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Scrittura

Sorprendimi, dimmi la condizione

Alcune riflessioni sulla poesia di Marina Giovannelli

Immagine articolo Fucine MuteSi può costringere nelle proprie mani il volo dell’arcobaleno? Questo assoluto, questa condizione ideale può ancora essere ostinatamente cercata? Ma a quale prezzo? Sono queste alcune delle domande che Marina Giovannelli ci rivolge nel suo ultimo libro di poesie Una condizione ablativa, edizioni Joker, Novi Ligure, 2003.

La poetessa ci invita ad una presa di coscienza di una condizione esistenziale che si configura come ricerca, sempre ablativa (dal latino auferre: portare via), incompiuta e mancante, che è allo stesso tempo lotta ed ascolto. Lotta perché è necessario resistere all’abitudine e non lasciarsi inghiottire nelle pieghe di dolore che la vita incide nelle nostre anime e nelle nostre mani, lotta quindi per essere e dirsi (che forse sono la stessa cosa) nonostante “la porta chiusa sul mondo” e le “sale blindate” della solitudine. Ma questa ricerca è anche ascolto, rispetto del mondo e dei suoi vuoti, e soprattutto capacità di osservare e di meravigliarsi davanti al dettaglio, all’“inaspettato amore/ sull’arco sopraccigliare”, davanti ad un mondo da vivere in modo nuovo fatto di speranze, di “linfa e amore/ amore e vita”. É proprio questo che l’io lirico chiede all’amante: sorprendimi, mostrami, dimmi. L’amore di un uomo, ma anche la scoperta del mondo, non sono infondo che un’unica cosa: un racconto (tema fondamentale già in (An)estesie, Campanotto editore, Udine, 1998), un canto che si cerca e si distingue dal vociare contemporaneo spesso insignificante. Anche il pianto può allora diventare canto purché sia, come nel mondo classico, rituale. E il recupero del repertorio mitologico è significativo in questa raccolta, basti pensare alle immagine delle driadi (ninfee degli alberi) che si staccano dai tronchi durante un acquazzone estivo per rifugiarsi al bar.

Il riferimento discreto e delicato al mondo classico è inoltre coerente alla scelta di una lingua caratterizzata dalla ricerca di parole raffinate (si noti la citazione rosselliana di “pulchritudini”, ma poi anche l’uso di termini letterari come “algida”, “vandeana”, “diaspro”, “glera”, “fumida”…). Sono queste parole eleganti e musicali che permettono il canto, nonostante il ritmo spezzato dei versi, che mima invece il dolore e lo scarto tra realtà e desideri. Impastate al dolore eppure cesellate, rifinite con cura, le parole preziose di Giovannelli sembrano essere il simbolo della sua stessa poetica dove il problema della ricerca del senso è strettamente legato a quello della bellezza. Eppure la poetessa è consapevole che questa identità non basta, non bilancia né compensa il buio e la sofferenza in cui siamo brancoliamo: “la perfezione del fiore/ non redime l’ineluttabile/ dolore”. La bellezza può ridare speranza e scaldare un poco l’anima, ma è frutto di un esercizio faticoso, da riproporre continuamente perché ogni risarcimento non è che provvisorio

Questa consapevolezza si fa più forte nella seconda parte del libro, intitolata “da vita in villa”, dove il confronto (scontro) tra le domande dell’io lirico e il contesto della villa, quindi in generale della “societas”, assume un carattere sempre più tragico. Lo scarto incolmabile “tra mare e gabbiano/ l’onda e l’ala”, è evidente lì dove storia e società, travolgono e riducono l’io ad un’isola nascondendo così le sue “pulchretudini”.

Se la traiettoria dell’arcobaleno non può essere tenuta, afferrata in una mano, ciò non impedisce alla poetessa di chiederla e di cercarla, di continuare a porre dalla sua isola ostinate domande di senso. Così l’ultima poesia della raccolta si conclude con l’immagine di un occhio e di una pupilla aperti e pieni di domande anche se violentati dalla polvere. In questo atto di resistenza, che mi piacerebbe chiamare onestà, se la definizione non aprisse nuovi ed interminabili problemi, dicevo, è in questo atto di resistenza e di domanda che mi sembra di poter indicare l’aspetto più attuale della poesia di Marina Giovannelli, che in modi tutti femminili, non rinuncia a porre il problema del senso e della sua concreta comunicazione attraverso il fatto poetico.

Immagine articolo Fucine Mute

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dietro le pennellate
di terra e di mascara
                       sveli
l’oscena rete documentare
benché tenace rimozione
                       slabbri
giorno per giorno
sorrisi inverecondi
                       spacci
fervidi sguardi
d’idiota mansuetudine

è la piega all’angolo sinistro 
                     della bocca
la testa reclinata
d’inconfessabile amarezza
le spalle caricate 
                      dalla vita

ma insospettato amore
sull’arco sopraccigliare
disegna

                        inquisitive tracce
solca                silenziosi sentieri
ancora
                        nonostante il dolore

***

la porta chiusa sul mondo
il mondo sconosciuto
chiusa la porta sul mondo
il mondo rifiutato
braccia che non si tendono
inutilmente tese
vincoli senza uscita
blindate sale

***

sorprendimi
mostrami la corolla sullo stelo
sul petalo la coccinella
l’umidofresca foglia senza spina
l’azzurra vastità della marina
l’acqua della sorgente
                      e della foce

mostrami il ponte
mostrami la scala
la chiave nella serratura
il suo batacchio
                      dentro la campana

mostrami il prima e il dopo
l’oscurità e il chiarore
il fine e la ragione
mostrami il come e poi la differenza
dimmi la conseguenza
di gioia di dolore
la colpa l’occasione
la pena
                      l’indulgenza

dimmi la condizione

***

la perfezione del fiore
non redime l’ineluttabile
dolore non l’eccelsa armonia
dei suoi petali in trono
l’algida simmetria
del cristallo di neve
la goccia di medesima struttura
nell’acquaio di casa
                     e sulla luna

ah l’eccellenza della sottrazione
che ti rivela nudo
a condividere l’intelligenza
d’una lontra golosa 
                       delle percorse valve

del macaco sagace
divoratore di mondati grani

non già dominatore
nemmeno a somiglianza
                       della perfetta idea
solo capace di deragliamenti
scambiati per primato
privato sogno
non munificenza
                     senza dispensatore

così stracciati i parametri
recise le corone
le pieghe della carne
le piaghe dell’attesa
                      convertite in deriva

tenti la proiezione estrema
comunque anch’essa
una condizione ablativa.

***

il sole percorre davanzali
balconi di lucido fulgore
portali di pietra pensosa
ma dentro grida un vuoto
millenni d’oscuro timore
respingono la straniera
avida di identità riottosa
intriganti gli occhi di
                                rapina

dietro gli scuri e i portoni
oltre le barriere fiorite
dove si annidano rimorsi
piangono bambini delusi
dall’amaro sapore dell’erba
stretta in temporanei covoni
dove si scioglie per un giorno
il languore e si rapprende
la vita incombe come vasta
                                 slavina

dove si nascondono rancori
tra lenzuola d’umido corredo
rosse le cifre a punto croce
ricamate di filo e lacrime
e la caraffa scheggiata
nel catino ristagna
o ghiaccia come nel vaso
                                  urina

***

isola di tutte le solitudini
di revocati addii
all’onda franta sulla riva
lungo una via di scogli
inghiottita dal mare
il faro intermittente
come sola lusinga

isola dei morti
dei bambini scomparsi
dentro le foto bianconere
con gli occhi spalancati
di incompreso timore
delle fanciulle calice
ammaliate di vita

isola delle domande
nella quiete del sole
quando si ferma il tempo
ma non cessa il dolore
nel vento di levante
che trafigge di sale
offuscate le pupille

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