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Musica

Autumn’s Grey Solace, il tempo delle creature celestiali

Autumn’s Grey SolaceOgni tempo, ogni segmento di storia nel corso dell’umanità ha la sua musica e la sua colonna sonora. Che ci crediate o meno è così. Ed è normale che sia così. La musica la fanno le persone, gli artisti, esseri umani quindi; con la loro storia, il loro background, il loro evolversi nell’arco di pochi anni. La musica non la fanno gli alberi, immutabili e meccanici, per i quali essa sarebbe sempre uguale, magari bellissima, ma sempre uguale. Così come non la fa l’acqua corrente di un fiume o il frangersi infinito dell’acqua di mare contro gli scogli. No. La fanno gli esseri umani. E questi seguono i movimenti, seguono le passioni, seguono la strada tracciata dalla storia del mondo, spesso imposta dagli interessi economici di chi ha “il potere”. All’inizio degli anni ’80 ad esempio, si arrivava da due decenni di incredibili fermenti culturali e artistici, dove la spiritualità panteistica metteva finalmente al centro l’essere umano con i suoi pregi e i suoi difetti, la sua forza e la sua debolezza, senza ipocrisia. Tuttavia, già a metà dei ’70, si poteva intuire che quella irripetibile stagione dell’oro cominciava a giungere al termine. Come il cane che annusa l’aria percependo l’arrivo del temporale, la cultura sotterranea cominciò a capire che il vento girava e reagì con una scelta nichilista e iconoclasta come il movimento punk. L’apparizione di queste maschere perverse e deformi agli occhi dei benpensanti, quando in realtà erano solo la rappresentazione della solitudine e dello smarrimento di una generazione, portò, insieme a diversi eventi socio politici (guerra fredda e crisi petrolifera del 1979) ad una progressiva volontà del ceto medio di rifugiarsi presso l’accogliente e sicuro porto offerto dai rinascenti impulsi neoconservatori, dal Tatcherismo inglese all’edonismo Reaganiano, fino alla nostrana “Milano da bere”. Che dietro a tutto ciò ci sia stata o meno una volontà occulta, una guida che abbia volutamente impedito il compiersi e affermarsi dei principi dell’Era dell’Acquario, non è dato sapersi: forse potrebbe essere stato il nascente capitalismo finanziario o forse semplicemente le cose dovevano andare così. Le nuove generazioni si muovevano disperate fra i primi cibi precotti, la musica preconfezionata e la massiccia assunzione di droghe rigorosamente sintetiche. La musica sotterranea, quella non ufficiale e non allineata alle major, che da sempre è indice degli umori generazionali, inglobò tutte queste ansie, la disperazione e la voglia di fuga. Nacque così il movimento degli Shoegaze (il cui nome deriva dall’atteggiamento dei musicisti sul palco, sempre con la testa bassa a guardare il pavimento) che ebbe nei The Jesus And Mary Chain e nei My Bloody Valentine i più famosi epigoni. Era una musica che copriva con il rumore dei feedback chitarristici le melodie eteree, una perfetta sintesi dei sentimenti delle giovani generazioni, ovvero lo stordimento sintetico e la fuga verso altri mondi. Al tempo stesso era l’esatta antitesi di ciò che la quotidianità offriva, ovvero l’alienazione tramite i media e le televisioni e il successivo ingabbiamento delle personalità nelle regole del mercato globale. I testi inoltre erano totalmente spogli del furore politico degli anni precedenti, ma si rivolgevano piuttosto ad una estrema introspezione personale, arrivando sovente al rifiuto del mondo esterno.

Divinian - Autumn’s Grey Solace

Non sorprende quindi che adesso, nell’anno della crisi 2013, questo modo di fare musica sia tornato. Numerose sono le band che ne ripropongono, in versioni diverse fra loro, gli stilemi e le attitudini. Fra tutti però, meritano una pausa di riflessione, nonché un attento ascolto, gli Autumn’s Grey Solace. È un duo americano, nato non a caso nel 2000 (ricordate le paure del Millenium’s Bug) dall’unione artistica della cantante Erin Welton e del polistrumentista, affezionato alle molteplici possibilità della chitarra elettrica, Scott Ferrel. Anche se la prima uscita ufficiale è datata 2002, è il 2004 l’anno più importante della loro carriera aretistica. È infatti in quel bisestile che il duo entra a far parte della scuderia Projekt, la mitica etichetta indipendente capitanata dal nume tutelare Sam Rosenthal, sempre pronto ad intuire il talento dove c’è. Da li fino ad ora sono trascorsi quasi dieci anni e cinque dischi prima di giungere all’ultima fatica Divinian. Nell’arco dei dieci anni lo stile degli AGS non è mutato più di tanto, né si è evoluto, ma piuttosto si è affinato, sia nelle tecniche di realizzazione, sia nella capacità di costruire solide strutture sonore. Lo ‘shoegazing’ del duo statunitense si è sempre mantenuto abbastanza lontano dagli archetipi rumoristi dei The Jesus And Mary Chain, preferendo gli aspetti più intimisti ed eterei. Più vicini quindi al dream pop dei Cocteau Twins piuttosto che al puro shoegaze i due hanno da sempre privilegiato gli aspetti più eterei del suono, affidandosi ai molteplici effetti ottenibili con la chitarra, strumento di cui Ferrell può essere considerato quasi un innovatore. Il loro sound, bagnato dal sole della Florida da cui provengono, è partito con le atmosfere soffici e minimali del debutto dal titolo vagamente pagano, Within The Depts Of A Darkened Forest, in cui si intravedevano i semi della splendida pianta che sarebbe nata negli anni a seguire. Come detto l’approdo alla Projekt ha rappresentato il vero salto artistico per la band. I primi due album usciti per la label di New York sono stati gli step iniziali per la loro maturazione. Over The Ocean e soprattutto Riverine, mostravano infatti la loro vena pop acustica, che virerà negli anni successivi verso un gothic rock sempre estremamente sognate, con album come Shades Of Grey e Ablaze.

Welton & FerrellA partire dal 2011 con l’album Eifelian, Ferrell e la Welton giungono alla piena maturazione artistica, svincolandosi dalle pesanti eredità dei gruppi cult degli anni ’80 (Cocteau Twins su tutti), ed elaborando una esperienza musicale intensa e personale, unica nel suo genere. Più eterei dei Soul Whirling Somewhere, meno elettronici dei Love Spirals Downwards e anche meno sperimentali e più ‘terreni’ dei Loveliescrushing, gli Autumn’s Grey Solace arrivano al 12° anno di vita con l’uscita di Divinian che, probabilmente è il migliore album ad oggi. Non è un caso che il primo pezzo si intitoli Shadow, Light, Echo. Il contrasto fra ombre e luci, l’eco di qualche antro umido ma tuttavia accogliente come il grembo materno. Sembra un viaggio in un giardino all’italiana, con i muri di vegetazione che ci avvolgono e le improvvise aperture su panorami mozzafiato. Tutto ciò è reso attraverso lunghi drones eterei che ben sottolineano la voce della Welton, fatata e concreta al tempo stesso. Nìfara e Sàwol invece, con i loro titoli esotici e intriganti, sembrano essere una sorta di prova di forza in ambito di sonorità eteree. Gli Autumn’s Grey Solace ribadiscono con la forza dei sintetizzatori e delle chitarre trattate, nonché con la estensione vocale della Welton, la loro posizione di assoluta predominanza nell’ambito delle sonorità eteree odierne. Nìfara lo fa con un sapiente uso dei synth e con un incedere maestoso e incalzante, mentre Sàwol è più serena, meno enfatica, ma al tempo stesso altrettanto coinvolgente nelle sue sottili spire melodiche. Le atmosfere si attenuano ulteriormente con Meremennen, in cui fa capolino un pizzico di malinconia, retaggio forse del periodo dell’album Ablaze. È questo il momento in cui l’opera si fa più meditativa, scavando sempre più nel subconscio dei protagonisti. Écelic, Sanctuary e Unravel rappresentano quasi una sorta di viaggio metaforico. Si va infatti dalle vette celestiali dei gorgheggi di Écelic fino alle profondità cupe disegnate dalla chitarra elettrica di Unravel, passando per una terra di mezzo come Sanctuary che riporta sulla terra i sogni e le visioni celestiali della prima traccia. La title track invece riporta il mood dell’opera ad un livello più alto. Divinian potrebbe essere il resoconto della visione di Dio di dantesca memoria, seduti su uno dei petali della Rosa bianca o assisi al cospetto dei Serafini, o anche la descrizione di uno stato d’animo sereno e vicino all’estasi. O forse è semplicemente la narrazione di un viaggio verso l’atarassia, la stasi, l’immobilità perfetta, il galleggiare in un vasca di acqua purissima, né fredda né calda, statica ma non corrotta né putrefatta, quanto piuttosto viva e purificatrice. Divinian è monumentale nel suo ritmo dilatato all’infinito, profonda nelle corde della chitarra ora classica ora trattata per renderla sfuggente ma sempre presente. Ma è anche celestiale ed eterea, con la voce di Erin Welton che sembra quasi rimbalzare fra superfici di acqua viva. È un pezzo che meriterebbe di andare all’infinito perché è all’infinito che si rivolge. È forse per questo che la successiva Summered And Flowered sembra quasi una propaggine della title track, ricca come è di atmosfere profonde e sognanti. Il wall of sound viene magistralmente interrotto dalla deliziosa Halo, piccolo episodio che spezza il moloch strumentale grazie ad una delicata vena melodica e all’uso della chitarra acustica. È il penultimo episodio prima del congedo affidato alla catarsi sonica di Zenith e alle atmosfere dilatate e misteriose di Sìscéal.

Autumn’s Grey SolaceLa prima sensazione che rimane dall’ascolto di Divinian è la calma e la pace che si percepiscono fra le tante sfaccettature presenti nei brani. È la serenità il trademark che caratterizza questo nuovo lavoro degli Autumn’s Grey Solace, serenità raggiunta nella proprio filosofia di vita ma anche serenità professionale. È forse proprio da questo che discende la notevole padronanza e sicurezza con cui i due maneggiano la materia musicale. Da un parte la sensibilità e la duttilità vocale della Welton, abile tessitrice di trame sonore delicate e forti al tempo stesso, dall’altra la perizia tecnica e compositiva di Scott Ferrell: queste sono le componenti che fanno di Autumn’s Grey Solace un piccolo miracolo e di ogni loro disco un gioiello. Quindi, tornando a quanto detto all’inizio, gli Autumn’s Grey Solace rappresentano la quintessenza dello spirito dei primi shoegazer: viaggiare dentro se stessi per uscire dal proprio corpo e liberarsi dalle catene della quotidianità… ma in fondo questo non è ciò che dovrebbe sempre fare la musica?

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