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Musica

Paolo Fresu

Il suono che arriva, il silenzio, lo spazio

Beatrice Biggio (BB): Fucine Mute ha il piacere e l’onore di ospitare Paolo Fresu, al quale rivolgeremo qualche domanda sullo spettacolo che abbiamo visto stasera ad Absolute Poetry e che ci ha dato molte emozioni, il meraviglioso Non sempre ricordano, incentrato sulla poesia di Patrizia Vicinelli.

Paolo Fresu

Noi vogliamo ricordarla, invece, e chiediamo a Paolo Fresu, che l’ha conosciuta così bene, di descrivercela con qualche breve pennellata…

Paolo Fresu (PF): Innanzitutto, Non sempre ricordano è il titolo di quello che credo sia stato l’unico suo vero libro, del quale Patrizia andava molto fiera. Ricordo che andava sempre in giro con questo libro bianco, che era stato prodotto da Daniela Rossi, la quale in parte, seppure fortuitamente, fu anche l’artefice del nostro incontro. Io conobbi Patrizia, infatti, a Sassari, in occasione di un convegno sulla poesia del Mediterraneo, dove ho anche conosciuto la persona che poi ha di fatto costruito il progetto al quale abbiamo poi lavorato insieme, Michele Schiavino, che dirigeva la cooperativa 2029 a Salerno.

Fu lì che nacque l’idea di mettere in piedi un Majakovskij completamente folle, letto sia in italiano da Patrizia Vicinelli che in catalano da Joan Minguell. Ne fu poi tratto un disco che in parte contiene letture dal vivo e in parte materiale registrato in studio, che purtroppo è uscito postumo dopo la morte di Patrizia. Così è nato un incontro meraviglioso. Purtroppo allora non conoscevo ancora questo mondo della poesia sonora e dei Poeti del ’63, ed è in quel contesto che ho incontrato Nanni Balestrini e Lello Voce, anche loro presenti qui ad Absolute stasera. L’incontro con Patrizia è stato straordinario. Sconvolgente, direi. Un incontro oltretutto per me formativo, perché io iniziavo appena a suonare jazz e mi trovai di fronte ad un mondo dove le regole erano completamente diverse o, forse, dove di regole non ne esistevano proprio, perché bisogna dire che Patrizia era un’anarchica vera.

Abbiamo lavorato insieme per tanto tempo, abbiamo fatto molti reading sia in trio con Joan Minguell che in duo. L’ultimo reading insieme, quello che forse ricordo con più piacere, fu alle Fonti del Clitumno al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Avremmo dovuto portare lo spettacolo al Festival della Poesia di Milano, ma purtroppo Patrizia subito dopo si è ammalata gravemente e se n’è andata. È stato quindi una sorta di flash durato circa un anno e mezzo, attraverso il quale ho imparato molto, sono maturato. Anche se si potrebbe dire che tutta la poesia sappia di suono, in particolare questa poesia che avevo scoperto sapeva enormemente di suono e soprattutto di performance. Una poesia fatta di gesto, di movimento, di emozione, quella stessa che stasera abbiamo cercato di restituire agli spettatori attraverso un concerto che era un reading, una lettura, era tutto quanto insieme. Credo che questo, in fondo, fosse il concetto creativo ed artistico di Patrizia Vicinelli.

BB: A proposito del concerto di stasera, da chi è nata l’idea? Sappiamo che avete provato pochissime volte, ci piacerebbe sapere com’è nato il progetto e soprattutto quali sono state le tappe della sua creazione.

PF: Naturalmente in questi anni Lello Voce ed io ci siamo visti molto spesso, e abbiamo fatto diversi lavori insieme. Io ho partecipato a quasi tutti i libri musicali che lui ha realizzato, compreso l’ultimo che sta per essere pubblicato. Era quindi da tempo che Lello mi invitava a venire a Monfalcone, mi parlava spesso di questo bellissimo Festival, mi dava tutte le brochure e i materiali e, fin dall’inizo, l’invito era proprio quello di venire ad Absolute e costruire insieme un progetto su Patrizia Vicinelli.

Negli anni scorsi non ero riuscito a venire per motivi di lavoro, quest’anno ce l’abbiamo fatta ed è nata quest’idea. Io ho gestito la parte musicale, decidendo quali artisti potevano innestarsi bene in questo tipo di progetto, e cioè la voce e l’oud di Dhafer Youssef e la follia totale di Antonello Salis, parlare del quale come soltanto di un pianista o un fisarmonicista sarebbe assolutamente limitante. Mi piaceva l’idea del magma sonoro, della poesia, della melodia, ma anche dei suoni difficili e dissonanti, questa sorta di ebollizione che in qualche modo è anche la poesia di Patrizia. Lello Voce si è occupato di contattare Ilaria Drago che, devo dire, è stata assolutamente straordinaria perché si è dimostrata essere una musicista totale, nel vero senso del termine; non più solamente un’attrice, non più solamente una lettrice, ma un quinto o sesto strumento. Poi c’è stata la scelta dei testi da Non sempre ricordano, ai quali Lello Voce ha poi affiancato alcuni pezzi che ha scritto appositamente, dedicandoli alla poesia di Patrizia.

Si è trattato di una lettura sonora sia dei testi di Patrizia che di quelli di Lello, in cui le voci di Lello e di Ilaria Drago in molti momenti diventavano un tutt’uno, un inseguirsi, un moltiplicarsi di voci, anche attraverso inserti della stessa voce registrata di Patrizia, tutte voci che poi anche noi musicisti utilizzavamo in altre forme. Il risultato finale, quindi, non lo conosciamo neanche noi, perché l’idea è nata a tavolino, poi abbiamo lavorato sui testi, mandandoceli via e-mail, abbiamo deciso in quanti momenti lo spettacolo avrebbe dovuto dividersi… però, di fatto, è nato nelle due ore in cui ci siamo visti ieri mattina per fare una prima prova, con la seconda di stamattina, e poi con la prova generale. In realtà, quella di stasera era la seconda vera generale di questo spettacolo.

BB: Abbiamo parlato di strumenti, di come anche una voce possa diventare uno strumento, e Lello Voce quest’anno ha introdotto il festival parlando dei poeti come artigiani della parola e della poesia come prodotto assimilabile alle navi degli artigiani dei cantieri di Monfalcone. Anche il suo è lo strumento di un artigiano? Qual è il suo rapporto con tromba e flicorno, c’è una sorta di relazione in cui esistono anche momenti di distacco, insofferenza, litigio?

Paolo Fresu intervistato da Beatrice Biggio

PF: Per me lo strumento è uno strumento. È chiaro che per il concetto di suono, creatività, emozione lo strumento è importante, è qualcosa che serve a portare fuori ciò che si ha dentro. Se non si ha niente da dire, si può suonare qualsiasi strumento e non c’è niente che accade. Detto questo, gli strumenti che ho, li ho scelti, tutti. Per esempio ho un flicorno che sembra vecchissimo e che ha soltanto due anni: è stato costruito da un artigiano olandese ed io non ho voluto farlo laccare appositamente, perché altrimenti avrebbe rischiato di perdere quella particolare pasta sonora.

Devo dire però che non ho un rapporto particolare con i miei strumenti, non sono particolarmente attaccato a loro, a volte li tratto anche molto male, li lascio dappertutto e spesso li dimentico. Questo perché per me sono appunto strumenti, cioè oggetti che, se appoggiati su un tavolo, per quanto belli, diventano inanimati, oggetti che hanno solo un valore estetico. Nel momento però in cui ci si soffia dentro, c’è una magia che accade. Lo strumento tira fuori delle note, e queste note sanno di qualcosa. Ecco perché mi piace quest’idea di mantenere il mistero con lo strumento.

Quando insegno, gli allievi a volte mi chiedono: “Ma suoni questa tromba con quella campana numero…?”. Io rispondo sempre che non lo so, che non so niente e che non mi chiedano come fa una tromba a suonare perché non lo so e non lo voglio sapere. Mi piace l’idea del mistero, del rapporto con lo strumento che è puramente emozionale. Il mistero che sta nello scoprire ogni giorno qualcosa che poi in realtà cerchi di nascondere da qualche parte, proprio perché il tuo scoprire le cose diventa quasi un’azione delittuosa.

È bella quest’idea dello strumento che diventa partecipe di te stesso, quasi un’estensione di te, una sorta di prolungamento dell’anima, se così si può dire. Quest’idea del pensarlo tale è per me il mio concetto di fare musica, una filosofia di pensiero, l’idea di un suono che arriva, del silenzio, dello spazio, di tutto ciò che anche stasera in qualche modo si è palesato durante il concerto.

Questo rapporto con lo strumento, allora, non è neanche definibile come conflittuale, è un rapporto di distanza, quasi, con la consapevolezza, però, che lo strumento c’è, e che quando questo si rifiuta, per mille motivi, di rispondere al meglio, bisogna assolutamente ritrovare l’azimut, come dire, perché altrimenti il rapporto creativo non può esserci. In quel caso, quello che si ha dentro non riesce ad uscire perché lo strumento ha un problema. A volte siamo noi ad avere un problema, a volte è lo strumento.

Paolo FresuQuindi è fondamentale che lo strumento sia efficiente, ma al di là di questo, teoricamente, uno strumento varrebbe l’altro.

BB: Seguendo il filo ideale di Absolute Poetry, quest’anno parliamo di navi e di viaggio. Lei viene da una terra, la Sardegna, dalla quale si è allontanato per poi tornarvi, ed andarsene e tornare ancora, e nella quale ha scelto di far nascere anche un importantissimo festival, “Time in Jazz”. Si può dire che al tempo stesso lei sia un emigrante, un immigrato e un viaggiatore. Cosa risponde a chi sostiene che non si possa scrivere, e nel suo caso scrivere musica, sulla Sardegna se ci si vive perché si è troppo dentro né se la si è lasciata perché ormai troppo fuori?

PF: Mi è stato chiesto poco tempo fa di scrivere un contributo per un libro di uno scrittore sardo che si chiama Giacomo Mameli. Il libro s’intitola La Sardegna di fuori. Giacomo in precedenza aveva scritto La Sardegna di dentro. In questi suoi libri ci sono diversi contributi di vari scrittori e intellettuali. Ho iniziato a scrivere il mio di contributo, che Giacomo mi ha chiesto, ma erano due mesi che ci giravo intorno senza riuscire a produrre niente, perché mi sembrava che tutto quello che andavo a pensare o a scrivere fosse in qualche modo scontato.

Questo è un momento storico in cui si parla spesso della Sardegna, dell’isolamento, dell’Isola, della sardità, e forse se ne parla anche troppo. Secondo me, si rischia di cadere nella banalità e nel luogo comune. E allora, al solito, ho scritto tutto quanto di getto, come spesso mi accade anche nella musica. Mi è capitato, infatti, di scrivere intere colonne sonore durante un viaggio aereo da Roma a chissà dove. Stavolta tornavo da Varsavia con un aereo diretto a Parigi, credo, e improvvisamente mi sono ritrovato a scrivere il pezzo che mi era stato chiesto, perché mi sono reso conto su quell’aereo che, non direi quando si è fuori, ma quando si vede tutto dall’alto, si ha una visione completamente diversa delle cose.

Spesso in Sardegna spendiamo il nostro tempo ad arrabattarci sulle problematiche più vaste, a pensare a problemi che rischiano di essere non solo deleteri ma anche provinciali. Ecco perché, secondo me, ogni tanto è fondamentale prendere le distanze, cioè andare fuori e vedere il mondo. Vederlo da lontano è interessante, pur essendo rischioso, e il rischio è quello che ci sembri tutto uguale. Faccio un esempio: mi è capitato di attraversare tutto il Madagascar in aereo e dall’alto tutto quello che vedevo mi sembrava estremamente romantico, ma quando ci sono arrivato dentro ho capito che là la vita è uno schifo, che chi ci vive sta veramente male.

Questo osservare le cose dall’alto a volte può essere una condizione privilegiata, e quando si è dentro le cose tutto si vede in maniera totalmente diversa. Credo che il nesso sia quello di trovare un equilibrio nell’andare e venire, nel muoversi, partire dall’isola e ritornare, tornare creando e lasciando lì delle cose, arrabattandosi ogni giorno e arrivando anche a litigare sui problemi che ci sono in quel luogo. Forse potrei benissimo farne a meno, ma la Sardegna è terra che mi ha dato molto, quindi credo che si debba trovare un equilibrio fra il dentro e il fuori, come in ogni cosa, anche nella vita di tutti i giorni, così nella scrittura e nella musica.

Credo nella necessità di prendere distanza dalle cose, ogni tanto, essendo però capaci anche di guardarci dentro con un punto di vista diverso. Siamo abituati spesso a dire che tutto quello che c’è là non vale perché vale solo ciò che viene da fuori oppure, nella maggior parte dei casi, che ciò che abbiamo noi vale più di tutto quanto il resto, che le cose le facciamo meglio noi, che il nostro pane è più buono di quello degli altri, che noi siamo i migliori del mondo. Io non sposo nessuna di queste due opzioni, io credo nello scambio, credo che si debba dividere tutto mettendo quello che si ha su una tavola comune alla quale ognuno contribuisce con quello che ha, chi ha il pane porta il pane, chi non ha pane porta il riso e così via. Penso che sia l’unico modo di uscire da quell’isolamento di cui tanto si parla, anche dal punto di vista creativo, producendo qualcosa che sia frutto di una riflessione un po’ più complessa, che non sia soltanto “io sono sardo e quell’altro non lo è”.

L’essere sardi significa far parte di un crocevia straordinario: non possiamo dimenticare che la Sardegna è un crogiuolo di razze, di intelligenze, di lingue, una terra di soprusi, razzie, commerci, di storia, creatività, musica. Io credo che questo vada semplicemente condiviso, e condividerlo significa proprio andare fuori e vedere le cose di dentro da un altro punto di vista. Se questo non si fa, non si è in grado nemmeno di condividere le cose che si hanno perché si rischia di misurare quello che abbiamo con un metro sicuramente distorto.

Paolo Fresu

Credo che questo debba valere anche per le cose che facciamo, nel mio caso la musica, in altri casi la scrittura e in tutti gli altri linguaggi che abbiamo a disposizione. I linguaggi dell’arte sono infatti la migliore contemporaneità con la quale raccontare anche il luogo più piccolo, Tolstoij in fondo aveva ragione. Raccontare anche un piccolo villaggio, una piccola realtà, una piccola storia della Sardegna significa raccontare l’universalità del mondo.

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