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Cinema

Le meraviglie. L’estate di Gelsomina

Le meraviglie - locandinaSomiglia un po’, Le meraviglie, a Lo spirito dell’alveare di Victor Erice, non solo per le conseguenze poetiche che sa trarre dall’affascinante e ascoso mondo dell’apicoltura, ma perché anche l’opera seconda di Alice Rohrwacher, come il film spagnolo del 1973, s’infiltra nelle distorsioni che un favoloso agente estrinseco può sortire nell’immaginario infantile. Di più, nella mente di bambine di campagna. E se allora era Frankenstein di James Whale, qui è un spettacolo televisivo grottesco, Il paese delle meraviglie, che seleziona famiglie di contadini per coinvolgerle in un concorso decerebrato e delirante. D’altra parte, senza spingersi troppo lontano, l’unico lungometraggio italiano in concorso a Cannes è all’esordio della stessa Rohrwacher, Corpo celeste, che rimanda: ancora una volta una ragazzina riassorbe nel suo sguardo le cose che la circondano, uno sguardo che la cineasta adotta come metro ermeneutico della realtà.

In una località indefinita dell’Italia centrale, in un’epoca non precisata ma che pare essere gli anni Novanta (se circolava ancora la lira e le radio diffondevano T’appartengo di Ambra Angiolini), Gelsomina, promogenita di copiosa prole tutta femminile, trascorre l’estate nel podere dei genitori Wolfgang, che viene “da lontano” e vive con la terra e le api una relazione totalizzante, e Angelica, succube insofferente della dittatura morale del marito. Il senso di abnegazione e responsabilità dell’adolescente Gelsomina rasenta lo stoicismo ed è con una sopportazione indefessa che la giovane assiste alle tribolazioni materne e alla preoccupazione di tutti per un’attività che rischia la fine. Quando l’eremitismo rurale viene turbato dall’irruzione di Milly Catena, la conduttrice dello show, e dello staff che viaggia al suo seguito, Gelsomina crede d’intravvedere un’opportunità per sé e per i suoi. L’arrivo, nel frattempo, di Martin, un ragazzino tedesco disadattato che Wolfgang ha preso in affidamento, scompiglia ulteriormente gli assetti affettivi della tribù.

Le meraviglie - un fotogramma

Prenotandosi un marchio d’autrice che, in fondo, le hanno già affibbiato, Rohrwacher raduna intorno a sé le risorse cruciali della troupe di Corpo celeste e, affidandosi alla fotografia di Hélène Louvart e al montaggio di Marco Spoletini, conferma uno stile abile nell’alternare carrelli morbidi e carezzevoli a primissimi piani così aderenti ai volti da registrarne ogni subliminale sussulto, mentre la macchina a mano non eccede mai in dinamismi inconsulti. Se la forma è quindi controllata e le soluzioni estetiche inattaccabili, è nella sceneggiatura che Rohrwacher, purtroppo, retrocede rispetto al debutto e di non pochi passi, tant’è che l’alluvione di applausi festivalieri (undici o dodici minuti a seconda delle fonti) e il Grand Prix appaiono leggermente sproporzionati. Cosa intendeva raccontare, la regista? Un modus vivendi destinato all’estinzione dall’avanzata del cosiddetto progresso? L’innocenza divelta dalla volgarità? Le passioni di un uomo che agogna a preservare le figlie da una putredine dilagante? Comunque sia, mancando dell’ardimento (o dell’intenzione) di realizzare un film contemplativo e avulso dalle ordinarie logiche narrative, Rohrwacher impronta un soggetto fitto di episodi e sotto-trame che non ricevono un trattamento adeguato e si sviluppano in maniera incoerente e parziale, a cominciare dalla vicenda del concorso. Anche le interazioni tra i personaggi avrebbero meritato un approfondimento maggiore (che cosa si instaura fra Gelsomina e Martin?), mentre il Bildungsroman della protagonista sembra interamente demandato alla sensibità dell’interprete, l’esordiente Maria Alexandra Lungu, che ce la mette tutta ma non sempre esprime quanto vorrebbe, finendo per assimilarsi più al registro monocorde del ligneo Sam Louwyck, alias Wolfgang, che alla straordinaria Alba Rohrwacher, alias Angelica.

Le meraviglie - un fotogramma

Un fellinismo discreto ma non troppo, spalmato pure sulle sinuosità venuste di Monica Bellucci, cerca di tamponare, mediante il ricorso a un lessico visionario e fiabesco, falle e aporie, ma, francamente, lirismo ed ecologia, realismo e sogno non legano. Né si giustifica l’atteggiamento tutto sommato indulgente che Rohrwacher mantiene nei confronti di una schiatta ai limiti del mostruoso, in cui un padre padrone (sarà pure utopista e green, ma un despota rimane) incatena a un regime di semi-schiavitù le donne (e le bimbe) di casa, una zia spostata cova raccapriccianti devianze sessuali e le altre presenze muliebri tollerano impaurite. Alla fine, però, si addormenteranno abbracciati. Corpo celeste non divideva il consorzio umano in buoni e cattivi e non emetteva sentenze sommarie, ma dimostrava un coraggio etico maggiore. Si riparta da lì.

Titolo Le meraviglie
Regia, soggetto e sceneggiatura: Alice Rohrwacher 
Fotografia: Hélène Louvart
Montaggio: Marco Spoletini
Musica: Piero Crucitti
Origine: Italia/Germania/Svizzera, 2014
Cast: Maria Alexandra Lungu (Gelsomina),  Sam Louwyck (Wolfgang), Alba Rohrwacher (Angelica), Agnese Graziani (Marinella), Sabine Timoteo (Cocò), Monica Bellucci (Milly Catena)

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