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Scrittura

Michael Herr, Con Kubrick

Copertina del libro Con Kubrick
Titolo: Con Kubrick, storia di un’amicizia e di un capolavoro
Autore: Michael Herr, a cura di Simone Barillari
Anno di pubblicazione: 2009
Prima ed. italiana: 2000
Titolo originale: Kubrick
Traduzione: Nefeli Misuraca
Editore: Minimum Fax, Roma
Collana: Minimum Fax cinema
Pagine: 111
Prezzo: 12 Euro
ISBN: 9788875212070

Iniziavi a lavorare per Stanley Kubrick dal momento in cui lo conoscevi!
Michael Herr

In estrema sintesi, con questa affermazione Michael Herr sintetizza il suo rapporto di lavoro con il celebre regista di 2001. Odissea nello spazio, raccontato nel breve ma intenso saggio, Con Kubrick. Storia di un’amicizia e di un capolavoro. L’autore coglie la misura di un uomo che ha dedicato ogni energia della sua vita a creare arte per mezzo di immagini in movimento.
In origine questo libro doveva essere solo una lunga intervista che Kubrick aveva espressamente richiesto all’amico, in occasione dell’uscita di Eyes Wide Shut. L’improvvisa scomparsa del regista, nella primavera del 1999, indusse Herr a pubblicare una serie di appunti furiosi, ma soprattutto malinconici, che ad oggi rappresentano il più autentico tributo a un regista impegnato per tutto il corso della sua vita nella ricerca della perfezione nell’espressione artistica.

L’autore del best-seller Dispacci, giudicato da molti il capolavoro assoluto della vasta produzione letteraria ispirata dalla guerra del Vietnam, aveva collaborato con Kubrick alla stesura della sceneggiatura di Full Metal Jacket, lo aveva frequentato per un buon decennio e quindi lo conosceva molto bene. Nel suo ultimo scritto, Herr veste i panni dell’amico affascinato dal genio che ha caratterizzato ogni pellicola prodotta e diretta da Kubrick. Con un velo di inquietudine dovuta alla grave perdita subita, lo scrittore analizza l’amicizia tra due giganti, in arti contigue ma spesso sovrapponibili, delinea lo stile di lavoro del regista, lo dipinge — infine — tutt’altro che solitario e introverso. Il getto d’inchiostro che ha generato questo flusso emotivo è guidato tanto dalla morte prematura e improvvisa dell’amico, quanto dal desiderio di risarcire la sua memoria, spesso inflazionata da un’aneddotica morbosa. Una memoria vilipesa e profanata da alcuni collaboratori di Kubrick che, diffondendo con leggerezza aneddoti sulla vita privata del regista, hanno contribuito ad alimentare il mito dell’uomo burbero e solitario.

Kubrick all'operaHerr sembra ribellarsi a questo macabro gioco che ha portato gli addetti ai lavori ad alimentare il mito dell’uomo scontroso e privo di scrupoli. In queste poche ma intense pagine, riesce perfettamente a trasmettere l’intensità del rapporto di collaborazione con il regista newyorchese, rammaricandosi per non avere accettato di «lavare e risciacquare» la sceneggiatura di Eyes Wide Shut, scritta da quel Frederic Raphael che, con una discutibile operazionespeculativa, aveva pubblicato stralci di conversazioni avute con Kubrick in relazione alla stesura della sceneggiatura del suo ultimo film. La prematura scomparsa del cineasta newyorkese ha impedito una replica alle taglienti accuse di Raphael.

Ad ogni modo, Herr non nega affatto il lato spigoloso di Kubrick, la sua estrema presunzione — che spesso travalicava in cinismo — e la difficoltà, per chi lavorava con lui, di ottenere soddisfazione economica oltre che professionale dal rapporto di collaborazione. L’autore di 2001:Odissea nella Spazio, Arancia meccanica e Barry Lindon, tre capolavori della storia del cinema, distanti dal punto di vista tecnico, ma accomunati da un livello di perfezione assoluta, era alla continua ricerca del realismo espressivo e per questo richiedeva assoluta dedizione, amore e passione nella porzione di lavoro che affidava ai suoi collaboratori, scelti personalmente di volta in volta. Come ci racconta divertito lo stesso Herr, Kubrick lavorava ininterrottamente anche per 20 ore e, per questo motivo, durante le riprese di Full Metal Jacket svolte in una fabbrica dismessaalla periferia di Londra, aveva iniziato ad odiare il rituale tipicamente anglosassone della pausa caffè, che imponeva mezz’ora di sospensione alle riprese dei suoi film. Questo non significava, spiega l’autore, che il regista fosse spocchioso o si sentisse superiore agli altri colleghi perché, anche nel film più banale e privo di contenuti tecnici, lui trovava un motivo valido per rimanere due ore incollato alla sedia. In questo breve saggio Herr ci racconta quanto questa passione in Kubrick fosse contagiosa e quanto la realizzazione dei suoi film fosse dovuta alla capacitò di scelta dei migliori collaboratori disponibili sul mercato, al prezzo più conveniente e per tutto il tempo necessario al completamento del film.

In lui era superiore anche la capacità di sviscerare un soggetto e restituire un effetto visivo realistico in ogni minimo particolare. Informato dalle sue varie fonti sparse in giro per il globo, cercava di guardare ogni film che fosse uscito, facendosi mandare da New York i VHS, all’epoca unico supporto filmico a basso costo disponibile. Leggeva non meno di venti libri alla settimana e ricercava disperatamente l’equivalente visivo di quello che aveva letto. Ogni scena girata era carica di emozioni, sentimenti, passioni, ambizione, al punto che i suoi film sembrano quasi un collage di piccoli geniali cortometraggi, indipendenti l’uno dall’altro. Le mani di James Mason che cotonano il piede vellutato di Sue Lyon nei due minuti iniziali di Lolita; la trasformazione dell’osso in astronave nell’overture di 2001. Odissea nello Spazio; la scena spirituale più ispirata di tutto il cinema, ovvero il Bambino delle Stelle che guarda le galassie vuote e senza tempo, sempre in 2001. Odissea nello spazio, oppure l’ira del Presidente Muffley che afferma «Signori, non potete fare a botte qui. È la stanza della guerra questa!» in Il Dottor Stranamore, secondo Herr rappresentano alcuni simboli senza tempo di questo genio tanto creativo quanto rivoluzionario nel panorama cinematografico del secondo dopoguerra.

Un fotogramma di Arancia Meccanica

La sua totale dedizione al cinema sta anche in un anticonformismo decisamente irriverente per l’epoca: una creatività anticonformista che indagava nelle viscere multiformi delle miserie umane. Nella produzione cinematografica di Kubrick i concetti di «male» e «bene» sono talmente rimaneggiati dalla struttura filmica fino al punto da farci percepire come più peccaminoso il tradimento onirico di Alice (Nicole Kidman) rispetto alla effettiva ricerca di perversione di Bill (Tom Cruise) in Eyes Wide Shut. Alle innumerevoli domande mirate sia ad ottenere spiegazioni sul significato dei suoi film sia a comprendere da dove provenisse l’ispirazione, egli rispondeva semplicemente «Non lo so proprio come si arriva a pensare qualcosa». L’importante era la traducibilità del pensiero in immagini, e che queste potessero intrattenere piacevolmente la gente attraverso il meccanismo della suggestione visiva. Altro non c’era da aggiungere.

Herr conferma un aspetto importante della professionalità di Kubrick, ovvero un profondo rispetto per il botteghino e l’incapacità di concepire l’arte come un prodotto per pochi eletti. Da questo, la sua cura maniacale nei confronti della fase di post-produzione dei suoi film, al fine di garantire un adeguato successo di pubblico e un adeguato guadagno per i produttori e per se stesso, ovviamente.

Per questo motivo, egli trovava che qualcosa di buono dovesse per forza esserci in quelle pellicole che superavano i cento milioni di dollari d’incasso e non assegnava alcun tipo di utilità alla critica cinematografica fatta da chi non aveva mai fatto cinema. Ormai entrato nel mito, Kubrick al tempo di Full Metal Jacket (1987) esigeva i migliori collaboratori, dal responsabile della pulizia del set fino al montatore. Sono epici gli scontri con direttori della fotografia, macchinisti o attori anche di fama internazionale, poco inclini a riconoscere il talento poliedrico del regista. Herr ci spiega, però, che Kubrick non mancava mai di rispetto a nessuno, era dotato di una calma proverbiale e sapeva utilizzare perfettamente i suoi occhi e il suo timbro di voce come strumenti per far prevalere la sua opinione, seppur con dovizia di argomentazioni e particolari. Anche se capitava che avesse torto, era sicuro che prima o poi sarebbe ritornato sull’argomento, per dimostrare di saperne almeno quanto il suo interlocutore. “Con Kubrick non era possibile fingere” scrive Herr “lui aveva quella rara capacità di leggerti dentro, di capire cosa eri e, soprattutto, quale contributo avresti potuto dare alla realizzazione del suo film”.

Kubrick all'operaIn buona sostanza, Kubrick era capace tanto di creare sublime arte per mezzo di musica e immagini, quanto di controllare i flussi demografici nelle sale cinematografiche selezionate personalmente, nelle quali permetteva la distribuzione dei suoi film nel rispetto delle sue dettagliate condizioni. Insomma, secondo Michael Herr, «Con Kubrick è terminata una tradizione appartenuta a quelli nati prima del 1930 e un cinema che, balcanizzato dalla televisione, ha ormai terminato di interrogarsi sulla — tanto per citare ancora una massima del maestro — ‘elusiva qualità della perfezione’».

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