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Era solo la peste di Ludmila Ulitskaya

Era solo la peste di Ludmila Ulitskaya

Quando un virus micidiale si insinua nell'abitudine al sopruso

Era solo la pesteLudmila Ulitskaya, russa moscovita, compie quest’anno ottantuno anni, vissuti prima come biologa per l’Istituto di Genetica, poi come drammaturga e scrittrice a tempo pieno. Il suo romanzo Era solo la peste, scelto dal PEN Lettori di Trieste a conclusione del percorso di letteratura russa contemporanea, nasce come script. Era il 1988, la scrittrice aveva quarantacinque anni e sperava di essere ammessa ai corsi superiori di regia e sceneggiatura, mentre l’Unione Sovietica di Gorbačëv cominciava a vacillare. Il suo copione non passò la selezione, non per insufficienza, ma per l’esatto contrario: il direttore del corso le disse che lei sapeva già tutto, non aveva bisogno di altre scuole, era già perfetta così.

Ma veniamo al testo. La vicenda, in piena epoca stalinista con il famigerato Berija a occuparsi di affari interni, è la trasposizione narrata di un fatto di cronaca realmente accaduto, in cui i personaggi, gli eventi, le dinamiche sono fedelissimi a quanto avvenuto e tutt’ora documentato. A Mosca si registrano casi di peste, lo stesso virus che ha decimato l’Europa nei secoli passati. Si sa subito chi è il paziente zero (un ricercatore, con tanto di amante, impegnato proprio su un vaccino per quel tipo di virus che in un attimo di distrazione lo ha contratto), e si passa senza indugio all’inseguimento di tutti coloro che sono entrati in contatto col soggetto untore, dal suo barbiere, agli inservienti dell’albergo dove ha manifestato i primi sintomi, ai passeggeri del treno su cui ha viaggiato (compresa un’alta funzionaria di partito), senza escludere il medico che l’ha per primo visitato e diagnosticato, né i membri dell’apparato governativo che l’hanno ricevuto e ascoltato mentre era già febbricitante. È una vera caccia all’uomo per battere sul tempo il diffondersi della malattia, perché allora come ora, in assenza di cure certe e di vaccini efficaci, l’isolamento e il distanziamento sociale sono le sole armi che medicina e società civile possono utilizzare per difendersi da un morbo letale.
Così, il libro della Ulitskaya, uscito in Italia nel 2022, ci ripropone uno scenario in tutto e per tutto simile a quello da noi appena vissuto durante la “nostra” pandemia da Covid 19. In tutto e per tutto? Forse, in larga parte, con mille e più somiglianze, ma con una grande e sostanziale differenza: isolare le persone, farle sparire senza spiegazione, tenere segreti i motivi e le azioni, piombare a casa della gente in piena notte sono tutti gesti tipici del terrore staliniano. Il paradosso è che proprio questi metodi saranno decisivi per circoscrivere e allontanare il pericolo di pandemia, anzi, dalla gente comune tutto sarà inquadrato, vissuto e accettato come una delle mille manifestazioni di potere a cui rispondere solo col subire passivamente. Tanto che addirittura la moglie di un alto funzionario “tracciato” e condotto in quarantena, la riterrà senza dubbio una ritorsione staliniana, e arriverà a denunciare il marito per alto tradimento, nonostante i tentativi dell’ufficiale di polizia di dissuaderla e di spiegarle che i motivi dell’irruzione notturna a casa sua non hanno niente a che fare con le famigerate e ben note purghe. Per una volta, l’apparato sovietico ha funzionato in senso positivo e persino Berija, giustamente passato alla storia come un brutale delinquente, stavolta prende le decisioni giuste.

Ma non c’è consolazione, né sollievo, e il solo sentimento finale è di ennesima rassegnazione: molti sono spariti, qualcuno è morto, grande è stato lo spavento, ma in fondo la peste era ben poca cosa, a confronto di quanto sarebbe continuato, con violenza e terrore, senza un possibile vaccino a riportare la vita nei suoi giusti binari.

Ludmila Ulitskaya

Si è detto dei tanti personaggi inseguiti dal virus e da chi lo combatte, ma questa è una polifonia che si avvale di altri elementi indispensabili per la sua completa comprensione. Primo fra tutti il treno: la storia si apre con un treno che sfreccia veloce e rumoroso, sul treno si svolgono scene importanti fra il paziente zero Rudol’f Ivanovic Majer, e gli altri passeggeri, e in altre occasioni i treni e le stazioni sono elementi scenografici imprescindibili. Lo sferragliare sui binari si accompagna ai campanelli che suonano a tutte le ore, alle porte che risuonano con i tocchi nervosi di chi bussa in piena notte, alle risate di chi tenta di sdrammatizzare, per concludersi con un canto religioso, un’ode a Dio corale e maestosa, un grazie per il pericolo scampato, che suona qui anche come speranza affinché la marcia della vita sia ancora gloriosa. E in fondo, nella Russia di Stalin, non resta che sperare, e raccomandarsi l’anima a Dio.

Ludmila Ulitskaya ci ricorda che la letteratura è sì visionaria, ma lei ce la propone, qui, (e anche nella sua grande produzione narrativa, che raggiunge una vetta altissima con Il sogno di Jacov) come cronaca, fedele alla sua scelta di non inventare mai niente e di attenersi strettamente ad episodi di vita realmente vissuta e da lei testimoniata, facendo della sua scrittura, sempre, un paradigma della contemporaneità. Questo breve racconto (solo centoquindici pagine) “rubato” al cinema riesce a racchiudere storia, cronaca, critica sociale, drammi personali, riflessioni, anima russa, sguardo sul mondo, rapidità visiva quasi cinematografica, in una sinfonia che si ripete come un miracolo in tutti i libri di questa grande scrittrice, da anni in corsa per il Nobel alla Letteratura. Premio sommo e assoluto che però lei, oggi non insegue. Da sempre nemica di ogni forma di imposizione politica, si è schierata da subito in opposizione a Putin. Avrebbe voluto restare a Mosca, ma il figlio l’ha letteralmente prelevata, insieme al marito, per portare entrambi a Berlino, in un piccolo appartamento sorto a cavallo della linea del muro. Da lì, Ludmila Ulitskaya guarda il mondo, da lì ha risposto alle domande di Christina Links, la cui intervista è pubblicata in coda al libro, e commuove leggere, tra le risposte, l’affermazione: “Il nostro magnifico popolo – lo dico senza ombra di ironia – è abituato a che la verità non gli venga mai detta”. La scrittrice, e noi con lei, confidiamo ancora nella forza delle parole e nella potenza di chi le legge, consapevoli del valore profetico della letteratura.

Il gruppo di lettura dice che

Ludmila UlitskayaToni alti e vivacissimo dialogo quello fra i lettori del Gruppo PEN, alcuni studenti di russo presso l’Ateneo di Trieste e la loro professoressa, nonché coordinatrice dell’incontro e traduttrice di Era solo la peste, Margherita De Michiel.

Gran parte della discussione ha ruotato attorno ai problemi di traduzione, facendo tesoro, anche in questo caso, di una seconda appendice al libro curata proprio dalla De Michiel, che costituisce un corpus a sé stante, piccolo e prezioso compendio della fatica, ma anche della meraviglia, che prende chi traduce.
Nel caso specifico, già il titolo è frutto di una scelta di stile e significato, prima ancora che di fedeltà filologica: all’originale che si potrebbe tradurre letteralmente con Solo la peste è stato aggiunto quell’“Era” che ha accentuato un immediato confronto fra la pericolosità della peste e il ben peggiore e persistente pericolo della politica staliniana, dove lo stesso Stalin è il grande presente/assente.
Né è mancata la narrazione dei contatti che la stessa De Michiel ha avuto con la Ulitskaya a Berlino, densi di una nostalgia per la madrepatria, dove difficilmente la scrittrice potrà tornare. Lì è emersa la sua sostanziale indifferenza verso un Nobel, a nostro avviso obbligatorio, oltre che meritatissimo, che però le darebbe la possibilità, quella sì benvenuta e indispensabile, di fiondarsi nell’ufficio di Putin, forte di una sorta di intoccabilità internazionale, per chiedere l’immediato rilascio di tutti gli oppositori politici.

Quanto all’attività teatrale, molto della Ulitskaya è stato rappresentato, ma mai questo testo. Poco male, dal momento che al di là di ogni storia, difficoltà, successo o critica, il teatro resta per lei “la più religiosa di tutte le arti, e nello stesso tempo la più atea e blasfema, perché compete col Creatore e può permettersi di tutto”.

La discussione ha toccato diversi temi proposti nel ricchissimo testo: la potenza delle immagini cinematografiche, la perfezione dei dialoghi, i diversi registri narrativi fra popolani e non, la musicalità e i suoni presenti nella storia, i gesti e le abitudini descritte, per noi oggetto di curiosità e attenzione ma per i russi immediatamente riconducibili al loro vissuto quotidiano. Il ritmo narrativo ha avuto forse la riflessione più approfondita, dove molti hanno notato l’importanza di non avere note al testo, lasciando ai lettori l’eventuale ricerca di agganci storici o altre spiegazioni, senza interrompere una lettura che deve avere un suo scorrere ben preciso.

E poi è arrivata la storia editoriale del libro. Per la traduzione è stato concesso, come spesso capita, un tempo molto limitato (ah, la meraviglia del testo originale, semi distrutto ma eroico come la bandiera a brandelli di una battaglia vinta!) e molti sono stati i “battibecchi” fra la traduttrice e il revisore dell’editore: correzioni e rivisitazioni del testo, lotta per preservare l’impostazione tipografica originale che non veniva compresa, scelta di una copertina definita “non proprio azzeccata”, e soprattutto il colpevole rifiuto dell’editore, a differenza di altre edizioni straniere, a inserire un elenco dei personaggi con i loro nomi, cosa che avrebbe agevolato parecchio la lettura di chi, non russofono, fatica a riconoscere i vari diminutivi che ogni nome porta con sé, e che spesso sono causa di confusione.

Titolo: Era solo la peste
Autore:
Ludmila Ulitskaya
Traduttrice:
Margherita De Michiel
Editore:
La nave di Teseo
Pagine:
115
ISBN: ‎ 9788834610510
Prezzo: 16,00€

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