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Cinema

Trieste Film Festival 2021

Berliner (locandina)In questa situazione di pandemia che sembra ancora non riuscire a trovare una sua conclusione definitiva, il trentaduesimo Trieste Film Festival, mantenendo intatta l’atmosfera di convivialità che si respirava dal vivo, è riuscito a portare online le pellicole e gli incontri con gli artisti che, da sempre, rendono la manifestazione un evento unico per scoprire il cinema dell’Europa centro-orientale nonché le opere indipendenti di registi meno noti.

Si segnalano in particolare tre film, diversi per genere e per struttura, meritevoli di suscitare un certo interesse.

Berliner (La campagna, Romania 2020), di Marian Crişan, ci proietta nella realtà della piccola città di Salonta, dove l’onesto contadino Viorel Gherman ha qualche difficoltà a svolgere al meglio il proprio lavoro a causa del trattore, ormai obsoleto. Un giorno, si imbatte per caso in Silvestru Mocanu, uomo politico candidato al Parlamento Europeo, la cui macchina è rimasta in panne proprio nelle vicinanze del campo in cui Viorel lavora. Il provvidenziale aiuto del contadino si trasformerà, per Mocanu, in un’occasione per strumentalizzare la vita del pover’uomo al fine di raccogliere consensi tra gli abitanti di Salonta e ottenere così la tanto agognata vittoria politica.
Marian Crişan dirige un film di populismo e corruzione su piccola scala dimostrando come anche una persona semplice, che non ha mai avuto grandi ambizioni, possa finire risucchiata in un meccanismo che gli promette l’unica cosa di cui ha bisogno: un trattore nuovo, perdendo la cosa più preziosa che possiede, la sua integrità (vedesi la scena in cui convince i parenti di un anziano defunto a far votare il deceduto con la scusa che il certificato di morte non è ancora stato firmato). Il ritmo lento della pellicola, e della vita della cittadina, si contrappone alla frenetica attività dell’assistente di Mocanu che fotografa l’uomo nelle situazioni più disparate – in bicicletta, alla pompa di benzina, a un battesimo, sul trattore – al solo scopo di darne un’immagine di fittizia umanità che faccia salire i follower su Facebook e il numero di votanti alle elezioni.

Berliner (una scena)

Molto bravi i due attori principali, Ion Sapdaru e Ovidiu Crișan, che anche grazie alla loro fisicità rendono bene il contrasto tra due mondi paralleli, quello dell’onestà e quello della corruzione, dove il rischio che il secondo contamini il primo è sempre molto alto. Efficace anche l’interpretazione di Maria Junghietu, nel ruolo della moglie del contadino, che si sente incuriosita e lusingata dalla presenza dell’“intruso” ma ha anche il coraggio di chiedere quando l’uomo si toglierà dai piedi. La pellicola si conclude lasciando alcuni interrogativi in sospeso: il politico soffre di alta pressione, e lo si vede spesso e volentieri entrare in pasticceria, ma non è dato sapere se questo avrà pesanti ripercussioni sulla sua salute; al contadino viene promesso il trattore nuovo ma può darsi che la promessa sia destinata a restare tale… Questo favorisce ulteriori spunti di riflessione sulle conseguenze future di determinate scelte.
Il titolo originale si ispira alla celebre frase pronunciata da John Fitzgerald Kennedy nel 1963 a Berlino Ovest, “Ich bin ein Berliner”, e viene opportunamente sfruttata dal politico Mocanu per simulare la sua vicinanza alla realtà contadina di Salonta e la sua empatia nei confronti delle difficoltà vissute dai cittadini.

Acaša (locandina)Acaša (Casa mia, Romania-Germania-Finlandia 2020), di Radu Ciorniciuc, presentato in anteprima italiana e vincitore del premio Alpe Adria Cinema per il miglior documentario in concorso, narra la storia della famiglia Enache. Il padre, ex perito chimico, vive da anni, per scelta personale, con la moglie e i nove figli in una baracca di una zona abbandonata nel delta di Bucarest. I bambini sono cresciuti in mezzo alla natura e vivono pescando e sfruttando tutto quello che essa gli offre, non condividendo sempre le imposizioni della figura paterna ma mantenendo comunque, nei suoi confronti, un certo rispetto. Le loro condizioni, tuttavia, sono considerate inaccettabili per la società di oggi; sono analfabeti e crescono in un ambiente ritenuto malsano. Quando la zona viene trasformata in parco naturale, i servizi sociali, sempre presenti ma respinti con decisione, finiscono per obbligare il nucleo familiare a trasferirsi in città e ad acquisire le abitudini di tutti i comuni cittadini.
Radu Ciorniciuc, che ha lavorato per quattro anni al progetto, narra così la disgregazione di una famiglia, a cui viene negata una libertà di scelta, che, nel momento in cui finisce forzatamente incasellata nella società civilizzata, diventa vittima delle più classiche forme di discriminazione e perde tutti i punti di riferimento che ne costituiva la forza. Quella che viene comunemente interpretata come una vita sana distrugge – con il superfluo e la superficialità: il cellulare, le slot-machine, l’ottenere tutto e subito… – l’equilibrio di undici persone che a quelle cose non avevano mai attribuito alcuna importanza. È significativa, in questo senso, la frase che il figlio maggiore dice a un certo punto al padre: “Sei un fallito, hai messo al mondo nove figli e non gli hai dato niente”, quando ormai il figlio si è convinto che “dare” significhi “dare cose materiali” e basta.
Va da sé che il parco naturale, una volta diventato ufficialmente tale, sembra destinato a trasformarsi in un immondezzaio e quindi a venire meno alla sua funzione. Una triste riflessione su come una vita “normale” possa non sempre essere un bene.

Vera de verdadVera de verdad (Italia-Cile, 2020), di Beniamino Catena, proiettato nell’ambito del Premio Corso Salani 2021, si distingue per originalità e inventiva nell’affrontare la tematica fantasy.
Vera, ragazzina di undici anni appassionata di astronomia, mentre si trova con un insegnante sulla cima di una scogliera ligure intenta a disperdere le ceneri dell’adorato cane, scompare all’improvviso come dissolta nel nulla. In contemporanea, in Cile, il vigilante di un osservatorio astronomico, vittima di un infarto e con un difficile rapporto con la figlia, si risveglia all’improvviso in ambulanza come se avesse in qualche modo assorbito la vita della ragazzina. Inizialmente inconsapevole della cosa, l’uomo ne prenderà coscienza dopo essersi sottoposto a una sorta di esorcismo e in seguito permetterà a Vera di ricomparire nelle vite dei suoi cari proprio su quella spiaggia sotto la scogliera da cui era scomparsa. Da qui in poi, lo spettatore si troverà a seguire le perplessità e le insicurezze della nuova Vera, ormai adolescente, impegnata a ricostruire un rapporto con i genitori e a ricordare quanto accaduto.
La pellicola ha una sua complessità che però il regista riesce a gestire bene, riallacciando i fili nel finale ma mantenendo sempre una certa atmosfera di mistero e lasciando a ognuno la sua libera interpretazione. L’affermazione “siamo luce delle stelle” ricorda la nota “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” della Tempesta di William Shakespeare, e se la fusione di due destini può determinare profonda sofferenza in coloro che restano, non è detto che questi ultimi non trovino l’uno nell’altro nuove ragioni di vita. L’interpretazione degli attori è convincente ed evita che il film, considerata la sua tematica insolita, possa involontariamente cadere nel ridicolo. Il che, vista la fama di cui gode di solito il fantasy italiano, non è poco.

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