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Scrittura

Scena trentaquattro. Interno notte

La sceneggiatura è una bottoniera che si schiude asola dopo asola rivelando ciò che copre (o nasconde)…

(Age, Scriviamo un film)

PaesaggioCosa rimane di lui?

Un fascio di nervi, due occhi che aggettano, un viso scarnificato e consunto, una pellaccia livida.

Non mangia, non beve. Solo l’indispensabile. Nel dubbio se assumere anche quello.

E dire che era un soggetto banale. Mieloso, mediocre, volgare.

Cammina per ore, al porto, nei giardini. Cammina forsennatamente, si guarda poco intorno, poco gli importa di quanto accade di fuori: gli basta assentarsi.

Si trattava di una storia dozzinale, fatta di personaggi dozzinali, eppure…

Aveva accettato solo per soldi. Un servizietto mercenario. Le cose non gli andavano bene, ultimamente. Troppi no lo stavano escludendo dalla piazza. Per difendere l’integrità artistica, per poter dire di non essersi mai lasciato assimilare dalle logiche industriali, era finito al verde. E, al verde, aveva accettato.

Ricevuto il trattamento, seppe che l’autrice, motivi di salute, pare, non avrebbe partecipato. Ma neanche il regista. Un po’ tutti, era l’impressione, quel film lo facevano così, tanto per fare. E sperando in un successo di pubblico su cui lui, a differenza degli altri, fu scettico da subito. Era roba che non andava più, di quei film che nascono già vecchi. Un mélo in salsa proletaria più patetico di quelli che girava Matarazzo sessant’anni fa: padre sorcio di fabbrica violentatore incestuoso dei figli con beneplacito di moglie alcolizzata, un porcile d’appartamento occupato abusivamente in un edificio mezzo diroccato di una periferia violenta, il figlio più grande pescatore che si butta in mare esasperato dalle vessazioni paterne e si parla d’incidente ma si sa che si è suicidato, la figlia impazzita diventata ninfomane e prostituta, l’altra figlia, la protagonista, l’eroina, Lisetta… Lisetta. Lei… fa tante cose, ne fa, le succedono. Quando il fratello s’ammazza, si decide a denunciare tutto. Va dal parroco e domanda aiuto. Ma le viene detto che la sopportazione le aprirà il regno dei cieli. Di sopportare in silenzio. E non tradire chi le ha dato la vita. E poi s’innamora. Di un ragazzo che fa il cameriere nel ristorante dove anche lei trova lavoro, come sguattera. Il giovane intuisce la sofferenza di Lisetta, vuole aiutarla. Ne nasce una storia, ma accende la gelosia malata del padre. Il padre uccide Lisetta, il ragazzo cerca di uccidere il padre, ma ne avrà pietà.

Lisetta

Gli fu richiesta una sceneggiatura “enfatica”, come se la storia non fosse stata sufficiente.

E lui ci si applicò. Senza discutere. Non gli importava nulla. Il patto era: nessun coinvolgimento emotivo.

Ma allora perché, perché?

Perché diavolo quel giorno, in confessionale, al posto di padre Roberto, ci entrò lui? Così, senza un motivo apparente. O forse era curioso? Forse già Lisetta non gli era indifferente? Difficile stabilirlo. Lui ci pensa, ci pensa ossessivamente, mentre cammina, ma niente. Fatto sta che ci entrò. Con la veste talare, camuffato da prete. E due piccoli lapislazzuli, di un fulgore malinconico, scintillavano oltre la grata: gli occhi di lei. Di Lisetta, una sagoma indefinita che parlava lagnandosi un linguaggio da romanzo d’appendice fra svarioni sintattici e invocazioni al cielo. Era una mente brillante? No. Una testolina rozza, bigotta, banale. Niente a che spartire con le donne dei film magnifici che aveva sceneggiato in passato e nessuno aveva visto, pellicole a base di primissimi piani e dettagli insinuanti, di allusioni e metafore e reticenze da poterci ricavare un manuale di retorica. E donne meravigliose, personaggi femminili d’antologia. Imperscrutabili, proteiformi, complessi, inafferrabili. Labirinti psicologici in cui era sublime smarrirsi. Le aveva ammirate, si era commosso scrivendole; le parole erano sempre poche, e inadeguate, per essere messe sulla bocca di donne simili, e lui a rodersi, a lambiccarsi. Ma si trattava di amori cartacei, di venerazioni estetiche. Per lei, invece… Forse non subito. O forse sì. L’ascoltò. Non credeva ma lo stomaco gli andò in subbuglio. Lei parlava male, raccontava una storia vieta, ma c’era qualcosa che lo coinvolgeva. Forse il ricordo della sua infanzia felice, della quiete borghese della villetta dove ancora abitano i suoi, al confronto con l’infanzia di lei. Forse il coraggio temerario e straziato con cui quella giovane senza istruzione e nutrita di paura domandava giustizia, per un fratello morto, per sé. Si sentì un verme a dirle quelle parole. A imporle l’omertà, la soggezione alle perversioni del suo ambiente. Ma che poteva fare? Lui era padre Roberto.

Paesaggio 2

Per espiare decise di darsi una seconda possibilità. E fu il secondo errore. Andò al ristorante. S’infilò la divisa e si spacciò per Alessandro. Altra figura di una piattezza mostruosa. Ma uno dei pochi, forse l’unico, che guarda Lisetta in faccia. La madre ha la vista appannata dall’alcol, il padre la figlia la guarda solo dal collo in giù. Ed è proprio bello il viso di Lisetta, quando lei arriva al ristorante per il primo giorno di lavoro e loro si conoscono, e lei gli sorride, e gli occhi sono davvero due lapislazzuli, e i capelli una boscaglia di riccioli neri, e la bocca una fettina di melone su di una tovaglia di lino. Un incarnato tanto delicato lo colpisce. Anche lui, come Alessandro, ne è folgorato. È bellissima Lisetta, nonostante ciò che le è capitato, e le capita continuamente. Ed è anche dolce, è cortese, ha una gentilezza innata. No, non si tratta di leziosità. Non è, come lui aveva creduto, lo zucchero a velo sparso sulle eroine rosa. Lo comprende adesso, vedendo Lisetta che stringe la mano ai nuovi colleghi, che dispensa garbo e commenti sciocchi, ma gentili. È una peculiare forma di dignità, la siepe che Lisetta ha piantato, annaffiato e cresciuto intorno al suo corpo violato e alla sua disgraziata persona per difendersi dall’orrore, perché la vita non le amputasse anche quel po’ di bellezza che possedeva.

Ritratto

Lisetta era un personaggio banale, certo. La protagonista inutile di un soggetto inutile di un film che, contrariamente alle speranze dei produttori, sarebbe stato un fiasco. Ma lui se n’era innamorato. Pieno di rabbia: innamorarsi di una del genere! Ma, sarà stato lo spirito del missionario, che, sia chiaro, non si era mai manifestato prima, lui, come Alessandro e più forte ancora, perché Alessandro era un popolano incolto, lui un uomo di lettere, sentiva impellente la voglia, il dovere, chissà mai, di strappare Lisetta al suo destino. Sapeva di poterle offrire tanto, ciò che lei non aveva mai avuto: rispetto, affetto, considerazione. Un appartamento decoroso, dove nessuno si ubriacava o menava le mani. Un giardino in cui la siepe di lei attecchisse e si sviluppasse senza impedimenti.

E invece lui doveva ucciderla! Farla uccidere, che vuol dire ucciderla.

Scena trentaquattro. Interno notte. La vedeva, l’aveva perfino sognata. Camera da letto. Piano americano di Lisetta che si spoglia, si leva la divisa da lavoro. Il padre che arriva da dietro, con un sacchetto di cellophane. Sguardo tracotante. Ghigno ferale. Mugugna qualcosa di calunnioso e via. Lisetta si dimena (…“una sceneggiatura enfatica”), si dimena, come una farfalla intrappolata in un bicchiere, e… Lisetta rotola a terra; piano americano del solo padre.

Sa che deve scriverla, la scena trentaquattro, ma non ce la fa.

Paesaggio 3Ormai la casa non è più solo sua, è sua, e di Lisetta. Per quando arriverà. Lui ha in testa grandi progetti. Tanti libri che vorrebbe darle da leggere, per liberare la sua boccuccia dolce dai solecismi e dagli strafalcioni. La metà di letto che le apparterrà, e molto altro. Ma sono tutti sogni. Loro non possono sopravvivere entrambi. Per risparmiare lei, deve morire lui. Se lui vuole vivere, deve morire lei. “Non accettiamo variazioni del soggetto”. Senza il delitto di Lisetta, non ci sarà il film. E, in fondo, lui si vergogna, a dire di amarla. Non gli era mai successo. Non sa che fare.

Non mangia, non beve. Cammina.

A casa lo attende la scena trentaquattro. Per questo passa molto tempo fuori.

E dire che era solo un brutto soggetto.

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