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Cinema

Trieste Science+Fiction 2020

Benny loves youIl Trieste Science+Fiction Festival 2020, organizzato in un primo momento in forma ibrida tra sala fisica e streaming, ma costretto dalle circostanze ad accontentarsi della versione online, ha messo a disposizione del pubblico appassionato di fantasy, horror e fantascienza pellicole di noti registi ma anche piccoli film che altrimenti non avrebbero trovato uno spazio adeguato in cui esprimere le loro potenzialità.

Tra i film visti quest’anno: Benny loves you, Jumbo, Inmortal e la serie sudcoreana SF8.

Realizzato da un regista indipendente e con un budget molto ridotto, Benny loves you è una pellicola che sfrutta un classico del genere horror – la bambola assassina – e lo converte in una star della comicità. La ragione è che malgrado le scene splatter e i litri di sangue che sprizzano in tutte le direzioni in molte scene, il tono è profondamente ironico e lo spettatore non può non ridere di fronte a tanta surrealtà.

Il protagonista, interpretato dallo stesso regista Karl Holt, è un trentacinquenne bamboccione – e mai aggettivo fu più calzante – che progetta giocattoli per un’azienda e nel frattempo si fa coccolare dai genitori che ne assecondano l’indolenza. La sua vita cambia quando i due muoiono in un paradossale incidente casalingo e il suo capo pensa di ridurgli lo stipendio per la scarsa creatività fino a quel momento dimostrata. Deciso una volta per tutte a crescere, l’uomo pensa di eliminare tutti quegli oggetti simbolo del suo infantilismo tra cui un pupazzo rosso di peluche, di nome Benny, che da bambino gli teneva compagnia e lo proteggeva dai “mostri” nascosti nel buio. La reazione del pupazzo alla prospettiva di finire nella spazzatura sarà conforme a quella dei suoi simili in molte altre pellicole horror e, armato di coltello, contribuirà a conferire una tinta sanguinolenta alla vita del suo proprietario.

Se, come detto, l’idea di partenza non è originale, l’elemento interessante è il modo in cui viene elaborata. L’uomo, infatti, scopre quasi subito gli efferati delitti del pupazzo, ma anziché cercare di eliminarlo ne diventa complice per utilizzarlo come modello per una nuova linea di giocattoli in versione serial killer. Le sue giornate passano tra la pulizia del pavimento e delle pareti, continuamente imbrattati di sangue, e il tentativo di gestire per quanto possibile l’insano istinto di Benny, che uccide chiunque gli si avvicini, sia esso amico o nemico. Quando poi due poliziotti scoprono il “problema”, anziché procurarsi armi adatte allo scopo estraggono due pistole a pallini che contro l’imbottitura del pupazzo indemoniato otterranno l’effetto voluto.

La pellicola si avvale di mezzi molto limitati e ne trae vantaggio, non cercando di spacciarli per grandi trovate ma rendendo evidente allo spettatore proprio la loro limitatezza, vedesi ad esempio il protagonista che si aggira per casa con in mano la testa, palesemente di gomma, della prima vittima di Benny. L’incipit, con una ragazzina viziata che sembra uscita da un romanzo di Roald Dahl punita in modo raccapricciante dall’orsacchiotto che ha buttato, determina l’atmosfera horror-buffonesca dell’intero film. Gli attori non sono professionisti ma recitano con passione e bravura, dimostrando di credere in un piccolo progetto che si spera riesca ad attirare l’attenzione nei canali preposti e a raggiungere un pubblico più vasto.

JumboDi diversa fattura, e anche contenuto, il film Jumbo, primo lungometraggio della regista Zoé Wittock e ispirato a una storia vera. Il punto di partenza è l’esperienza vissuta da Erika Eiffel, che dopo aver subito un’aggressione sessuale ha iniziato a manifestare sintomi di oggettofilia per poi sposarsi, in tempi recenti, con la Torre Eiffel.

La protagonista della pellicola è la timida Jeanne, figlia di genitori divorziati, che si occupa della pulizia delle giostre in un parco divertimenti. Un giorno arriva una nuova attrazione, il Move it, una giostra rotante piena di luci e suoni a cui Jeanne si affeziona in modo insano arrivando a soprannominarla Jumbo. I sentimenti della ragazza nei confronti dell’oggetto aumentano di intensità quando si accorge che, in un certo senso, la giostra le risponde cambiando il colore delle luci o accendendosi da sola. Il fattore scatenante dell’oggettofilia non viene esplicitato nel film, ma la figura della madre, una donna infantile molto libertina che riempie la casa di oggetti pacchiani, lascia intendere che, probabilmente, l’ossessione di Jeanne per gli oggetti e la sua incapacità di stabilire relazioni sociali e di provare attrazione per qualcuno della sua specie trovino origine in una carenza affettiva.

La regista non rinuncia a scene, seppur brevi, a contenuto erotico tra Jumbo e la protagonista, sfruttando elementi come l’olio lubrificante o i seggiolini della giostra. Il risultato è una via di mezzo tra gli effetti luminosi di Incontri ravvicinati del terzo tipo e la sessualità malata di Crash, anche se non si scade mai nel morboso e le confuse emozioni di una giovane che soffre di un disturbo psichico e che non ha nessuno a cui aggrapparsi vengono descritte con una certa delicatezza.

InmortalInmortal, dell’argentino Fernando Spiner, già noto al pubblico per le sue pellicole proiettate anche al Festival del Cinema Latino Americano di Trieste, presenta, in una nuova forma, un’altra tematica molto amata dai registi di cinema di fantascienza, quella della vita dopo la morte.

Ana, fotografa professionista, rientra a Buenos Aires dall’Italia per gestire le pratiche relative all’eredità del padre, alla cui morte lei non ha assistito. Mentre arriva sul posto vede un uomo, assomigliante al defunto, passare lungo il marciapiede e questo evento la porterà a entrare in contatto con il dottor Benedetti, impegnato in un esperimento che prevede la creazione di un mondo virtuale in cui i defunti possono vivere in parallelo con i vivi.

Il principio alla base della coesistenza di vivi e morti è il gatto di Schrödinger, esperimento di meccanica quantistica per cui un ipotetico gatto rinchiuso in una scatola con del veleno ha il cinquanta percento di probabilità di essere vivo e il restante cinquanta percento di essere morto, ma non lo si può sapere finché non si apre la scatola. Di conseguenza il gatto è sia vivo che morto. Il mondo virtuale creato, tuttavia, è appunto pura simulazione: le auto non partono, il canto degli uccelli è un suono registrato, la vita è un’illusione di vita. A mettere a repentaglio il successo del progetto sarà l’unica persona che davvero coesiste tra i due mondi, essendo sospesa tra la vita e la morte.

Il regista gioca molto sul visivo, grazie anche al mestiere di fotografa della protagonista, che le permette di cogliere particolari che agli altri sfuggono, e introduce lo spettatore nel Leteo – nome non casuale – attraverso un suggestivo ascensore che nel contesto risulta molto più efficace di un teletrasporto o di una porta dimensionale. Tuttavia, quello che manca sono personaggi di maggior spessore in quanto le motivazioni di ognuno, a parte forse quelle del dottor Benedetti, sono solo accennate e restano sempre in secondo piano rispetto alla centralità del binomio vita/morte.

SF8Il Trieste Science+Fiction Festival ha anche reso disponibile, in anteprima, la serie sudcoreana in otto puntate SF8, in cui registi vari affrontano tematiche come l’amore virtuale, la pandemia, l’intelligenza artificiale, i social network, la robotica e l’eutanasia. Paragonata alla britannica Black Mirror, e di ottima fattura, la serie risulta un po’ altalenante nell’elaborazione delle trame con risultati di conseguenza molto diversi. Il primo e il secondo episodio, ad esempio, The Prayer e Blink, sono di un livello quasi opposto sia per contenuti che stile. The Prayer vede un’infermiera robot alle prese con una scelta etica: il suo compito è prendersi cura sia della paziente in coma da sette anni che della figlia di lei, detta guardiana, che paga i suoi servigi. Quando, in base a un calcolo statistico, l’infermiera si renderà conto di un’alta probabilità che la guardiana si suicidi se la madre in coma continua a restare in vita, deciderà, malgrado i consigli di una suora, di optare per l’eliminazione della persona con meno speranze di sopravvivenza. Il problema di fondo è però che se un robot ragiona su base statistica, un essere umano è soggetto a emozioni contrastanti. E la reazione della guardiana ribalterà le certezze del robot. Blink, vede in compenso una giovane poliziotta coinvolta in un esperimento che la porta a innestare nel suo cervello un’intelligenza artificiale il cui scopo è assisterla durante il suo lavoro. L’assistente assumerà le fattezze di un uomo, visibile solo a lei, e l’aiuterà anche a superare il trauma della morte dei genitori avvenuta in un incidente stradale causato da un problema con il guidatore automatico. L’interazione essere umano/software prevede combattimenti al limite del surreale e anche scenette esilaranti.

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