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Musica

Opinioni di un fan 4. Essere springsteeniani dopo l’acquisto di Wrecking Ball

È “cavalry”.
Era ovvio, non poteva essere altrimenti, stando al senso del discorso, ma in caso ci fosse ancora qualcuno che se lo stesse domandando: è “cavalry”.

Copertina di Wrecking Ball di Bruce Springsteen

Per giorni, dopo l’uscita di We take care of our own, il primo singolo tratto dall’ultimo album di Bruce Springsteen, Wrecking Ball, il web si era infiammato nel dibattito “cavalry” o “calvary”?

Il quesito nacque dal fatto che fu diffuso un video ufficiale corredato di testo in sovraimpressione, in cui un banale errore di battitura aveva trasformato la cavalleria in un calvario. Il significato del verso “There ain’t no help, the calvary stayed home” non lasciava molti dubbi su quale fosse la parola corretta e non so in quanti avrebbero scelto “calvary” se si fosse trattato di uno di quegli esercizi di completamento del testo che si fanno nei test di lingua straniera. Tuttavia, la pronuncia non propriamente cristallina[1] del nostro eroe non aiutava a chiarire il dubbio e ci furono fior fior di fan che si lanciarono in ardite esegesi per giustificare l’uso di “calvary”.
Ora che tutti hanno sotto il naso la prova del fatto che avevo (come sempre) ragione, possiamo procedere con l’analisi dell’album. Viene di seguito considerata l’edizione speciale.

All’esame visivo, la copertina si presenta scura, piuttosto lucida, ma non luccicante, con scritte bianche in stampatello pseudo-manuale.
La confezione è sottile, ma la superficie supera i canonici dodici centimetri per dodici, sfiorando i sedici in altezza, il che la rende un flagello per la maggior parte dei porta-cd.
Al tatto è liscia e fresca e al naso rivela note di cellulosa, inchiostro e figurina Panini.

Aperto, l’astuccio misura ventinove centimetri per quindici e settantacinque e ospita su tutta la superficie la fotografia di un amplificatore (facciata sinistra) e della chitarra di Sprigsteen (facciata destra) ripresi dall’alto su pavimento grigio-industria, in un arzigogolato, quanto inutile, ghirigoro di cavi che farebbe venire un infarto al più posato e paziente dei fonici, che già impazza su t-shirt e merchandising. I massimi esperti di enigmi, paleografia e cerchi nel grano sono riuniti per cercare di decriptare il messaggio del ghirigoro. A prima vista, si individuano diverse “a”, un paio di “l” e delle volute che potrebbero essere delle “c”, delle “e”, ma anche dei “9”, dei “6” o dei brezel. Mi persuado che debba per forza esserci scritto “Clarence” e cerco dappertutto la successione di caratteri. Ripiego, nell’ordine, su “Big Man” e “Clemons”, ma continuo a non individuare alcuna scritta. Provo appoggiandomi la copertina sulla punta del naso e allontanandola lentamente senza cambiare la messa a fuoco del mio sguardo, certa che vedrò apparire un sassofono su un piano intermedio. Smetto prima di rimanere irrimediabilmente strabica, ma comincio a convincermi di aver intravisto un ottavino.

Le mie prossime tazze 

Sospetto che, come in quel film con Michael Douglas e Kathleen Turner (e mi riferisco a All’inseguimento della pietra verde, non alla Guerra dei Roses), occorra piegare la mappa affinché essa corrisponda al terreno e riveli l’ubicazione del tesoro. Decido che non farò origami della preziosa copertina di Wrecking Ball e mi rassegno al fatto che è Springsteen, mica i Beatles, probabilmente i cavi sono disposti così perché era parso carino, o perché Bruce è un ometto incredibilmente dispettoso.

Il libretto è in carta patinata anti-ditate: nonostante io abbia mangiato pollo arrosto e non sia passata dal rubinetto, non lascio impronte visibili, neppure in controluce. Sulla copertina c’è Springsteen vestito di nero, su sfondo nero, che, in linea con la più tipica iconografia springsteeniana, impugna la chitarra alzandola, nascondendosi mezza faccia col manico. La chitarra di questa e di molte altre foto è la stessa che era comparsa sulla copertina di Born to Run, tanto per rinforzare il collegamento con un passato fastoso grazie a una mano di vernice color leggenda.

Seguono, in bianco su sfondo lignite-antracite con titoli in bianchetto, i testi de brani.
Su We take care of our own sono già stati spesi fiumi di inchiostro (anche mio); sempre a giudicare dal solo testo, Easy money dev’essere un avanzo di Tom Joad o di Devils and Dust e anche Shackled and drawn non lascia maggiori spiragli alla speranza; Jack of alla trades è il secondo singolo dell’album (l’Ave Maria di Schubert, per quelli che hanno ascoltato qualcosa in giro) e, mutato l’interlocutore diegetico, ricalca i temi del brano precedente (“Gambling man rolls the dice/ workingman pays the bill” da una parte e “The banker man grosw fat / working man grows thin” dall’altra) con fugaci concessioni alla speranza e alla violenza. La pagina accanto ci consegna uno Springsteen immortalato a fuoco fra l’umanità nebulosa di un bar fittizio, con il corto braccio appoggiato disinvoltamente al bancone e nell’atto di guardare l’obiettivo con l’espressione da “Embé, che guardi? Non hai mai visto un sessantenne alto un metro e trenta incredibilmente bonazzo?”. Variano di poco sul tema Death to my hometown e This Depression, fra i cui testi si staglia la silhouette di Bruce-con-chitarra in carbon fossile su sfondo torba.
Segue Wrecking Ball, su due pagine e con tanto di foto a colori.

Il paginone centrale è sottosfruttato, recando esso a destra il testo di You’ve got it (imbarazzante divagazione lubrica) e a sinistra foto a colori di Springsteen con sguardo da beccaccione stile Tunnel of Love, vestito (ma no?) di nero, seduto su un divano nero, affinché nella composizione del quadro risaltino solo il viso e una mano. Clamorosa autorete: è la mano di un vecchio. Sotto un viso maturo, ma giovanile, attraente e pieno di vita, spunta, da un giubbotto di pelle scelto per trasmettere un’immagine da rocker tutto vitalità e dinamismo, una mano tozza, rugosa, piena di pieghe e presumibilmente ruvida. Giriamo pagina. Incappiamo nella foto artistica, l’ennesima figura in controluce, stavolta con i contorni sfumati, ritratta davanti a quella che ha tutta l’aria di essere la porta in plastica trasparente di un capannone retrattile, o di un locale per l’isolamento dei soggetti esposti a radiazioni. Anche questa impazza su abbigliamento e gadget.
Il testo a fronte è quello di Rocky Ground, il terzo singolo. L’inascoltabile. Mi pare di aver già esposto la mia Teoria degli Inascoltabili. Negli anni recenti si sono presentati anche con maggiore frequenza ed ecco, ineluttabile come la morte, l’Inascoltabile del diciassettesimo album in studio di Springsteen. Non leggo il testo: non voglio scoprire quale messaggio è stato sacrificato a questo mezzo.

Segue foto a colori di un Bruce che sprizza energia; magari non esattamente colto in una delle sue espressioni migliori, ma senz’altro spontaneo e vicino a quello che i fan idolatrano sui palchi di tutto il mondo. Il brano è Land of Hope and Dreams, nota al pubblico da una dozzina d’anni e vero traino del disco. La pagina seguente raccoglie gli ultimi tre brani del disco: We are alive, che è una canzone sui morti ed è l’ultima dell’album, e le due bonus tracks dell’edizione speciale (alzi la mano chi, per risparmiare due euro, ha comprato la versione normale): Swallowed up (in the belly of the whale) e American Land. Quest’ultimo brano è, ancora una volta, lungi dall’essere una novità per i fan, che da anni la ascoltano in chiusura di quasi tutti i concerti, mentre il precedente è un’altra metafora dell’ingiustizia sociale, in salsa Capossela, ma meno lirica.

Bruce che promette bene nonostante tutto

Ci sono ancora due pagine. L’ultima è occupata dai crediti; la lunga lista di musicisti aggiunti mi insospettisce non poco e mi preparo psicologicamente a un disco con arrangiamenti massicci, pieno di archi, fiati e coretti.

Nella penultima si vedono Bruce e Clarence di spalle che salutano il pubblico e, alla loro destra, un’elegia piena di retorica springsteeniana che intende esprimere il dolore per la perdita dell’amico e invitare i fan che lo hanno amato a portarlo nel cuore. 
Probabilmente a causa della natura pubblica del supporto su cui tale omaggio viene divulgato e di un pregiudizio personale che mi porta a ritenere il dolore una cosa privata, trovo questa esternazione di scarsissimo gusto, ma sapendo che gli americani fanno rinfreschi dopo i funerali, mi sforzo di contestualizzarla e apprezzarne il valore sentimentale. 

Chiudo il libretto tutto sommato contenta e mi accingo all’ascolto, sul quale, per molti motivi, è bene ch’io non mi esprima.

Note

[1] Si veda, in proposito: Stiller Ben, “Counting with Bruce Springsteen”, in Ben Stiller Show, MTV, 1990. Ora in You Tube:

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