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Percorsi

Saigon by night (II)

Skyline notturno di SaigonCerco di ricordare quale fosse l’immagine – mediata e mediatizzata – che mi ero costruito di Saigon prima della partenza; ma davvero non riesco a metterla a fuoco. Certamente di una città in evoluzione, in espansione – questo è pur sempre il Vietnam più meticcio e occidentalizzato – ma nulla di più definito. E non mi aiuta, in questo sforzo mnemonico, lo schizofrenico divenire umano e architettonico che mi circonda. Un divenire che, in effetti, riesce a eludere qualsiasi categoria di giudizio, qualsiasi mio tentativo di trovarne un senso, una ragione, un solido punto d’approccio. Da un lato la storia – recente – si staglia immobile a ogni angolo, inscenando fantasmi le cui ombre sono rese ancor più temibili dall’éclaire de lune che ci sovrasta: targhe e statue commemorative, ex palazzi governativi riconvertiti in musei, bandiere che ammantano il zelante sentimento nazionalista del nuovo Vietnam; dall’altro il rutilante dispiegarsi del presente sembra portarsi appresso un vitalistico ottimismo, i cui tratti inequivocabili sono stampati sui volti delle persone come un’inaspettata, eppure tanto attesa, epifania. È l’ottimismo materialistico di chi vede nella ricchezza l’eventuale emancipazione dalle storture di un passato ciclicamente vessatorio. “E se questa volta la storia fosse diversa?”, devono pensare le giovani generazioni vietnamite, “What if…?” Anche noi, dopotutto, abbiamo conosciuto quest’ottimismo. Ma l’emancipazione che andava spifferando in giro, ora sì, sappiamo trattarsi di mera illusione contabile. E la presunta, cristiana, dignificazione del lavoro, del sacrificio, della rinuncia – valori in sé capaci di costruire l’utopia di un domani salvifico – non si è dimostrata che un’imbastardita retorica da circo. Chissà se lo sanno. Chissà se lo immaginano, loro, the new vietnamese youth, quanto puzza di ingiustizia l’epifania che ostentano attraverso i loro sorrisi convinti e convincenti, ingenua beatitudine che sa tanto di speranza e, purtroppo, anche di illusione. Ma, forse, l’illusione è esattamente ciò che ora, queste persone, cercano. Non vogliono svegliarsi. Loro, almeno, hanno lottato, resistito, prima che l’onda li travolgesse. Noi, al contrario, ne abbiamo assecondato l’impeto. E allora, come potrei pretendere di svegliarli? How could I dare?

Bambine vietnamite sorridentiMi limito a vagare con la testa un po’ pesante e le gambe leggere per le vie del quartiere. C’est une jouyeuse parade de l’Inconnu, nobile contatto di differenze antropologiche. Incontro volti e sguardi di ogni genere, pelli livide e occhi verdi, pelli olivastre e occhi neri, ogni sguardo e ogni volto con la loro storia segreta da tramandare o da custodire. E vorrei conoscerle tutte, queste storie. Anche stasera, che la birra e il fuso orario hanno alterato la mia percezione. È chiedere troppo, forse? Può darsi. In fondo, non bisogna pretendere di accelerare troppo i ritmi del viaggio. Sarà il tempo dell’attesa a dischiudermi innanzi queste storie. E allora continuo a passeggiare, senza pretese, limitandomi a fotografare, ad ogni angolo, gli afflati di un mondo giullaresco ormai pronto ad assopirsi. Je suis seul, ma quanta placida accoglienza trasuda l’atmosfera tutt’intorno. E mi sovviene che la solitudine – quella voluta e cercata – sia, in fin dei conti, un esercizio di estremo rispetto per se stessi e per gli altri. Siamo le relazioni che costruiamo, certo; ma è la solitudine che permette di guardare a queste relazioni da una certa distanza, attribuendo loro il giusto peso della necessità. 

Mi siedo nella terrasse di una piccola taverna che profonde all’esterno musica electro-jazz. Il menu è scritto in vietnamita con sottotitoli in inglese. L’époque coloniale, riecheggia. Ordino un rum con ghiaccio, poi dalla tasca laterale dei pantaloni sfilo una piccola agenda ancora intonsa. Sfoglio le prime pagine, lasciandole, come sempre amo fare, bianche, sicché le riflessioni che scriverò da lì in avanti ne saranno in qualche modo protette. Sorseggio il rum; il ghiaccio già sciolto ancor prima che la cameriera mi posnesse il bicchiere davanti. Annoto la data e alcune riflessioni in ordine sparso: la gaudente incomprensibilità del quartiere, il ragazzo della bancarella, il tassista e l’improvvisata coppia anglo-vietnamita, l’anziana impassibile al lume di lampione, gli odori acri dei take away on the street. Alzo gli occhi dalla penna per cercare di inquadrare i ricordi di questa giornata all’interno di una prospettiva più obiettiva. Scavo nel linguaggio e mi interrogo sui cenni, le movenze, i gesti delle persone che ho incontrato. Fino a che punto la mia interpretazione può essere viziata di eurocentrismo? E da che punto, invece, ciò che ho vissuto (e vivrò), è (e sarà) sintomo di una comune concezione dell’essere umano? Difficile dirlo. Credo che solo il lento attraversamento che mi aspetta – da Saigon a Hanoi – potrà offrire una risposta a questi quesiti, ben sapendo che dovrò continuare a coltivarli con zelo e pervicacia, se vorrò evitare di servirmi di risposte inscatolate. La stupidità non sta tanto nelle cose che si dicono, ma nelle domande che non ci si pone.

Bar di Saigon

Chiudo l’agenda, in un sorso finisco l’ultimo dito di rum e mi alzo lasciando un centinaio di dong sul tavolino. L’aria è sempre calda, ma si è fatta più respirabile. Il vento è cambiato. Ora che i personaggi della mia giornata sono impressi, al sicuro, sulla carta, una spenta lucidità si impossessa del miei passi. I cannot feel the spell anymore; just cars and urban noises all around. E realizzo davvero di non sapere dove mi trovo. Je suis perdu, je suis nulle part. Si prospetta un rientro difficile. Valuto il livello di ottundimento che l’alcol mi ha instillato, grado dopo grado, nel cervello, e la possibilità di prendere un taxi si concretizza, sennonché, proprio quando mi appresto ad accostare una vettura ferma ad un incrocio realizzo, come riemergendo dalle maglie di un sogno sempre più pallido, di trovarmi finalmente su un’arteria ampia e trafficata. La riconosco, è D Le Lai, la via della mia pensione. Accelero convinto il passo. Dopo un centinaio di metri, una coppia di ragazze in motorino mi affianca e mi strizza l’occhio. “Come, come!” dicono in un inglese pulito. Sorrido, imbarazzato. Mi fanno cenno di salire, tirandomi per la maglietta. Avranno neanche diciott’anni. In tre su uno scooter mi pare troppo. “Come!” ripetono. Probabilmente credono che io abbia contante americano – moneta forte – ma purtroppo si sbagliano. “Where are you from?”; “Italy”; “Ah, Italy… wonderful country!”; “Have you been there?” chiedo, incuriosito. “No, but we saw it on TV”. Ah, ecco la TV, finestra di falsa coscienza sul mondo. Ingenua domanda, generica risposta. Faccio un cenno deciso di diniego con la mano, “I’m too tired…” replico senza convinzione. Non una gran risposta, in effetti, ma pare sufficiente a dissuaderle. Mi libero dalla presa al braccio della ragazza seduta didietro e a quel punto lo scooter riprende velocità; pochi istanti e le due sono già evaporate nel traffico lasciandomi in una nuvola di smog. Non riesco neppure a ricordarmi i loro volti. Andare dove, poi?

copertina di "The Quiet American"Nella mia stanza l’aria è pregna d’umidità: spalanco la finestra e accendo il condizionatore. Poi mi levo maglietta e pantaloncini. La lampadina che penzola incerta dal soffitto attira un’infinità di insetti; impossibile temerla accesa, ma siccome ho voglia di leggere, decido di servirmi della luce del cellulare per evitare decine di punture. Fowler deve dire a Phuong che Pyle è morto, ma non trova né il tempo, né le parole giuste. Bad timing. Qualcuno bussa alla mia porta. Sono in mutande. È la receptionist più piccolina, che con un sorriso visibilmente imbarazzato mi restituisce il passaporto. Si scusa. La ringrazio e le dico di non preoccuparsi, “It’s ok, no worries…”. Poi torno alla mia lettura al lume di mobile. Proseguo ancora qualche pagina, ma quando un sonno alcolico mi prende all’improvviso, Phuong ancora non lo sa, che Pyle – suo giovane amore e speranza americana – è stato ucciso.

Didn’t Pyle always go his own way? I looked for any feeling in myself, even resentment at a policeman’s question, but I could find none. No one but Pyle was responsible. Aren’t we all better dead? The opium reasoned within me. But I looked cautiously at Phuong, for it was hard on her. She must have loved him in her way: she had attached herself to youth and hope and seriousness and now they had failed her more than age and despair.  She sat there looking at the two of us and I thought she had not yet understood.

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