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Scrittura

Antonio Polito: che le colpe dei figli (padri) ricadano sui padri (figli)

Copertina di "Contro i papà"Un agile, chiaro e schietto volume contro un elenco di diritti acquisiti, dai quali la società italiana non riesce a prendere le distanze: il diritto al lavoro a prescindere dal merito, il diritto allo studio a prescindere dall’impegno, l’uguaglianza a prescindere dalle qualità e l’aiutino all’amico o parente a prescindere dalle competenze. Infine, il diritto alla lamentela sociale perpetua a prescindere da qualsiasi considerazione circa le qualità morali e civili di chi protesta. In poche parole, questo è il contenuto del volume Contro i Padri – Come noi italiani abbiamo rovinato i figli, scritto per Rizzoli dal giornalista Antonio Polito.

Antonio Polito, noto commentatore politico con un brevissimo passato da deputato, sposta il suo baricentro d’analisi, concentrandosi sul ruolo esercitato dai padri nella costruzione della società italiana degli ultimi decenni. La sua è un’analisi tagliente ma onesta, che non lascia spazio ad alcun dubbio. I cosiddetti bamboccioni esistono, sono più nullafacenti che disoccupati: sono i figli di quelli che si ribellano quando gli si dice che i guai della loro prole sono anche un po’ colpa loro. La critica di Polito travalica il contesto puramente familiare e si estende agli organi di informazione che campano meglio pubblicando notizie drammatiche o drammatizzate, piuttosto che analisi obiettive e critiche della realtà. Ad esempio, l’autore spiega come la disoccupazione giovanile, se calcolata correttamente, ovvero escludendo gli studenti, scenda dal 33% al 7%. Molti di quei giovani in attesa di occupazione sono spinti dagli stessi padri a cercarsi un lavoro proprio sotto casa, magari dopo anni di studi fuoricorso finanziati sia dai genitori sia dallo Stato, che non attua politiche meritocratiche all’interno del sistema universitario. In molti, documentati casi, i genitori descritti da Polito fungono da vera e propria agenzia di lavoro, sostituendosi ai loro figli nella ricerca di un’occupazione. Il canale parentale diventa così il maggior strumento per l’occupazione giovanile in Italia. Tutto a scapito di merito e competenze e a (caro?) prezzo di favori incrociati che un giorno dovranno essere risarciti.
Polito sfata anche un altro mito, ovvero la crisi delle assunzioni, data per certa e inesorabile da tutti gli organi di stampa. In effetti, spiega l’opinionista napoletano, la crisi c’è e si vede, ma esiste anche un ben documentato numero di persone che, nel pieno di questa crisi, un lavoro lo ha trovato. Mentre i giornali escono con titoli allarmanti e allarmistici, in diverse regioni il numero di nuovi occupati supera di gran lunga quello di coloro che hanno perso il lavoro. Forse, quei ragazzi choosy, indicati dall’ ex Ministra del Lavoro Elsa Fornero esistono veramente, se è vero che la Cgia di Mestre calcola in più di mezzo milione le posizioni lavorative disponibili e non ancora assegnate.

Antonio Polito e il collega Roberto Vivarelli

Anche più spietata è la critica al sistema universitario che distribuisce diplomi aventi identico valore legale, nonostante la differenza di impegno e capacità richiesti da una Università all’altra. Il caso recente dei rampolli di famiglia che cercano in Università poco note o, addirittura, in atenei situati in stati come la Romania o l’Albania, un diploma di laurea, rappresenta bene l’apice di un fenomeno perverso. La richiesta pressante di un diploma a fatica zero è il prodotto di una società dove la possibilità di studiare è diventata un diritto trasversale a prescindere dall’impegno soggettivo. Che i cervelli se ne fuggano all’estero, quindi! Perché, sostiene Polito, il fenomeno non è negativo in sé, vista la scarsità di possibilità lavorative decentemente remunerate che il nostro paese mette a disposizione. Sono cervelli che contribuiranno al prestigio del nostro paese all’estero – spiega l’autore di questo agile, ma intenso volume. Il dramma sta, piuttosto, nell’importazione di manodopera di basso livello, come caratteristica che contraddistingue l’Italia dalla Gran Bretagna, ad esempio, dove l’immigrazione è meglio qualificata.

In definitiva, la critica è rivolta all’ipocrisia e al buonismo dei quali la società italiana è intrisa e impregnata. Un esercito di ex sessantottini che, da truppa di figli ribelli, si è trasformato in un’armata di padri accuditivi, divisi per appartenenza politica, in una riedizione moderna della storica rivalità tra Guelfi e Ghibellini, che ha trascinato un’intera giovane generazione in un duello fratricida. Quel futuro da giovani perpetui precari che i media descrivono con i colori tipici del pessimismo nichilista, col risultato di consolare i giovani e giustificare il loro immobilismo. In questo gioco perverso, rafforzato sia dalle teorie psicosociali, che tendono a trascurare la responsabilità personale a favore di quelle sociali, sia dalle ricostruzioni storico-economiche che attribuiscono a fattori esterni il declino del nostro paese, i giovani italiani bivaccano, protestano nelle piazze contro tutto e tutti esaltati da esegeti delle umane sofferenze, ma sempre ben protetti dai papà, papi, papini o paponi pronti a tutto, pur di sollevare i loro figli dall’impiccio della vita.

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