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Cinema

Belvedere. Una famiglia di Srebrenica

Locandina di BelvedereInsieme a Terraferma di Emanuele Crialese e a Pina di Wim Wenders, alla recente edizione degli Academy Awards, la Bosnia Erzegovina è stata rappresentata dall’ultima opera di Ahmed Imamović: Belvedere. Presentato in concorso nella sezione “East of the West Competition” del Festival di Karlovy Vary, la visione di questo film sembra più che mai appropriata in questo 2012 in cui ricorrono i 20 anni dall’assedio di Sarajevo e della guerra in Bosnia.

Il film è girato a Srebrenica, a Belvedere, il campo profughi dove, dopo 15 anni dal conflitto gli abitanti non sono ancora tornati alle loro case. Ruvejda è un’ex maestra che ha perso tutta la famiglia durante il genocidio di Srebrenica, le sono rimasti solo il fratello Alija, diabetico in sedia a rotelle per aver perso le gambe, e la sorella Zejna che vive con il figlio Adnan. Ruvejda è una delle tante donne di Srebrenica (e di Bosnia) che aspetta… Attende l’arrivo dell’ennesimo camion che trasporta i sacchi di ossa trovate in una nuova fossa, scoperta intorno a Srebrenica, e attende che le autorità arrivino con quel foglio che accerti il DNA dei suoi cari. Attende da 15 anni, passando davanti alla casa di quell’uomo ben vestito, con una macchina sportiva, una casa a due piani e una famiglia numerosa e vivace. Ruvejda non può fermarsi davanti a quella casa che la attrae come ipnotizzata, il proprietario l’ha denunciata in tribunale come possibile pericolo per la sua famiglia, ma Ruvejda persevera. L’uomo, con lo sguardo atterrito e vile, sostiene di non conoscere questa donna che vuole solo sapere da lui dove sono sepolti i suoi familiari. Alija, che fatica a liberarsi dall’ombra dell’alcool, è rimasto con Harun, un ragazzino vispo e intelligente che si prende cura di lui insieme alle zie. Zejna vive con Ruvejda e il figlio Adnan, un ragazzo che vuole evadere dall’oppressione di un passato che dura da 15 anni. La vita a Belvedere viene sconvolta quando Adnan è selezionato per la nuova edizione del Grande Fratello e deve recarsi a Belgrado per entrare nella Casa. Mentre Zejna scandisce le sue giornate in funzione della messa in onda dalla Casa del GF, presa a sistemare la vecchia antenna della tv per vedere il figlio, Ruvejda non riesce a superare il dolore delle perdite, davanti all’affronto arrogante di chi potrebbe sapere dove sono i resti dei suoi cari.

Un fotogramma di Belvedere

Il film è costruito essenzialmente su contrasti, sottolineati anche dal punto di vista formale attraverso la scelta del regista di alternare il bianco/nero al colore: il sangue prelevato da Ruvejda per l’esame del DNA sulle ossa trovate è l’unico elemento rosso delle scene girate in Bosnia (echi del cappottino di Schindler’s list); tutte le scene girate nella Casa del GF sono a colori, così come le immagini televisive guardate da Zejna.

Dalle sequenze nella Casa del Grande Fratello, Imamović mette ancor più in evidenza la totale alterità rispetto agli ambienti e alle persone di Srebrenica, con un’evidenza forse fin troppo scontata, che risente di alcuni cliché. Gli abitanti della Casa sono volgari, superficiali, vuoti, litigiosi e annoiati; creano un clima in cui Adnan, pur mostrando compiacenza al gioco e adattamento, risulta allo spettatore ancora più piccolo ed estraneo. Le donne a Srebrenica si coprono il capo con il fazzoletto e la loro bellezza, una giovinezza sfiorita, emerge timidamente. Nella Casa si compiono brindisi ad antenati morti durante la Prima Guerra Mondiale, mentre a Srebrenica non si riescono a seppellire i caduti recenti; le canzoni serbe sono ripetute e urlate smodatamente, ma non c’è spazio per i canti popolari bosniaci accompagnati dalla fisarmonica di Adnan. Uno degli elementi preziosi del film sono le poesie recitate dalla voce fuori campo della protagonista; sono i versi del poeta e sceneggiatore Abdullah Sidran, (autore anche dei dialoghi), usati soprattutto in alcuni momenti di sospensione del film, girati con lente carrellate e l’emergere della musica: le donne raccolte attorno agli scavi in una nuova fossa comune, in fila davanti al centro di Potočari e mentre preparano i cartelli, le lenzuola con i nomi degli scomparsi da esporre alla cerimonia per l’anniversario del massacro.

Un fotogramma di Belvedere (2)

Il film è stato proiettato anche all’ultima edizione del Sarajevo Film Festival, nella sezione BH Film dedicata alla produzione cinematografica del paese. Ahmed Imamović si trova qui alle prese con il suo secondo lungometraggio, dopo il corto d’esordio 10 minuta (10 minutes), premio agli European Film Awards, e Go west del 2005. Nato in Bosnia nel 1971, durante la guerra Ahmed rimase a Sarajevo e cominciò a collaborare con il gruppo SaGA (Sarajevo Group of Authors) al fianco di professionisti come Ademir Kenović e Mirza Irozović. Nel 1997 lavorò come assistente alla regia di Michael Winterbottom nel film Welcome to Sarajevo. 10 minutes, del 2002, fu il suo corto di diploma all’Accademia. Nel 2005 realizzò il primo lungometraggio, Go west, storia d’amore tra due omosessuali bosniaci, uno serbo l’altro musulmano, che cercano di sfuggire alla guerra e si rifugiano in un villaggio serbo di Bosnia, travestendosi e fingendosi moglie e marito. Pellicola originale e sensibile, suscitò numerose polemiche in patria ancora prima della sua uscita. Proprio per la mescolanza del tema della guerra con quello dell’omosessualità, gli autori furono accusati di “ridicolizzare” la tragedia bosniaca; l’opera ottenne invece importanti riconoscimenti all’estero vincendo ben 38 premi internazionali.
Dal 2002 Ahmed Imamović è membro della European Film Academy.

Belvedere

Titolo originale: Belvedere
Regia: Ahmed Imamović
Sceneggiatura: Ahmed Imamović
Dialoghi e poesie: Abdulah Sidran
Cast: Sadžida Šetić, Nermin Tulić, Minka Muftić, Armin Rizavnović, Adis Omerović
Fotografia: Darko Drinovac
Montaggio: Midhat Mujkić
Musiche: Nedim Zlatar, Leonardo Šarić
Produzione: COMPREX SARAJEVO, Concordia Film Zagreb, BHRT
Distribuzione: Global Film Initiative
Origine: Bosnia Erzegovina, 2010

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