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Arte

Artisti, siete innocenti?

Una riflessione sull'esposizione di Adel Abdessemed al Centre Pompidou

Je suis innocent (Io sono innocente), titolo dell’esposizione del Centre Pompidou dedicata ad Adel Abdessemed, sembra più un’ammissione di colpa che il suo contrario. È infatti piuttosto raro che in Francia un under 50 ottenga di esporre in una istituzione così di prestigio, e diverse sono le voci che legherebbero il successo di questo artista di origine algerina al tenace sostegno della fondazione Pinault. Abdessemed è effettivamente uno dei pezzi forti della scuderia del collezionista, e diverse opere di Pinault sono state prestate per organizzare questa mostra importante, che esordisce già dalla piazza del Centre Pompidou con Coup de tête (colpo di testa, 2011-2012) una statuaria gigantografia del momento più caldo del penultimo mondiale, quello della famosa testata di Zidane a Materazzi.

Coup de tête

Ma è difficile oggi poter definire quanto il mercato dell’arte e il favore dei collezionisti possa determinare il valore di un’opera; bisognerebbe innanzitutto cercare di definire cosa si intenda per valore di un’opera artistica, e capire se è ancora possibile differenziare un certo valore economico dal valore “culturale” dell’arte. Facendo attenzione, quello che si inizia a percepire è (finalmente) un certo fastidio che la critica denuncia verso gli artisti dello star system, quelli alla Jeff Koons o alla Damien Hirst, che operano solo nel mastodontico, nel monumentale, con creazioni spettacolari per dimensioni, facilità dei temi trattati, capacità comunicativa, colori, costi soprattutto, ma che mantengono (io credo) un profondo assetto nichilista. E, come sostiene Agamben:

finché il nichilismo governerà segretamente il corso della storia occidentale, l’arte non uscirà dal suo interminabile crepuscolo.

Giorgio Agamben (1)

Ecco, Adel Abdessemed sembrerebbe a tratti allinearsi a questo tipo di produzione; la spettacolarità di certe sue opere farebbe presagire che all’artista piace giocare facile: sensazioni scioccanti ed immediate, dimensioni smisurate, azioni violente. Eppure, sarà per l’origine algerina e quindi la maturata sensibilità verso la diversità culturale, sarà per il fatto che Abdessemed è giovane e forse ancora vergine rispetto all’imbalsamato sistema artistico contemporaneo, si avverte qualcosa di puro ed avvincente nelle sue opere, una riflessione ed un senso della misura innati, un legame viscerale verso il lato umano degli eventi. Adel Abdessemed è innanzitutto un artista del conflitto: tutto nelle sue opere sembra inneggiare all’atto violento, corrosivo. Il potere dell’immagine è utilizzato per suscitare una perenne esaltazione dell’azione, spesso rivoltante, scioccante; ma, a differenza di certi suoi colleghi, le cui produzioni abbaglianti e colorate sembrano lottare contro i mulini a vento di una cultura inesistente, la guerra di Abdessemed resta saldamente ancorata alla storia, ai fatti di cronaca, alla realtà che stiamo vivendo e che ci investe.

Who’s Afraid of the Big Bad Wolf ? (2011 – 2012) è un pannello di 363 centimetri di altezza per 770 di lunghezza in cui degli animali selvaggi imbalsamati si accavallano gli uni sugli altri in una sorta di selvoso incubo verticale. L’impressione diventa ancora più forte se si pensa che Adel Abdessemed per realizzare questa opera ha ripreso esattamente le dimensioni della Guernica di Picasso, dipinto bellico per eccellenza.

Who's afraid of the big bad wolf?

Nel video Lise (2011) una giovane donna allatta al seno un piccolo maiale; tutta la dolcezza dell’atto materno si trasforma quindi in una rivoltante scena apocalittica.
Décor, (2011-2012) è la successione di 4 enormi cristi crocifissi realizzati con fil di ferro e lamette. L’unicità sacrale dell’immagine del crocifisso (l’unicità e trinità di Dio è uno dei più importanti dogmi del cristianesimo) viene qui sconfitta dalla riproduzione seriale. Hope è l’inquietante barcone colmo di sacchi della spazzatura, metafora delle traversate che i migranti fanno per raggiungere l’Europa, che fluttua nel vuoto e sembra cercare invano le rive di un immaginario a cui approdare.

Ma torniamo a Coup de tête, che ci attende mastodontico all’ingresso del Centre Pompidou. C’é chi ha letto in questa statua l’elogio di una presunta rivincita algerina (Zidane e Abdessemed hanno le stesse origini). Eppure Abdessemed sembra piuttosto spogliare l’evento di qualsiasi giudizio valoriale. A differenza di altre interpretazioni artistiche dello stesso momento (pensiamo a Zidane: A 21st-Century Portrait (2006) di Douglas Gordon e Philippe Parreno o all’installazione del 2008 di Harun Farocki, Deep Play), Abdessemed sceglie di abbandonare la mediatizzazione e la spettacolarizzazione dell’evento per mettere in evidenza solamente il confronto sportivo, il contrasto tra due colossi e la dinamica tensiva che si crea tra di loro, il movimento congiunturale che si scatena a partire da questa azione. Abdessemed fa del Centre Pompidou uno stadio, ci riporta direttamente sugli spalti per rivivere di nuovo l’attimo prima del boom mediatico, prima dell’interpretazione sociale e culturale di un gesto che non è ancora violenza, non è ancora offesa, reazione, esplosione. Quando l’atto sportivo esce dal regime fittizio del gioco ed entra nella dimensione del reale diventando uno scontro tra persone, culture, regole, aspettative, allora l’arte può riappriopriarsene e restituircene una dimensione rarefatta, puramente fittizia, materica, che ricorda le immagini di lotta e confronti sportivi dell’antica Grecia.

Hope

In questo senso, l’originalità dell’approccio di Abdessemed è ammirevole e si avvicina notevolmente all’enigmatico senso del ready made, riuscendo ad associare riproducibilità ed originalità dell’oggetto. Adel Abdessemed è un artista ancora vivace, inedito, e l’esposizione Je suis innocent merita senz’altro una visita, quanto meno per concedersi, ancora una volta, l’elogio del dubbio.

Adel Abdessemed – Je suis innocent
Parigi
fino al 7 gennaio al Centre Pompidou
www.centrepompidou.fr

Note:

(1) Giorgio Agamben, L’uomo senza contenuto, Quodlibet 1994

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