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Musica

Fennesz-Sakamoto, suonare il piano sulla riva di un fiume

Copertina FluminaLa collaborazione fra Christian Fennesz e Ryuichi Sakamoto sta ormai diventando una piacevole abitudine nell’ambito della musica elettronica. Flumina infatti rappresenta la terza uscita di questo improvvisato duo, dopo il live Sala Santa Cecilia del 2005 e Cedre del 2007. La formula della collaborazione sembra essere particolarmente adatta a esaltare l’estro dei due compositori, soprattutto nel caso di Fennesz. Nella sua storia infatti troviamo, oltre che con Sakamoto, partecipazioni alle opere di Keith Rowe, Jim O’Rourke, David Sylvian fino alle performance live con il grande Mike Patton. Anche Sakamoto non disdegna i progetti condivisi anche se oramai, data la sua fama, risplende di luce propria. Non che Fennesz sia da meno, almeno per quanto riguarda la qualità della sua storia musicale, ma è chiaro che la popolarità di Sakamoto, emancipatosi da tempo dal circuito underground, superi di gran lunga quella del manipolatore austriaco. Tuttavia il maestro giapponese, nonostante le partecipazioni a importanti colonne sonore e l’oscar per quella dell’Ultimo Imperatore (1987), non esita a rimettersi in gioco firmando progetti come questo Flumina, doppio cd di musica ad alto tasso di sperimentazione. L’umiltà e la volontà di ridisegnare ogni volta proprie coordinate sonore è tipica dei grandi. Penso a Lou Reed, e a quando si intestardì nel produrre quel Metal Machine Music (1975) che rischiò di segnare la fine della sua carriera, almeno a livello di credito presso la critica, ma che alla fine risultò essere una delle influenze maggiori per tutto il noise rock degli anni successivi, nonché punto di riferimento di intellettuali del rumore come Merzbow o Masonna.

Nella collaborazione fra Sakamoto e Fennesz, quest’ultimo non ha certo un ruolo marginale ma anzi ne è il motore principale. Questo Flumina per esempio, non avrebbe probabilmente ragione di essere senza il suo trattamento elettronico alle note di piano prodotte da Sakamoto. Il concetto da cui nasce Flumina è infatti assai semplice. Nel corso dell’ultimo tour, Sakamoto apriva ogni serata con un pezzo improvvisato al piano, basato su un tono diverso per ogni serata. Dopo 24 concerti, il pianista si trovò con 24 pezzi basati sui 24 toni che compongono la scala tonale occidentale. Consapevole che nelle mani di Fennesz tale materiale avrebbe trovato l’ambiente ideale per svilupparsi e divenire materia musicale completa, Sakamoto spedì le tracce in Austria e, dopo pochi mesi, i due si riunirono a New York presso i KAB Studios per il missaggio finale con la supervisione di Fernando Aponte.

Ryuichi Sakamoto

Flumina è il risultato di questo processo, un opera monumentale che è quanto di più sperimentale i due abbiano composto insieme. È una operazione molto cerebrale che, va detto subito e senza mezzi termini, è di difficile fruizione. Non è infatti semplice digerire le 24 tracce (alcune anche molto lunghe), in cui note di piano reiterate vengono accompagnate dalle manipolazioni di sintetizzatori e chitarre, per un plot fatto di ambient minimalista, riverberi, sibili soffusi e atmosfere cicliche. Una cosa che salta subito all’occhio è l’utilizzo delle serie numeriche per i titoli, usati forse per sottolineare la metodicità dell’opera e che sembra quasi un omaggio al math rock, quella particolare corrente di rock alternativo basata sull’applicazione della matematica alla musica, attraverso l’uso di rigidi e complessi schemi ritmici (7/8, 11/3 0 13/8) e che ha visto fra i suoi protagonisti gente come Steve Albini, Slint e Don Caballero. Qui ovviamente siamo lontani dal rock, anzi ne siamo agli antipodi, ma il paragone risulta appropriato per esaltare la duttilità mentale di questi due compositori.

Parlare dei singoli pezzi, oltre che difficile, risulta riduttivo e in fondo inutile. Tuttavia vi sono dei brani che colpiscono più di altri. Il primo pezzo 0318 resta ovviamente subito in mente, perché rappresenta il leitmotiv dell’intera opera. I rintocchi di piano sono inizialmente rarefatti; poi partono gli arrangiamenti sintetici che creano un atmosfera di vuoto, e in questo vuoto il piano entra e infittisce la propria presenza creando giri armonici sempre più complessi con la sovrapposizione delle note. In 0320 si ottiene l’effetto opposto, ovvero i sintetizzatori creano un tappeto sonoro lieve ma pieno, sul quale cadono rintocchi di pianoforte come gocce sullo scorrere di un fiume. In altri pezzi (come 0419) il piano diventa protagonista di un episodio di musica classica contemporanea di grande bellezza e profondità, austero nel suo essere incastonato in scultoree atmosfere ambientali, ma anche evocativo. All’ascoltatore attento, sembrerà quasi di sentire piccoli frammenti di melodie appena accennate, iniziate e poi sospese, quasi a voler spronare chi ascolta a lavorare di immaginazione. A me ad esempio, a metà di questo brano mi è parso di sentire riecheggiare gli accordi di Forbidden Colors dalla colonna sonora del film Furyo, composta dallo stesso Sakamoto e cantata con voce sofferta e intensa da David Sylvian, apice del romanticismo japan oriented di qualche anno fa. Probabilmente sarà stata solo suggestione, ma mi fa piacere pensare che il maestro nipponico abbia voluto quasi omaggiare quella piccola perla di raffinato pop. Il disco (anzi i dischi) non sono solo eterei. Vi sono pezzi, come 0405 o 0407, che si presentano più inquieti, quasi a voler rappresentare una minaccia, o una ancestrale paura che si cela fra le ombre della sera. Ma tutto torna quieto negli altri pezzi dell’album.

Fennesz Sakamoto live

 So che non è andata così, ma sarebbe stato bello se i 24 brani fossero davvero nati suonando il piano sulla riva di un fiume, mentre Fennesz ammira le nuvole scorrere nel cielo sdraiato nell’erba lungo l’argine. Sakamoto è acqua, forte e imprevedibile, Fennesz aria, eterea e sfuggente. Invece, tutto è nato su un freddo palco e da una sorta di equazione matematica. Ed è questo il lato meno riuscito del lavoro, questa contraddizione fra la pura evocazione emotiva del disco e la progettazione “a tavolino” dello stesso. Non ci sarebbe stato nulla da dire se la musica fosse stata espressione di una rappresentazione meccanicistica della realtà moderna, come accadeva nel math rock prima citato. Qui si investono emozioni interiori in cui non dovrebbero trovare spazio algide elucubrazioni numeriche: aria, acqua, la ciclicità del fiume nasce, muore nel mare, sale in cielo come vapore e ricade come pioggia alla sorgente da dove riparte, perfetta rappresentazione della vita. Ma tant’è: Flumina resta comunque un bel disco, e gli animi sensibili trarranno delizioso godimento dal suo ascolto.

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