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Cinema

Il fiore del mio segreto (Almodóvar, 1995): la letteratura come seduzione

Il fiore del mio segreto (Almodóvar, 1995): la letteratura come seduzione

Il presente frammento è tratto dal saggio breve La flor de mi secreto (Almodóvar, 1995): la literatura como seducción, pubblicato in ARBOR Ciencia, Pensamiento y Cultura, Vol. 187, No. 748, marzo-abril (2011), pp. 383-390. L’autrice è Cristina Martínez-Carazo. Copyright (c) 2011 Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC). La traduzione è a cura di Annamaria Martinolli.

Il fiore del mio segretoI molteplici riferimenti alla scrittura presenti in Il fiore del mio segreto (1995) hanno indotto a etichettare il film come il più letterario di Pedro Almodóvar. Già nella prima inquadratura della protagonista, la macchina da presa glissa con una breve carrellata dal suo letto a una pila di romanzi accatastati accanto al comodino, seguita da un’immagine del personaggio davanti alla macchina da scrivere, intenta a digitare le righe di testo. Opere di Juan José Millás (Ella imagina), Julio Cortázar (I racconti), Djuna Barnes (La foresta della notte), Janet Frame (Un angelo alla mia tavola), Henry James (La musa tragica), sono sparse per la stanza come a sottolineare i gusti letterari di lei. Lo spettatore entra così in contatto con Leo/Amanda Gris, lettrice accanita, scrittrice di romanzi rosa (e noir), saggista, ammiratrice dichiarata di scrittrici “maledette” e vittima delle dinamiche del mercato letterario (e di un matrimonio fallito). Assieme all’aspetto professionale, anche la sua complicata vita affettiva viene anticipata attraverso la scrittura. All’inizio del film vediamo Leo, in evidente stato di disperazione, intenta a scrivere una lettera sofferta al marito in cui afferma: “A volte il tuo ricordo […] mi opprime il cuore fino a togliermi il respiro […] Ti odio. Magari potessi continuare a odiarti come ti odio adesso”. Il fallimento del suo matrimonio e la conseguente ricostruzione della sua vita affettiva sono anch’essi segnati dalla scrittura nella misura in cui la sua crisi sentimentale influenza l’evolversi del suo lavoro di romanziera e spinge il suo nuovo compagno, Ángel, caporedattore del supplemento culturale del quotidiano El País, ad aprirle nuove possibilità nel campo della letteratura. Quello a cui assistiamo è dunque l’intrecciarsi della sua vita affettiva e professionale su un’unica trama letteraria.

Lo spettatore si trova ad assistere ad un film il cui principio è la letteratura. Lo stesso regista, nel parlare della sua costruzione, dichiara: “La struttura assomiglia a quella di un romanzo in cui ogni capitolo ha un titolo. Ho quasi dato un titolo a ogni sezione principale del film: La solitudine di Leo, La famiglia, El País, La visita del marito, Il suicidio, Il ritorno al villaggio, Il ritorno in città. Naturalmente Leo condivide ogni capitolo con gli altri personaggi. Ma la narrazione è lineare perché tutto si basa su di lei. […] Questa forma particolare la richiedeva la storia stessa. Una storia ha sempre le sue leggi”[1]. Per Paul Julian Smith questo film è la cerniera che unisce due estetiche dominanti nel cinema di Pedro Almodóvar; la prima, che il critico definisce periodo rosa, corrisponde ai suoi primi film dissidenti ed esagerati sia a livello stilistico che tematico, mentre l’ultima, il periodo blu, è caratterizzata da una serie di opere più controllate, meno colorate e dalla tematica meno provocatoria. Inoltre, sempre secondo Smith, Il fiore del mio segreto segna l’ingresso di Almodóvar nel cinema “d’autore” attraverso il cambio di trattamento di cui sono oggetto tre delle sue tematiche principali: sesso, città e letteratura. Per quanto riguarda il sesso, la pellicola sostituisce i personaggi sessualmente atipici dei primi film con coppie eterosessuali convenzionali; il trattamento della città perde il suo profilo delirante per mostrarsi come uno spazio problematico e alienante mentre, per quanto concerne l’aspetto letterario, il linguaggio spontaneo e improvvisato del primo periodo viene sostituito da dialoghi e riferimenti volutamente letterari[2].

Il fiore del mio segreto

Al di là di questo dispiegamento di allusioni letterarie, quello che in effetti determina la letterarietà del film è, da un lato, la costruzione della figura della protagonista sulla base di modelli letterari, e dall’altro, la strutturazione della sua esistenza a partire dalla scrittura. Il presente studio si incentra, appunto, su questa doppia funzione del letterario. […]

In primo luogo il personaggio di Leo è costruito a immagine e somiglianza delle autrici che lei legge e ammira. Il regista si insinua nella soggettività del personaggio tramite la letteratura, facendo sì che lei si riveli a se stessa attraverso quello che legge e scrive. Così facendo, produce nello spettatore una reazione apparentemente contraddittoria nei confronti del personaggio: allontanamento, perché la dimensione di scrittrice le conferisce un’aura fittizia, e ravvicinamento, perché la scrittura permette di esplorare la sua soggettività che, altrimenti, non risulterebbe così approfondita. Questo dialogo tra prossimità e distanza, ben lungi dal nuocere al rapporto tra il pubblico e il film, rafforza il legame tra i due consegnando allo spettatore un personaggio complesso e credibile, oppresso da un problema sentimentale evidente.

Il peso della componente letteraria si manifesta innanzitutto nel modo in cui Leo delinea se stessa come replica delle scrittrici “tormentate” che ammira, insinuando che non è soltanto la produzione letteraria di queste autrici a interessarla, ma anche la loro persona, la loro vita emarginata e lacerata, la loro condizione di alcoliste, la loro dipendenza dai tranquillanti, le loro tendenze suicide, la straziante solitudine e, soprattutto, il loro insediarsi nella scrittura come luogo di sopravvivenza. Il percorso di vita di Leo viene così scandito dal comportamento delle sue scrittrici modello; incline all’alcool e ai farmaci come loro, suicida, tormentata; in una parola: infelice. Djuna Barnes, Virginia Woolf, Dorothy Parker, Edith Wharton, Janet Frame, più che da muse letterarie fungono da muse di vita. In esse, Leo si riconosce come vittima di se stessa e si appropria del loro fallimento. Nel contesto melodrammatico del film, le scrittrici sono un modello di infelicità per la protagonista, uno stampo per dare forma alla sua stessa tragedia. La letteratura serve per indicare allo spettatore il percorso emozionale e i modelli della disperazione della protagonista, che nel fare sua una frase di Djuna Barnes – “Hai al tuo cospetto una donna nata per essere ansiosa” – sembra mostrare al pubblico il copione della sua storia.

Il fiore del mio segretoAffinché il processo di identificazione con le succitate scrittrici resti coerente, Leo si attiene al tipo di letteratura prodotto dai suoi modelli. Opta quindi per sostituire il genere che l’ha portata alla fama, il romanzo rosa, con uno stile in grado di riflettere la sua caotica interiorità. Vivere tormentati e dedicarsi alla scrittura di romanzi rosa risulta chiaramente inverosimile. A questo allude lo stesso Almodóvar quando dichiara: “Se una scrittrice di romanzi rosa, per distrazione o dolore, si osserva nello specchio scuro della realtà, ha frainteso il suo sguardo (lo sguardo dello scrittore è essenziale) e avrà varcato il confine che separa due generi così opposti e vicini come il rosa e il noir”.

Oltre a questa intersezione di colori letterari, quello che determinata veramente il ruolo di protagonista della letteratura nel film è la strutturazione della soggettività del personaggio attraverso la scrittura. Il suo percorso di vita è determinato a forza di colpi sulla tastiera. Dal romanzo rosa, che consolida la sua carriera letteraria, e riproduce i suoi anni di successo, alla stesura di romanzi noir, riflesso del tormentato rapporto matrimoniale, la sua vita e la sua letteratura si fondono/confondono. Leo si presenta nel film come una donna che ha raggiunto il successo sociale e professionale grazie alla letteratura. Le sue umili origini, dedotte a partire dalla bassa estrazione sociale della madre e della sorella, sono rimaste alle spalle grazie alle cospicue vendite dei suoi romanzi rosa, firmate con lo pseudonimo di Amanda Gris. La donna colta e sofisticata che emerge da questo successo professionale e che esemplifica in sé la tematica rosa, si ritrova prostrata da una grave crisi sentimentale, dovuta all’allontanamento fisico ed emozionale del marito, e di conseguenza cambia stile. A partire da questa crisi, Leo scrive e si inscrive come personaggio di romanzo noir. La prostrazione le impedisce di rispettare le clausole del suo contratto editoriale e la spinge a sostituire l’artificiosità del romanzo rosa con il realismo del noir. Da qui l’indignazione della sua editrice di fronte alla virata letteraria di Amanda Gris e il suo ricordarle, con acredine, che la letteratura è un mezzo di evasione che non lascia spazio alla realtà.[…]

Il fiore del mio segreto

Sarà il suo ribellarsi e reinventarsi a partire dalla lettura e dalla scrittura a rendere possibile la riformulazione della sua vita. È a questo che allude Alejandro Yarza quando sostiene che: “Il soggetto che emerge dal cinema di Almodóvar è un soggetto-maschera che rappresenta un ruolo sociale, derivante dall’intersezione di una serie di discorsi e pratiche sociali che lo definiscono come tale. Non si tratta dunque di un soggetto trascendentale e uniforme antecedente al discorso ma è molteplice e contradditorio e si origina in esso”[3]. Questo soggetto in continuo mutamento, frutto dei discorsi che ne marcano l’esistenza, trova la sua risposta nella produzione letteraria della protagonista. Il primo passo nel suo processo di trasformazione è la stesura di un romanzo noir, La cella frigorifera; una storia delirante e truculenta. Vale la pena ricordare che il manoscritto subisce un’infinità di vicissitudini: viene respinto dalla casa editrice, rubato dal figlio della domestica di Leo, Antonio, e venduto a Bigas Luna per ricavarne una sceneggiatura cinematografica, consentendo in questo modo il finanziamento di uno spettacolo di flamenco fusion interpretato dallo stesso Antonio (Joaquin Cortés) e dalla madre Bianca (Manuela Vargas). L’insuccesso editoriale del manoscritto cede il passo alla nuova Leo, ora autrice di saggi letterari e sentimentalmente legata a un altro scrittore/caporedattore, Ángel. Per arrivare a questo però bisognerà passare per un doppio suicidio, letterario e reale.
Il primo suicidio, metaforico, si consuma attraverso la stesura di un saggio distruttivo incentrato proprio su quella letteratura rosa di cui si occupa Leo, pubblicato, anche stavolta sotto pseudonimo, sul País. Leo, che grazie all’amica Betty entra in contatto con Ángel, gli consegna durante il loro primo incontro il manoscritto del suo romanzo noir e due saggi. Dopo aver letto i testi, e affascinato dal suo stile, Ángel organizza un secondo appuntamento per concretizzare la collaborazione di Leo con il quotidiano. Leo chiarisce fin da subito che preferisce scrivere solo di argomenti che le piacciono e che, se possibile, vorrebbe evitare la letteratura spagnola. Ángel, inaspettatamente, le chiede cosa ne pensa di Amanda Gris, senza sapere che dietro quello pseudonimo si cela lei. […] In seguito, approfitta della costernazione di Leo nei confronti di un genere che considera ripugnante per chiederle di redigere cinque pagine su quanto ha asserito e da lì nasce l’articolo suicida, un’acida autocritica dei suoi romanzi rosa. La risposta di Ángel non si fa attendere e pubblica immediatamente sul quotidiano l’articolo di Leo affiancato da un altro, redatto da lui, in difesa dell’opera di Amanda Gris. […] In questo modo vediamo come, attraverso la scrittura, Leo cancella il suo passato di autrice di romanzi rosa per iniziare una nuova tappa incentrata sulla critica letteraria.
Il secondo suicidio, fisico, indotto dall’abbandono del marito, si concretizza con l’ingestione di un tubetto di tranquillanti. Sarà la voce della madre in segreteria a scuoterla dal torpore inducendola a vomitare le pillole e a tornare così alla vita. Da entrambi i suicidi emergerà la nuova Leo Macías, spogliata della sua maschera di Amanda Gris, e adesso collaboratrice del supplemento letterario del País e sentimentalmente legata al caporedattore. […]

Nonostante la coerenza emotiva tra la scrittrice e la sua opera, Leo si presenta comunque come un personaggio pieno di contraddizioni sia nel suo ruolo di lettrice che in quello di autrice. I suoi sofisticati gusti letterari, a giudicare dalle letture, sono in netto contrasto con l’artificiosità e il sentimentalismo dei suoi romanzi rosa e con la banalità del romanzo noir che ha appena scritto. A questo va aggiunto l’ambiguo atteggiamento nei confronti del manoscritto del suddetto romanzo (da un lato vi si identifica e dall’altro lo considera spazzatura; lo invia per la pubblicazione, e glielo rifiutano, ma allo stesso tempo non lo deposita perché non era sua intenzione pubblicarlo; si mostra indifferente di fronte alla sua sottrazione e alla sua futura vita in qualità di sceneggiatura di un film di Bigas Luna; alla fine è contenta che sia servito per la realizzazione dello spettacolo di flamenco di Antonio). Anche se questo atteggiamento le fa perdere spessore come scrittrice, glielo fa guadagnare come personaggio da romanzo.

Qui è possibile vedere il trailer originale:

Note:
[1]
Strauss, Frédéric (ed.) (1996): Almodóvar on Almodóvar, London & Boston, Faber and Faber, p. 162.
[2] Smith, Paul Julian (2003): Contemporary Spanish Culture, Cambridge, UK, Polity Press, p. 150.
[3] Yarza, Alejandro (1999): Un caníbal en Madrid, Madrid, Libertarias, p. 34.

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