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Musica

Neurosis, il riposo del guerriero

Copertina Honor Found In Decay

Chi è stato adolescente negli anni Ottanta, con una spiccata propensione all’ascolto della musica, e in particolare della musica meno compromessa con lo star system, ha avuto il metal come passaggio fondamentale della propria educazione musicale. E quando dico metal intendo tutto il metal, dal doom all’heavy metal classico (tipo la new wave of british heavy metal), dal trash allo speed metal e via dicendo. Difficile che, nella discoteca dei soggetti menzionati ad inizio articolo, non ci sia almeno un album dei vari Iron Maiden, Metallica, Pantera e via dicendo.
Per quanto mi riguarda, invece, il rapporto con questo genere è stato contraddittorio ed altalenante. Contraddittorio perché in esso ho sempre cercato la particolarità, quel minimo di contaminazione che rendesse un pezzo o un album, originali. Ricordo infatti di aver consumato un disco come Operation: Mindcrime dei Queensryche, che ai tempi rappresentavano quanto di più potente e complesso si potesse ascoltare, grazie agli elementi progressive presenti nel loro sound. Era la fine degli anni Ottanta, e sull’ascolto di quei dischi andava via un decennio di buona e cattiva musica, di ideali (pochi) e paranoie (molte), insieme a qualche piccolo sogno personale.

Si diceva che il mio rapporto con il metal, oltre che contradditorio è stato anche altalenante. In effetti il mio interesse per questo genere è andato spesso incontro ad alti e bassi: dall’amore per il prog metal, al disprezzo per il metal più epico, fino all’apprezzamento per alcune cose di area trash (Metallica e Slayer su tutti) e per il revival heavy psych di questi ultimi anni. Tuttavia se c’è un punto fermo nel mio rapporto con la musica “dura”, questo è rappresentato dai Neurosis. Questa band nativa di Oakland, in California, è la summa di tutto ciò che chiederei se esistesse un dio della musica per creare la perfetta metal band. Potenti, originali, contaminati, intelligenti, fautori di un progetto non solo musicale, ma anche visuale, capaci di fondere metal, industrial, ambient, folk come mai nessuno aveva fatto prima. In una parola: fondamentali.

È chiaro che il gruppo non è arrivato a raggiungere tali vette compositive per grazia ricevuta. I Neurosis sono partiti da lontano. Era il 1988 quando davano alle stampe il debutto Pain Of Mind dove, pur tra forti reminiscenze Black Flag, si intravedeva un’attitudine alla sperimentazione poco comune alle altre band di area hardcore. Ma è da Soul at Zero in poi che i Neurosis iniziano una cavalcata entusiasmante, che li porterà a diventare un punto di riferimento per la scena alternativa in generale. Determinanti, in questo senso, i progetti paralleli: i Tribes of Neurot con il loro tribalismo industriale e i dischi solisti dei chitarristi Steve Von Till e Scott Kelly, che hanno avuto il merito di far affinare l’anima più folk e contemplativa del gruppo. Enemy Of The Sun, Through Silver In Blood, A Sun That Never Set sono alcuni titoli dei loro capolavori, dischi pieni di spunti, di idee ed influenze, anche a livello lirico, dove i Neurosis sbattono in faccia all’ascoltatore la negatività del mondo globalizzato, fra la perdita dell’individualità personale e la fine della dignità collettiva, attraverso l’alienazione, la disperazione e l’apatia. Un carico di rabbia e disillusione, a volte vissuto con combattività altre con rassegnazione, ma sempre con un’esemplare lucidità di analisi.

Neurosis

Anche in Honor Found In Decay, decimo studio album in venticinque anni di carriera, si ritrovano i medesimi temi che hanno caratterizzato fin qui la loro opera, ma è il mood del disco che non convince appieno. È strano a dirsi, soprattutto da un fan della prima ora come me, ma la sensazione è che la band sia come appagata, o forse stanca, di quanto fatto e dei traguardi raggiunti.
Il primo pezzo We All Rage In Gold, è un urlo straziante costruito su un accordo quasi dissonante che incalza senza lasciare spazio a virtuosismi e contaminazioni. Un intermezzo sussurrato introduce un finale a tinte doom, reso più inquietante dai sibili demoniaci del synth. Già da questo ascolto si capisce che la sperimentazione sembra essere stata messa in secondo piano a favore di una maggiore compattezza e ruvidità. In questo pezzo (e successivamente in tutto il disco) si sente la mano di Steve Albini alla produzione. Un suono sporco e pesante, soprattutto riguardo le percussioni, sempre in primo piano e registrate in presa diretta, con pochissimi ritocchi in post produzione. Lo stesso schema si ripete anche in altri pezzi, come in At the Well o Casting Of The Ages.
Le sottili venature bluesy di My Heart For Deliverance, imponente nel suo riff claustrofobico, non fanno altro che alimentare il dubbio che Honor Found In Decay sia una pausa che il sestetto di Oakland si è preso nell’immensa e qualitativamente eccelsa discografia di cui sono portatori. Ciò non significa che la decima fatica sia totalmente da bocciare. Ogni loro uscita è sempre e comunque una spanna superiore alla media delle release del periodo: i Neurosis, in realtà, non sono nemmeno da mettere a paragone con quanto viene immesso sul mercato ogni giorno, piuttosto vanno sempre riferiti a quello che hanno fatto in passato. Solo in questo senso Honor Found In Decay può essere definito come una mezza delusione, anche se, ad esempio, le percussioni frenetiche e selvagge di Bleeding The Pig o il devastante finale di All Is Found… In Time per molte altre band rappresenterebbero il top della carriera, mentre per Von Till & Co. sono ordinaria amministrazione.

Ci avevano abituato male, bravi come sono ad incanalare la rabbia e la ferocia sonora dentro strutture complesse e sperimentali. Visto che in tutti questi anni i Neurosis hanno creato il crossover perfetto, si può perdonar loro anche una piccola pausa.

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