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Cinema

Magic in the moonlight. I dolci inganni

Magic in the Moonlight - locandinaQuando Stanley afferma che l’unico super-potere certo brandisce la falce, dimentica forse che, se a firmare il copione e a dirigere è Woody Allen, la morte rivaleggia con un avversario altrettanto imprevedibile, il più pericoloso dinamitardo dell’anima: l’amore. Love and death, a proposito di falci e messaggeri nerovestiti di labbia bergmaniana. È l’amore che può trascinare un algido razionalista a iscrivere nel registro del dubbio tutte le proprie logiche convinzioni ed è sempre l’amore che può additare a una spregiudicata self made woman e truffatrice provetta la via della redenzione.

Il protagonista di Magic in the moonlight, lo stesso Stanley che si scoprirà impotente davanti ai dettami del cuore, sarebbe un alter ego di Allen d’impressionante fedeltà all’originale, se non fosse per l’origine londinese e il fisico prestante di Colin Firth. Un prestigiatore, come lo fu il regista prima della notorietà, fermo nell’asserire che la magia è, però, solo una congerie di trucchi, che la realtà è solo quella che esperiamo con i sensi e la scienza può descrivere, che neanche Dio esiste e la vita non ha nulla di provvidenziale, ma è capricciosa, ingiusta, sorretta da leggi meccaniche che delle ambasce umane francamente se ne infischiano. Insomma, un compendio di filosofia alleniana. Pessimista e apertamente misantropo, sarcastico e sprezzante, Stanley riconosce in Hobbes e Nietzsche i suoi modelli intellettuali, sputa giudizi abrasivi su tutto e tutti e cela come può la sua fondamentale e perdurante infelicità, la condizione peculiare di chi al nero dell’esistenza non riesce a opporre l’adesione ad alcunché di consolatorio.

Magic in the Moonlight - una scena

Proprio Stanley, che si esibisce, nella Berlino del 1928, in numeri di prestigio di gran successo sotto il falso nome e i paludamenti orientali di Wei Ling Soo, viene contattato da Howard, amico di vecchia data e mago di serie B, per smascherare Sophie, un’imbrogliona del Michigan che asserisce di possedere facoltà medianiche e sta spillando fior di quattrini a una ricca famiglia statunitense. I Catledge sono ormai in balìa delle presunte rivelazioni della negromante e il discendente dell’illustre schiatta, Brice, è sedotto da lei al punto di volerla sposare. Approfittando del fatto che Sophie è ospite della villa dei Catledge in Costa Azzurra insieme alla madre, Stanley accetta la sfida. Ma, ben presto, la fierezza dell’implacabile positivista si frantumerà nell’impatto con la millantatrice: non solo Sophie dimostra di conoscere dettagli oltremodo riservati del passato di Stanley e compie portenti apparentemente inspiegabili, ma l’uomo si innamorerà perdutamente di lei. Dovrà fare ammenda, ma… La vita è cruenta, Stanley aveva ragione. E l’ennesima riconferma non tarderà a venire.

Magic in the Moonlight - locandinaCerto, si può accusare la sceneggiatura dell’ultimo film di Allen, finalmente in sala dopo l’anteprima nazionale al Torino Film Festival, di ridurre i turning point psicologici essenziali ad automatismi che meglio potevano essere oliati o congegnati (troppo celere è la “conversione” di Stanley, come anche il suo ritorno alla ragione); certo la soluzione dell’enigma è prevedibile; certo il dispositivo è artificiale e artificioso e non fa nulla per nasconderlo. Eppure, se si sta al gioco, se si accoglie la tesi che il cineasta intende sostenere consapevoli che da essa non si separerà, non ci si può non deliziare di tanta lepidezza. Rinverdendo la screwball comedy e la guerra tra i sessi (con ineluttabile pace amorosa) che irradiarono la Hollywood classica di luce divina, con il magnifico Firth e la raggiante Emma Stone a sostituire degnamente (lui soprattutto) Clark Gable e Claudette Colbert, Gary Cooper e Barbara Stanwyck, Allen ci invita a danzare una giga indiavolata di personaggi vulcanici, battute sferzanti, entrate, uscite di scena dal ritmo lubitschiano e momenti di tenue lirismo, come il cielo che si apre sopra all’osservatorio astronomico e negli occhi dei protagonisti sospingendoli all’amore. Orchestrando come sempre magistralmente un cast di secondari affiatati e partecipi (e se caratteriste navigate come Eileen Atkins, Marcia Gay Harden e Jacki Weaver confermano se stesse, una sorpresa molto piacevole è rappresentata da Hamish Linklater), veniamo accompagnati in scenari in cui le bellezze paesaggistiche si sposano a sontuose scenografie Art déco, quasi Bill Gatsby avesse preso casa in Francia, mentre il regista si diletta di disk joking con Beethoven e Ravel.

Dei titoli in cui Allen ha affrontato, nelle sue varie declinazioni, il soprannaturale, da Stardust memories a Una commedia sexy in una notte di mezza estate, dall’Edipo relitto di New York stories a La maledizione dello scorpione di Giada, il più affine a Magic in the moonlight potrebbe sembrare, per motivi geo-cronologici, il fortunatissimo Midnight in Paris, dove, tuttavia, una realtà paranormale esisteva davvero. E, infatti, per quanto amena possa essere la visione di Magic in the moonlight, l’amarezza del sottotesto ristagna in bocca. Se Stanley scopre, a un certo punto, quale serenità scaturisca dall’aggrapparsi alla fantasia e alla fede nel prodigioso, tanto più dolorosa giungerà la constatazione che l’occulto, l’aldilà, la provvidenza sono soltanto illusioni. Un maledetto imbroglio. E allora, che fare? Non resta che abbandonarsi all’unica magia possibile: l’amore.

Magic in the moonlight

Regia: Woody Allen

Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen

Fotografia: Darius Khondji

Montaggio: Alisa Lepselter

Origine: Stati Uniti, 2014

Cast: Colin Firth (Stanley), Emma Stone (Sophie), Marcia Gay Harden (madre di Sophie), Howard (Simon McBurney), Jacki Weaver (Grace), Hamish Linklater (Brice), Erica Leerhsen (Caroline), Jeremy Shamos (Georg), Eileen Atkins (Vanessa)

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