizione innumerevoli documenti e chilometri di filmati e interviste, in cui si scandaglia la vita del musicista e dell’uomo, ma soprattutto si parla della sua musica che, al di là del grande interesse del nostro per donne, calcio e marijuana, ha rappresentato la sua unica, vera, grande passione. Centrale nel racconto la connotazione politica dell’arte di questo assoluto protagonista del nostro tempo e le contraddizioni della sua personalità, che diedero il fianco persino a dicerie sulla sue presunte connessioni con i gangster giamaicani.

Neville Garrick, Kevin Macdonald, Rohan Marley

Dopo un giro all’Arkaden, centro commerciale completamente invaso dalla Berlinale, alla ricerca di un pranzo che eguagli la sontuosità della colazione, è tempo di Diaz, il film di Daniele Vicari inserito nella sezione Panorama. La pellicola, da tempo annunciata, rende conto dei giorni del G8 a Genova attraverso le vicende dell’incursione nella scuola Diaz e dei pestaggi avvenuti al centro di detenzione temporanea di Bolzaneto. Che il film avrebbe scatenato polemiche non avevamo alcun dubbio. Il tema è ancora caldo e la conferenza stampa assume da subito l’aria di un interrogatorio. Il regista e il produttore Domenico Procacci cercano di contenere l’aggressività delle domande che provengono a raffica soprattutto dai giornalisti italiani e tedeschi. Questo è campo loro soltanto, la stampa di altre nazionalità non ha nulla da dire, anche perché da subito è chiaro che non si parlerà tanto del film, come vorrebbero dichiaratamente gli artisti, ma dei fatti di cui il film tratta, di quei giorni di sangue a copertura mediatica totale, di quel processo ancora in corso i cui atti sono ormai più che pubblici, della polizia e dei manifestanti. Il film, dice Vicari, nasce dalla volontà di capire e indagare il perché si sia creata una frattura così violenta nel sistema democratico, di fare qualcosa come artisti per testimoniare ciò che sembra ancora di là dal potersi comprendere. I giornalisti accusano il film di non spiegare esattamente di chi siano le responsabilità di ciò che è accaduto, di non fare i nomi delle persone coinvolte, di non aver caratterizzato a sufficienza i personaggi, lasciando il campo alla pura violenza delle azioni. Regista e produttore rispondono che il film non vuole dare risposte, ma solo mettere in campo tutte le domande che, affermano, non sono ancora mai state messe insieme da un lavoro artistico sull’argomento. La pellicola non mira perciò ad accompagnare per mano lo spettatore spiegandogli passo per passo come riconoscere chi è responsabile, distinguere le vittime dai carnefici, mettendolo così tranquillo rispetto alla sua estraneità a ciò che è accaduto. Non è questo lo scopo: anzi, l’intento degli autori sta proprio nell’assunzione di responsabilità che ciascuno dovrebbe sentire di avere rispetto alla deriva che il nostro Bel Paese ha preso. Da questo, dicono, e dalla richiesta di alcune delle vittime di non essere rappresentate con il proprio vero nome, la scelta di eliminare tutti i nomi dei personaggi, sia dei manifestanti che dei poliziotti.

Diaz di Vicari - Una scena del film

Claudio Santamaria, uno dei protagonisti insieme ad Elio Germano che non è presente, parla pochissimo e viene interpellato soltanto dal moderatore. Il suo ruolo, dice, quello di un dirigente della polizia mandato a ristabilire l’ordine pubblico sfuggito di mano nei giorni precedenti, lo ha costruito pensando al personaggio come a un uomo che fa il suo dovere, che non va oltre quello che è il suo compito sebbene si renda conto di quello che accade. Si respira un’aria pesante, in sala, e fioccano purtroppo anche una sfilza di domande incredibilmente stupide. Si crede che, per qualche motivo, se si è in questa sala è perché si suppone si sia almeno mediamente intelligenti e informati. Invece, qualcuno chiede se il regista non teme che ci siano ripercussioni da parte “del movimento giovanile” contro la polizia a causa del film. Una domanda che mostra tutta l’ignoranza delle sterminate vicende trascorse da quei giorni ad oggi. L’autrice di questa perla di insight giornalistico, inoltre, pur essendo italianissima, non sa che la perifrasi “persone offese” identifica le vittime. Si consiglia la visione integrale della conferenza stampa disponibile sul sito alla sezione video, per apprezzare la competenza e la chiarezza di visione di molti dei giornalisti presenti.

Cerchiamo di consolarci andando a vedere il bellone di turno, Clive Owen, in Shadow Dancer, film diretto da James Marsh, autore pluripremiato del documentario Man on Wire e del Project NIM premiato all’ultimo Sundance. La storia è quella di una donna appartenente ad una famiglia Repubblicana nell’Irlanda del Nord, arrestata in seguito al suo possibile coinvolgimento in un attentato dell’IRA a Londra sventato dai servizi segreti inglesi, che le impongono una scelta tragica fra essere rinchiusa in carcere per venticinque anni o tornare in Irlanda e spiare la sua famiglia ai loro ordini. Andrea Riseborough è perfetta nella parte e l’alchimia fra lei e Owen si realizza fin dal primo frame. Il regista dice in conferenza stampa che a vent’anni di distanza finalmente è possibile per un britannico cercare di parlare del tema del conflitto nell’Irlanda del Nord affrontando il proprio senso di colpa. La Riseborough, oltre ad essere di una bellezza imbarazzante, è donna di grande spirito e parlantina sciolta. Owen, come sempre impeccabile sullo schermo, è come pervaso da quella sottile e invisibile pellicola che avvolge le star troppo use ad essere adorate. C’è un impercettibile fastidio nella grana di quello che dice, che parla dell’essere ancora in quel particolare limbo dell’attore britannico che non ha ancora rinunciato al privilegio di difendersi dai flash e le paparazzate di Hollywood.

Cambio ad Alexanderplatz - Foto di Beatrice Biggio

Con la conferenza stampa di I, Anna, concludiamo questa giornata campale con la visione di una Charlotte Rampling gloriosa nella sua terza età, fortemente convinta che il lavoro di suo figlio abbia colto profondamente il topoi del noir per darne nuova interpretazione. Un altro lunghissimo ritorno sulla U2, cambio ad Alexanderplatz, poi U8 fino a Neukölln, stavolta con in tasca ben quattro biglietti per il giorno dopo.

Commenti

Un commento a “Giorno uno, la zampata del reporter d’assalto”

  1. e buona visione allora! 🙂

    Di Alessandro | 15 Febbraio 2012, 15:00

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