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Percorsi

Saigon by day (I)

Alba and harbour

Quando sono appena passate le cinque di mattina i miei occhi si stagliano già, sgranati e annoiati, contro il soffitto color crema della stanza. A causa del lungo sonno del pomeriggio precedente, e delle otto ore di fuso orario ancora in fase di smaltimento, era abbastanza prevedibile che mi sarei ritrovato in piedi quando ancora l’alba fosse lontana dal rivelarsi. Sicché, stuzzicato, per necessità, dall’idea di veder sorgere la città – di vederla accendersi di quel caotico formicolio esistenziale che mi aveva travolto al mio arrivo, senza lasciarmi alcuna possibilità di compromesso – mi motivo a scendere dal letto e dopo una mezz’oretta – ora 5.40 sul mio cellulare – sono in strada.

alba a Saigon

Quant’è diversa, ora, D Le Lai, affondata in una mono-dimensione opaca e afona, colori spenti grigio-fumo e assenza quasi totale di rumori motorizzati. Tutt’intorno, odore di sballo passato; sentore di jeunesse partie. Solo l’aria è ugualmente irrespirabile, calda e asfissiante come sempre. Ascolto i miei passi e osservo le rovine della notte come un archeologo che si muove con gesta frugali tra i cocci di un’arena dismessa. Pochi movimenti all around, quasi l’intero quartiere sia impostato in modalità risparmio psico-cinetico. Un anziano seduto su una cassetta della frutta ai lati del marciapiede mi intenerisce, con il suo sguardo sperduto, e le sue movenze hors di temps; uno sguardo che pare non ritrovarsi e non riconoscere nulla del proscenio che lo circonda. In cerca di chissà cosa, le pauvre, pare essere stato risvegliato da un letargo secolare: annuisce ipnoticamente ricurvo su se stesso, mani sulle ginocchia, labbra appena socchiuse, aura aliena a contornarne il profilo. Quando gli sono di rimpetto, affonda i suoi occhi vitrei contro di me; sono occhi che si interrogano e allo stesso tempo mi interrogano; mi domandano chi sono e da dove provengo; mi chiedono conto della mia presenza, del mio essere uomo o spettro, entità da riconoscere o da evitare. E per un istante, anch’io mi sento alieno. Il tremore di stare sognando, ancora, adagiato nel mio letto dell’Orient House, mi coglie. Am I really awake? Ripercorro mnemonicamente i sincronismi automatizzati che hanno accompagnato il mio risveglio, in cerca di un dettaglio che possa testimoniarmi della mia attuale veglia. Se fosse per il vecchio, potrei, tout simplement, non-essere. Poi ricordo di aver letto l’orario sul cellulare – impossibile, nei sogni, decifrare cifre, lettere, parole – e mi consolo/rassicuro di essere vivente. I know, I am. Con un sorriso sincopato saluto l’anziano, mi lascio alle spalle la sua figura esile ma imperturbabile e mi dirigo altrove.

Più precisamente ritorno nella zona del mercato della sera precedente e come per un riflesso degli istinti più veraci sento subito una gran fame accendersi. Nel retro di quella che mi pare più una officina che non un bar – copertoni e marmitte sono impilate, statuarie, accanto all’entrata – una giovane ha appena iniziato a distribuire i tavolini della sua canteen improvvisata: fa appena in tempo a sistemare l’ultima sedia che mi accomodo a una postazione ostentandole un sorriso di gratitudine e sollievo insieme. L’idea di ricercare del cibo, a quest’ora improba del mattino, aveva già iniziato a destabilizzarmi. La ragazza scompare all’interno della bottega. Intanto, altri due clienti, che suppongo essere lavoratori del luogo date le fattezze acquine dei loro volti e le tute da lavoro orange monocolore che indossano, si sistemano a un altro tavolino, senza mai smettere di parlarsi. Accompagnandosi con gesti levigati dal tempo dell’abitudine, dispiegano una conversazione dai suoni stanchi, sibilanti, che paiono essersi trascinati fin qui da un’altra epoca. La ragazza porta loro due ciotole di noodle fumanti evitando qualsiasi convenevole. Devono essere habitué, forse parenti, voglio credere, ma molto probabilmente mi sbaglio, poiché non scambiano con la giovane che qualche parola. “When in Rome…” sentenzia il motto che consiglia al viaggiatore di adattarsi alle usanze del luogo, “do as Romans do”; sicché, per ossequioso rispetto dei vietnamiti (e dei romani), propendo anch’io per una fumante ciotola di noodle, indicando discretamente alla ragazza l’ordinazione dei due lavoratori. E chissà se avrei avuto altra scelta… Il tempo di un blitz in cucina e mi ritrovo davanti una bowl di tagliatelle di riso immerse in un brodo di spezie, alghe ed altre peripezie culinarie di quaggiù. Intrepide, mirevoli peripezie, aggiungerei.

noodle

Il vapore delle noodle mi risveglia i sensi e si porta appresso un filo silente di associazioni tipicamente esotiche. Riconosco il coriandolo e lo zenzero e forse il curry, ma molti altri aromi mi sono del tutto sconosciuti. “It’s very tasty! What’s inside?” chiedo alla ragazza, voglioso di colmare i miei gap gastronomici. La giovane sorride di un sorriso linguisticamente ignaro, o forse solo imbarazzato, come a dire “better not to ask”. Avrei voglia di parlare, di chiederle, di sapere, ma un istante di tentennamento mi è fatale: la ragazza scioglie il legame visivo che ci unisce, si volta sui propri sandali con un gesto deciso, quasi robotico, da tango argentino più che da cameriera vietnamita, e scompare nella sua officina-canteen. I miei dubbi speziati dovranno attendere. Chissà quanto. Dommage. Almeno, però, ora sono pronto a rimettermi in marcia. Con la coda dell’occhio sbircio il tavolo vicino e calcolo l’ammontare che i due uomini, ormai verso altri lidi lavorativi, hanno lasciato sul tavolo. Poi faccio altrettanto e aggiungo una esigua mancia per essere sicuro di non ricevere prezzi di favore. La giovane tarda ad uscire; può essere che sia davvero imbarazzata, o forse solo indaffarata. Cosi’, dopo qualche minuto, mi dileguo mancando la possibilità di ringraziare.  

Per un cosmogonico tempismo dell’esistenza, solo ora che le energie ricominciano a fluirmi copiose nel corpo, il sole inizia a sbiancare le tonalità cineree della città, aggiungendo qualche tono in più alla scala cromatica dell’atmosfera mattutina, fino a quel momento tendente al noir et blanc. La temperatura si è fatta più sostenuta e con essa acquisisce ritmo anche la rituale meccanica della vita che mi circonda. Locande sollevano serrande, negozianti si negano l’ozio raggianti, giovani di oggi e di ieri dagli impegni imperscrutabili meditano alibi vacanzieri, il guadagno-facile come loro unica ragione quotidiana. Eppure mi affascina questa allegra indolenza, scevra di autocommiserazione. Il sorriso sempre sulla bocca di tutti. La saturazione umana dell’ambiente è talmente rapida che pare essere sincronizzata da un cronometro sociale identico per tutti, come se si trattasse di un’entrata in scena collettiva. Is this some sort of socialism’s unexpected effect?, mi domando. Di certo, Saigon è una città in repentina transizione verso un’amorfa e quanto mai nota occidentalizzazione. La città è un frenetico acceleratore di esistenze e rimanda al mittente – viaggiatori, turisti, parvenus d’occasione – l’impressione di uno svolgimento senza tempo: ogni giorno è uguale a se stesso. Oggi è uguale a ieri; yesterday is like tomorrow, demain est comme toujours

Mi avvio lungo la vecchia rue Catinat, ora D Dong Khoi, e ad ogni passo cerco l’Indocina che fu, accompagnato in questo dal riecheggiare delle pagine di Graham Greene che porto con me nello zaino e nella mente. Where is the Continental Hotel? Che fine hanno fatto i risciò, i viali, gli oppifici? C’est où la révolution à jouer? Ovviamente nulla di tutto ciò connota più la Saigon di oggi. Scontata è la constatazione che la mia ricerca sia, in fondo, vana, e forse anche un po’ arrogante. Ma sono ben consapevole che a distanziare la città di oggi da quella di Greene non via sia solo l’inesorable écoulissement du temps, ma una permutazione urbana, politica e antropologica. I giorni qui paiono forse tutti uguali, ma il tempo non è mai neutrale nel suo inapparente incedere: si carica di detriti e ne abbandona altri, plasma indolenze e virtù, contagia, svilisce e rigenera. E allora, la verità, è che il presente non è che una dimensione temporale eterna, atomizzata, maybe just unreal. Fino alla prossima guerra.

rue Catinat

Giunto a piazza Me Linh – dove un anfiteatro di aiuole cinge un grande obelisco a memoria di una delle innumerevoli resistenze contro l’occupazione cinese – mi si presenta davanti il fiume Saigon e decido di costeggiarlo verso sud con l’intento di perlustrare da vicino il porto. Lieu de passage par excellence, cortina di confine, dogana fisica ed esistenziale, certezza per chi giunge, ultimo ricordo per chi parte: il porto è da sempre uno spazio “altro”. Ogni banchina, ogni attracco, ogni darsena, vomitano un’umanità sincera e senza mediazione. Qui, l’uomo abbassa la propria maschera e mostra tutta la propria fragilità. Il porto è sporco; inospitale tana di occultamento e omertà; labirinto in perenne inquieto movimento, percosso non già da semplici rumori, ma da grida, animalità, gomiti che entrano in ciclico conflitto. Quartiere zozzo e inverecondo dell’être humaine. E il porto di Saigon, ben inteso, non fa eccezione.

Benché sia un attracco fluviale, rappresenta oggi una tappa cruciale lungo le rotte mercantili che collegano Oceania ed Asia; ed è certamente una delle tappe meno frequentate dai turisti. Mentre mi avvicino alla darsena, alcuni cargo, letteralmente mostruosi per dimensioni e forme, sono fermi uno accanto all’altro come baleniere spiaggiate. Bracci meccanici alti decine di metri, azionati da ingegnose gru teleguidate, ne sventrano lentamente le viscere: innumerevoli container vengono scaricati, svuotati, riempiti, ricaricati. È una macro-operazione chirurgica che si ripete in maniera ciclica e precisa, scandita da urla terrene e guaiti di acciaio. Un incanto di ingegneristica meccanica e labor umano, con orchestra di rumori convulsi in sottofondo. La darsena è costeggiata da un’ampia arteria stradale semi-asfaltata su cui mi incammino restando ben aderente al margine sinistro, lungo un precario cordolo in pietra, con l’intenzione di percorrerla tutta fino al canale Ben Nghe. Osservatore per necessità più che per volontà, a poca distanza da me si addensa un’armata di veicoli di ogni genere: camion, bus, tir, furgoni, auto, bici… e poi noi, i pietons… pietà! C’est le délire! È come attraversare una bolla di suono e frastuono al cui interno gli immancabili motorini – insetti dalle volontà imperscrutabili e dai ronzii decuplicati – tracciano traiettorie sempre nuove e alternative, quasi ad irridere, con ostentata sicurezza e precisione, il mondo tutt’intorno. Respiro polvere e smog e mi sento nessuno. Polmoni acidi. Je suis personne. Chi dirige questo spartito dall’inerzia schizofrenica? Where is everybody going? Paiono tutti terribilmente indaffarati, super-sicuri, goal-oriented, per usare un termine caro a chi la pestilenza inodore della pecunia ha riversato senza ritegno anche qui, since 1991; ma ho la sensazione che il principio maestro, il mantra fondante di tutto questo teatro del suicidio, per loro come per me, per tutti noi insomma, non sia altro che quello di arrivare a sera con le ossa e l’anima integre. Il resto è solo apparenza.

porto di Saigon

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