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Cinema

Carol. Amore in gentil cor prende rivera

Carol - locandinaThe boredom decade. Partoriti nel maccartismo e spirati nel conservatorismo patriottico di Eisenhower, i Fifties d’oltreoceano hanno tramandato di sé l’effigie di un decennio di sclerosi socio-valoriale, un cocktail di perbenismo, sospetto, conformismo, pregiudizio e di spensierato e analgesico consumismo. Ma tutto ciò non significa che, sotto la superficie smaltata, non incubassero malcontenti o che i modelli culturali imposti sussumessero ogni brandello di diversità. Le indagini di Alfred Kinsey sul comportamento sessuale degli americani avevano rivelato ciò che l’ipocrisia pinzochera esiliava nella reticenza. I giovani cercavano uno sfogo alla loro insofferenza nelle movenze del rock ‘n’ roll o nella prossemica dei teddy boys. I più dotti e scafati, nella lettura dei bardi della Beat Generation. A teatro, Tennesse Williams abbatteva a colpi d’ascia l’istituzione familiare e censiva le pulsioni e le devianze di una provincia quieta e salubre, almeno nell’opinione comune, mentre a dargli man forte arrivavano anche Vladimir Nabokov e Lolita. Al cinema, invece, sfavillava il mélo che, proprio negli anni Cinquanta, forte delle innovazioni tecniche e dell’avvento di una cordata di nuovi attori, toccò il proprio acme. Come durante il decennio precedente il noir aveva sollevato il tappeto della retta società statunitense mostrando quanta polvere vi si addensasse sotto, il melodramma, con i suoi risvolti psicanalitici spesso da bignami, le sue storie d’anime contrastate e di famiglie in bancarotta sentimentale, i suoi palpiti e lacrime (amare), ha testimoniato a più riprese il dissidio tra le aspirazioni individuali e l’osservanza del “galateo”, tra verità e apparenza.

Todd Haynes ha già dimostrato destrezza nell’imitare, con lucida coscienza metalinguistica, temi e stilemi, ratio e oratio del mélo d’antan per denunciare quanto esistenze aggiogate a convenzioni e convenienze retrive si situassero (allora, e si situino, ora) lontano dal paradiso. Carol si carica, in aggiunta, della straziante sincerità di una vicenda messa su carta proprio negli anni raffigurati. Nel 1952, infatti, Patricia Highsmith pubblicava sotto pseudonimo un libro di ammirevole scrittura, intitolato, nell’edizione di lancio, The price of salt, e che, prelevando liberamente dal vissuto, ha offerto un paradigma esemplare del dissidio sopra citato tra individuo e società. Non è irrilevante che la prima inquadratura sia dedicata alla grata che, quando la cinecamera si solleva per intraprendere un prolungato piano sequenza, scopriamo essere il coperchio di un tombino, ma che ha tutta la parvenza di un’inferriata carceraria. Qualcosa, infatti, trattiene la liliale inquietudine di Therese (Rooney Mara), commessa in grande magazzino per sbarcare il lunario, aspirante fotografa (scenografa nel romanzo) per non tumulare i sogni. E quando conosce la facoltosa e divorzianda Carol (Cate Blanchett) scopre l’amore che può rischiarare la sua porzione di cielo. La passione alla quale le due donne si abbandonano, superando le differenze d’età e di censo, si rivela tuttavia una Geenna: i ricatti legali e morali del marito di Carol (Kyle Chandler) e un sistema ostile, maramaldo, obrettizio e retrogrado metteranno a dura prova la tenuta della relazione.

Carol - un fotogramma

Non è tanto, come in Far from Heaven, un’adaequatio mimetica alle pellicole classiche, una riproduzione emulativa dei movimenti di macchina, delle luci, dell’impaginazione dei film di Douglas Sirk o George Stevens, la cifra adottata da Haynes, dal suo dop di fiducia Ed Lachman e dal montatore Affonso Gonçalves. Anzi, nella concezione dell’immagine e nell’editing in particolare si percepisce la sensibilità di maestranze (post-)moderne. A Haynes sembra premere, più di tutto, l’evocazione dell’atmosfera, di un evo lontano come di un genere, delle sue sontuosità e magniloquenza ed emotività. E il risultato è maestrevole, ambrosia per gli occhi e fiele per il cuore. Mara acconciata, nell’epilogo, come la Audrey Hepburn che fu, l’atticciato Chandler che ricorda Rock Hudson, gli interni sfarzosi abbastanza da schiacciare i personaggi sotto la loro opulenza, i costumi a cui Sandy Powell infonde il suo tocco di scorsesiana cura per le minuzie, le musiche garbatamente larmoyant di Carter Burwell. L’unica citazione “sfacciata” è, paradossalmente, di un film britannico degli anni Quaranta: l’idea, infatti, di presentare la scena in caffetteria da due differenti punti di vista, la semisoggettiva di Therese, prima del flashback, e di Carol dopo, omaggia il David Lean di Breve incontro. E si tratta di una scelta-chiave. Perché offre il saggio di come, nel suo sguardo disilluso ma mutato nel corso del tempo, Carol riassorba l’intera vicenda, i cui fatti ci sono stati appena svelati. Ed è così che Haynes dà dignità a un personaggio che è molto più di un secondario. Già nel romanzo.

Carol - un fotogramma

Se, infatti, il testo è stato reintitolato Carol un motivo ci sarà. Anche se il racconto di Highsmith è filtrato dalla cognizione (del dolore) di Therese, colei che percorre l’arco di trasformazione più complesso è proprio Carol che, per affermare se stessa, rinuncerà a privilegi economici e ai diritti sulla figlia; per non campare di compromessi, affronterà le inevitabili sovversioni che la sorte le riserva. E, tra le due, è colei che rimette di più. Se la narrazione, così com’è affrontata dalla sceneggiatrice Phyllis Nagy, perde un po’ la compattezza assegnatale, nel libro, dal punto di vista unico di Therese, coglie, tuttavia, nel segno nell’attribuire tanto peso all’evoluzione di Carol.

E ci voleva proprio Blanchett, già avatāra di Bob Dylan in Io non sono qui, a completare l’opera. Se il Prix, a Cannes, è stato sorprendentemente tributato a Mara, subentrata a Mia Wasikowska e, non nascondiamolo, piuttosto brava, è perché, forse, costei è parsa più immediata ed empatica. Ma la costruzione e la decostruzione attuate da Blanchett appartengono a un altro ordine di grandezza. Manierata e artificiosa all’inizio, rattrappita nelle inibizioni di una Carol che nella compostezza dei modi incapsula la violenza delle pulsioni sottocutanee, l’attrice concede poco a poco epifanie crescenti di una fragilità e di un travaglio che rendono il personaggio più umano e più vero. Il Golden Globe sarebbe stato un degno risarcimento, se non fosse andato, come si è visto, a Brie Larson.

Se i globi, in generale, paiono aver scansato Carol (cinque candidature, nessun premio), con nove nomination ai Bafta e sei agli Independent Spirit Awards Todd & friends avranno di che consolarsi. E, auspicabilmente, ciò che meritano.

Carol

Regia: Todd Haynes
Soggetto: tratto da Carol di Patricia Highsmith
Sceneggiatura: Phyllis Nagy
Fotografia: Ed Lachman
Montaggio: Affonso Gonçalves
Musiche: Carter Burwel
Costumi: Sandy Powell
Origine: Gran Bretagna/Stati Uniti, 2015
Cast: Cate Blanchett (Carol), Rooney Mara (Therese), Kyle Chandler (Harge), Jake Lace (Richard), Sarah Paulson (Abby)

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