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Scrittura

La scoperta di Cosa nostra

La scoperta di Cosa nostra

La scoperta di Cosa Nostra«Nell’ambito della Settimana nazionale della cultura a Washington è andata in scena la prima della nuova opera italiana titolata Cosa nostra. Robert F. Kennedy ne è il committente e John L. McClellan il regista. La star dell’opera è il baritono Joseph Valachi, definito dai critici come uno dei più grandi cantanti del nostro tempo. Al maestro Valachi si deve evidentemente anche il libretto. Siccome il Centro nazionale della cultura non è stato ancora costruito, l’opera si è tenuta nelle stanze del Senato», scriveva ironicamente il Los Angeles Times del 3 ottobre 1963.

Per capire i motivi di questo titolo insolitamente ironico del quarto giornale americano per diffusione, è necessario addentrarsi in uno dei periodi più torbidi per gli Stati Uniti, alla riscoperta di alcuni suoi protagonisti meno noti ma capaci di imprimere una svolta di legalità in un paese dove alla fine degli anni Cinquanta le organizzazioni criminali controllavano ampie fette dell’economia. Tra questi, il procuratore e ministro di Giustizia Robert Kennedy, fratello del più noto presidente JFK, ma anche l’italoamericano Joe Valachi, uomo d’onore fino al 1959, poi collaboratore di giustizia ben prima che Tommaso Buscetta iniziasse a scoperchiare i segreti della mafia. Oppure, il senatore John L. McClellan a capo dell’omonima Commissione che anticipò le grandi inchieste siciliane dalle quali nel 1986 scaturì il Maxiprocesso alla mafia italiana. Infatti, contrariamente a quanto potrebbe suggerire il nome, l’organizzazione mafiosa che oggi tutti conoscono come “Cosa nostra” per la prima volta fu scoperta e messa alla sbarra all’inizio degli anni Sessanta da un Pool di giudici creato dal procuratore Kennedy Jr, anche se per un errore di trascrizione all’inizio i giornali riportarono la dicitura “Casa nostra”. Della complessa vicenda che portò l’uomo d’onore Joe Valachi a sciogliere il patto con la mafia e collaborare con la giustizia americana, se ne occupa in modo preciso e dettagliato Gabriele Santoro in La scoperta di Cosa nostra per le edizioni Chiarelettere.

«Il caso Valachi rappresenta il più importante passo in avanti compiuto dall’intelligence nella lotta contro il crimine organizzato», spiegava il procuratore generale degli Stati Uniti Robert Kennedy il 23 novembre del 1963, ribadendo agli americani l’importanza della collaborazione con la giustizia del soldato Valachi che per primo aveva pronunciato in una audizione pubblica il nome dell’organizzazione mafiosa. Parole pesanti perché impresse sul Saturday Evening Post il giorno dopo l’assassinio di Dallas che costò la vita al fratello John Fitzgerald Kennedy: 35° presidente degli Stati Uniti. In quegli anni il crimine organizzato americano, che attraverso i sindacati teneva sotto controllo una significativa fetta dell’economia americana, non era certo al centro dell’azione di J. Edgar Hoover, dal 1935 al 1972 direttore del Federal Bureau of Investigation. Il principale nemico degli Stati Uniti, contro il quale Hoover e la CIA combattevano, era semmai rappresentato dal pericolo di infiltrazioni comuniste negli apparati istituzionali dello Stato.

Dal 16 dicembre del 1960, invece, ovvero da quando il presidente Kennedy aveva assegnato al fratello Bob l’incarico di procuratore generale (ministro della Giustizia), la lotta alla mafia iniziò a prendere una piega ben diversa. Forte della sua esperienza come primo consulente giuridico della Commissione antiracket guidata a partire dal 1957 dal senatore McClellan, il procuratore Bob Kennedy spostò le attenzioni delle agenzie investigative americane dalla crociata anticomunista alla lotta verso la corruzione. In tre anni di lavoro nella Commissione McClellan, Robert Kennedy interrogò 1525 testimoni e riuscì a scoperchiare il sistema corruttivo all’interno di quindici sigle sindacali, inducendo il Congresso ad approvare il Labor Reform Act. Il lavoro di Kennedy alla Giustizia, invece, è sintetizzato in un paio di numeri: dalle 14 condanne contro membri della mafia comminate nel 1960, con Bob alla guida del dipartimento di Giustizia si arrivò alle 325 del 1963. Non solo, Kennedy riuscì nel complicato intento di far passare l’FBI sotto l’influenza del suo ufficio, tra l’altro costringendo l’acerrimo nemico Hoover a sottoporgli in via preventiva tutti i discorsi che l’agenzia avrebbe voluto diramare e gli articoli del direttore stesso destinati alla stampa.

Jimmy HoffaUno dei primi risultati della sua azione contro il crimine organizzato fu quella di assicurare alla giustizia Jimmy Hoffa, il potente capo del sindacato Teamsters che nel 1964 venne condannato a 15 anni per corruzione assieme ad altri 115 sindacalisti, prima di scomparire misteriosamente nel luglio del 1975. «Meglio e prima di altri, Kennedy capì la misura dell’infiltrazione e del radicamento economico della criminalità organizzata americana», scrive Santoro nel suo saggio. Proprio per questo, egli impose una forma di collaborazione tra le 26 diverse agenzie investigative disseminate in tutto il paese, dopo che si era capito quanto le famiglie mafiose avessero fatto un salto di qualità nell’organizzazione di attività criminose, in seguito alle fortune accumulate durante il proibizionismo. In pochi mesi, l’FBI arrivò alla profilazione di 700 boss, mentre in tre anni d’impegno – interrotti il 22 novembre a Dallas – Bob Kennedy pose le basi legislative per un programma di protezione dei testimoni e collaboratori di giustizia, teorizzando per la prima volta il reato generale di associazione a delinquere di stampo mafioso che l’Italia inserirà nel proprio codice penale solo dopo gli omicidi di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa che insanguinarono il 1982 italiano. Boss mafiosi, membri delle istituzioni corrotti e stampa stavano assistendo alla nascita di un Pool di procuratori arruolati da Kennedy in persona, per la prima volta a capo di un dipartimento di Giustizia che finalmente disponeva delle risorse economiche e degli strumenti giuridici – ad esempio le intercettazioni telefoniche – per contrastare l’avanzata della criminalità.

«La decisione di collaborare con la Giustizia di Joe Valachi, figlio di immigrati italiani, membro di Cosa nostra fin dagli anni Trenta e incriminato per traffico internazionale di droga, segnò una svolta decisiva per l’azione del dipartimento di Giustizia», scrive ancora Santoro. La sua decisione di collaborare con la giustizia venne data alla stampa solo nell’agosto del 1963, quando era già un anno che sull’ormai ex uomo d’onore pendeva una condanna a morte decretata dal boss Vito Genovese per via di quella imprevista decisione che aveva scombussolato la vita delle cinque famiglie mafiose di New York. Le deposizioni di Valachi vennero trasmesse in diretta televisiva, catturando l’attenzione degli americani e anche dei giudici italiani. Oltre a ricostruire alle autorità l’organigramma di Cosa nostra, Valachi smentì numerosi luoghi comuni circa la presunta onorabilità dei mafiosi, raccontando di omicidi verso donne e bambini o del traffico di stupefacenti dal quale i boss mafiosi avevano sempre dichiarato la loro apparente distanza. Fu l’omicidio di un innocente scambiato per un uomo di Genovese che convinse Valachi ad avvicinarsi alla scelta di collaborare, mentre si deve probabilmente al tatto dell’agente speciale FBI James P. Flynn la decisione del pentito di vuotare tutto il sacco. Giovanni Falcone sta a Tommaso Buscetta come Flynn sta a Valachi, verrebbe da dire. Nella sua ricostruzione di trent’anni di storia criminale del paese, il pentito spiegò come Cosa nostra avesse il compito di mantenere gli interessi delle famiglie mafiose dei Genovese, Gambino, Bonanno, Colombo e Lucchese. Una storia criminale passata da un periodo nel quale a comandare era il Capo dei capi Salvatore Maranzano a quello dove le famiglie, sotto la spinta di Lucky Luciano, avevano deciso di costituire una Commissione «per risolvere in modo pacifico i contrasti tra le famiglie e mantenere l’ordine», spiegava Valachi. Lo stesso modello poi adottato dalla mafia siciliana a conferma della duplice evoluzione delle organizzazioni.

The Valachi PapersInevitabilmente, una parte della stampa criticò la spettacolarizzazione delle udienze di Valachi trasmesse in televisione, in quanto in molti non erano d’accordo col puntare i riflettori su un condannato a vita per traffico di droga. Allo stesso modo, le comunità italoamericane denunciarono il fatto che quel circo mediatico stesse dando vita a una campagna di odio contro cittadini americani solo per via del loro cognome “italiano”. Non pago del clamore suscitato, protetto a vista dall’esercito nella cella nel carcere di Otisville, Valachi passava il tempo a scrivere le sue ultime memorie. Un pamphlet di 1180 pagine confluito nel bestseller The Valachi Papers che valse al suo autore, Peter Maas, la prima azione legale di un ministro della Giustizia statunitense per la messa al bando di un libro. Non certo Bob Kennedy il quale nel 1965 cessò il suo incarico, ma il successore e procuratore generale Nicholas deBelleville Katzenbach. Lo stesso che tre giorni dopo l’omicidio di Dallas, in un memo spedito a Lindon Johnson – il quale nel frattempo aveva giurato come presidente – si affrettò a scrivere che: «Il pubblico deve essere soddisfatto di sapere che Oswald era l’assassino: non esistono complici in libertà».

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