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Arte

Il Jeu de Paume lancia la bomba

La rappresentabilità della causa palestinese

Libertà di espressione da una parte, apologia del terrorismo dall’altra. L’esposizione della palestinese Ahlam Shibli, al Jeu De Paume dal 28 maggio, solleva la polemica a Parigi e le proteste non si fanno attendere: il museo è stato più volte obbligato all’evacuazione a causa di allerte bomba, e diverse manifestazioni di gruppi filo-israeliani hanno sfilato all’ingresso del museo, sotto l’obelisco di Place de la Concorde.

Focalizzata sul concetto di “foyer”, ovvero di casa, focolare domestico, la mostra si compone di sei serie fotografiche che raccontano storie di sradicamento e isolamento, ambientate in sei diversi paesi: una di queste è Death.

Catalogo dell'esposizioneDeath è la serie realizzata in Cisgiordania che ha fatto scoppiare la polemica. Composta da 68 fotografie, racconta come la cultura palestinese si stia articolando attorno a dei cliché legati a motivi bellici e simboli politici, ed in modo particolare attorno alla figura del martire. «Queste immagini» spiega l’artista a Telerama  «questionano l’uso che in Palestina si fa del ricordo. Per la Palestina, sono sempre gli stessi cliché ad essere rappresentati, di gente che fugge o di scene di massacro. Al punto che le parole martire e palestinese sono diventate sinonimi.”

Ed è proprio questo il punto che ha fatto infuriare il CRIF: l’associazione del concetto di martire a dei presunti terroristi. Per Marta Gili, direttrice del museo, non si tratta invece affatto di un’opera militante, ma di un documento fotografico che immortala la quotidianità della vita in Palestina. E l’artista stessa, che si dichiara assolutamente anti-militante, non ha nessuna intenzione propagandistica: ad essere al centro dell’attenzione è la rappresentabilità della causa palestinese. Le dichiarazioni e le proteste che ne sono conseguite dimostrano l’attualità del tema e l’importanza di operazioni culturali di questo tipo, soprattutto in Francia, visto che la stessa mostra allestita in precedenza a Barcellona non genero alcuna protesta.

Sans titre (Death n° 33)

Il Jeu De Paume rifiuta in maniera categorica quindi le accuse di apologia del terrorismo, rivendicando il diritto di una istituzione culturale a promuovere la diversità delle espressioni artistiche, e ricorda come Ahlam Shibli proponga una riflessione critica sulla maniera in cui uomini e donne reagiscono di fronte all’espropriazione del loro territorio, costruendo – costi quel che costi – luoghi di appartenenza che li facciano sentire “a casa”. Le immagini sono inoltre sempre accompagnate da legende redatte dall’artista, che contestualizzano le fotografie.

Se il ministro della cultura Filippetti, che ha visitato la mostra, ha chiesto degli approfondimenti al museo, non si fermano i dibattiti sulla rete: moltissimi sono i siti che convocano sit-in di fronte al Jeu De Paume (l’ultimo del 7 luglio) e nascono petizioni per far chiudere la mostra. Altri siti filo-palestiniani inneggiano al boicottaggio, mentre diversi blog si schierano pro o contro l’esposizione.

Sans titre (Trackers n° 57)

Riusciamo comunque a farci un’idea, che si sviluppa su due piani diversi: il primo è quello della ricontestualizzazione artistica. Il contesto artistico in cui queste foto vengono presentate comporta un lucido distacco rispetto alla dimensione politica cui queste immagini sono associate. Come accennavamo all’inizio, il soggetto dell’esposizione è la ricostruzione di luoghi d’appartenenza da parte di gruppi sociali sradicati o emarginati. Il modo attraverso cui i palestinesi promuovono il proprio “chez soi”, è quindi d’interesse socio-culturale ancor prima che politico; ed anzi, tramite un approccio socio-culturale si può introdurre una critica politica non altrimenti ammissibile.

E qui passiamo al secondo piano, che è quello della critica culturale. Ridare un nome ed un viso a delle figure considerate “mitiche” nel sedimentato culturale di un popolo significa riconfigurarle in un percorso storico, riassegnare loro un inizio e una fine, ridimensionando la portata della loro presenza. In quanto santini appesi alle pareti, poster tra le macerie, la loro caratura resta quella di uno sfondo, di un simulacro. Se queste figure provocano ammirazione, la rivelazione di tale ammirazione tramite l’apparato fotografico produce in realtà distacco, ironia, ed un’innegabile dimensione critica noi confronti di ciò che le fotografie stesse ci mostrano.

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