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Bender: il paradosso del robot/umano che si riflette in ognuno di noi

BenderTra gli innumerevoli personaggi geniali e brillanti del disegnatore e autore Matt Groening (per i pochi che non lo sapessero, già creatore de I Simpson), Bender è senza dubbio uno dei più controversi ed efficaci, data la sua caratterizzazione paradossale e difficilmente definibile. Protagonista della serie Futurama (che nel periodo estivo Italia 1 ritrasmette con sommo gaudio degli appassionati), Bender è un robot che lavora affianco di Fry e Leela a bordo del Planet Express, con mansioni non ben definite.

Bender è un personaggio non razionalmente concepibile, intrinsecamente paradossale (come giusto che sia per un personaggio di un cartone animato): la sua paradossalità è compresa nella dialettica robot/coscienza umana, che viene tirata in ballo in ogni puntata e ovviamente lasciata in sospeso perché non risolvibile. Da tale dialettica (costruzione artificiale/vita autentica) Bender assorbe una forza tale che ne fa un’allegoria della contemporaneità. Bisogna infatti dire che, in maniera evidente, Futurama è una serie dedicata alla contemporaneità che, a differenza de I Simpson, attraverso l’ambientazione fantascientifica permette uno sguardo ancora più spietato e tagliente sull’oggi. Ogni puntata è costruita su riferimenti a temi, problemi e questioni del nostro presente, per questo Futurama è un divertente e geniale “anacronismo”, che rinuncia a qualsiasi ipotetico realismo del futuro. Infatti, in alcuni dei momenti più esilaranti, i personaggi sono impegnati a spiegare “scientificamente” o “epistemologicamente” alcuni accadimenti relativi all’anno 3000, e le proposizioni appaiono palesemente surreali e grottesche. Ciò vale in particolar modo per Bender.

Tornando perciò al robot votato all’odio e al furto, che si alimenta di alcool e che trascorre le sue giornate tra l’illegalità, l’immoralità e l’avidità, possiamo evidenziare come siano numerose le contrapposizioni dialettiche che ne fanno un personaggio “irrisolto”, ambiguo, paradossale. Bender è un portento dell’ingegneria robotica, eppure il suo design è particolarmente obsoleto (addirittura per noi abitanti del XXI secolo!), e ci riporta alla mente gli immaginari futuristici dei b-movie americani degli anni ‘50. Oltre a questo, tentando di sorvolare sulla sua “essenza robotica”, Bender è un cinico, sarcastico e egoista, ma come accade in tutte le serie TV nasconde in sé (molto in profondità) una sensibilità particolare, spesso rivolta ai suoi amici e colleghi. La genialità di Groening è d’altronde questa (soluzione che spesso è stata adottata anche a proposito di Homer ne I Simpson): quando il fatto narrato manifesta in maniera evidente che le cose “volgeranno al meglio” a prescindere dalle sue azioni, allora Bender è libero di dare sfogo alla sua natura perversa e maligna (anche rivolgendosi contro i suoi affetti), quando invece la sua decisione diviene decisiva, allora il robot mostra la sua faccia più altruista e buona.

Bender - wallpaper

Non si tratta di contrapporre una visione del robot (cattivo e egoista) a quella dell’uomo (sensibile e interessato alle sorti altrui); il robot non può essere né cattivo né maligno, in quanto non ha coscienza di esserlo. Esso è “cosa programmata”; l’egoismo, la malignità, il sadismo appartengono tutti all’essere umano. Per questo il paradosso più palese di Bender è quello tra “creazione artificiale” e uomo (in ognuna delle sue usuali connotazioni, positive ma soprattutto negative). Bender è avido, è un approfittatore, ma è anche capace di innamorarsi e di affezionarsi agli altri; tutto questo implica che Bender abbia una “coscienza”, cosa che contraddice la sua natura artificiale che dovrebbe garantirgli una funzionalità esclusivamente tecnica determinata da programmazioni esterne.

Parlavamo di allegoria della contemporaneità: Bender, in prima facie, è un “prodotto”. È stato costruito in maniera “industriale” (ricordiamo la rozzezza del modello, che lo associa a un’idea di fabbrica vecchio stile); in questo Bender è molto vicino alla condizione di ciascuno di noi, che ormai deve la sua stessa posizione nel mondo alla regolamentazione industriale e al sistema sociale. Anche noi siamo “prodotti”, in ciò che facciamo, nelle nostre convinzioni, nelle nostre modalità di comportamento e di percezione. Ma Bender ci insegna come (in maniera paradossale, come solo le favole possono esserlo) ci si possa opporre al proprio destino di “cosa”, affermando una individualità complessa e (guarda caso) in tutto e per tutto opposta al sistema. La sua cattiveria è il riscatto da una condizione di servilismo e di automatismo totali, è l’affermazione dell’essere in quanto coscienza che si oppone a ciò che gli altri hanno deciso per lui.

Bender furiosoBender sembra dirci inoltre che ciò che il sistema si aspettava da lui (e da noi) in quanto “prodotto” era “obbedienza”, “rispetto per chi lo ha generato”, manifestabili anche attraverso affetto o riconoscenza. Bender sconvolge le aspettative e getta il caos nell’ordine costituito, perché lascia intendere al sistema “che sarebbe stato meglio non fosse stato mai creato!”. Questo è il modo che è concesso a noi tutti di opporci a una condizione dalla quale, paradossalmente, non ci è concesso di liberarci (come Bender non può rinnegare il suo essere un robot, tanto che è orgoglioso della sua natura e ne va fiero, così noi non possiamo trarci fuori dalla condizione che ci ha determinato e costruito).
A differenza di Pinocchio, Bender non desidera diventare umano, perché in fondo già lo è! Se nel romanzo di Collodi la condizione per diventare di “carne e ossa” era quella di essere un “buon burattino” (perciò omologato allo status quo, rispettoso delle condizioni imposte da chi lo ha generato, livellabile alle norme esterne…), Bender preferisce rivendicare fieramente la sua condizione disprezzando gli umani, pur essendo umano egli stesso! (altra prospettiva paradossale del personaggio in questione).

Bender sarebbe l’ultimo a poter rivendicare una individualità, una vitalità, una volontà di progettazione e di affermazione del sé, dato che è una “cosa”; eppure proprio lui, creato e costruito come “cosa”, ci trasmette quel sentimento per l’utopia dell’emancipazione che ormai abbiamo tralasciato per accettare incondizionatamente la regola del “nessun mutamento è possibile”. E la via che ci indica il nostro eroe non è quella della “pace”, dell’ “amore reciproco” e della “solidarietà” (che, diciamocelo, hanno fallito tante di quelle volte…), ma di una sana adozione di tutta la “gamma” dei sentimenti e dei comportamenti umani autentici: dall’avidità all’esibizionismo, dall’odio alla vendetta, anche ovviamente l’amore e l’affetto, ma non indiscriminatamente perché significherebbe svuotarli di senso. Mentre il sistema vorrebbe che i “burattini” o “robot” che noi siamo nella nostra attuale condizione storica e sociale si impegnassero a diventare “buoni”, “obbedienti”, “altruisti”, Bender ci urla di godere della nostra condizione, di non rinnegare nulla della nostra natura, perché questa è l’unica strada per un cambiamento utopico. D’altronde, Futurama è una favola, dove il paradosso dell’utopia può magicamente sussistere… ma le favole non hanno sempre avuto qualcosa da dirci e da insegnarci fin da piccoli? E allora perché non da adulti, anche quando tali favole sono “scomode” e “politicamente scorrette”?

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