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Palcoscenico

L’odissea di Mr. Rowan

Una scena dello spettacoloEsuli è l’unica commedia teatrale pervenutaci da James Joyce, uno dei più studiati e analizzati scrittori del Ventesimo Secolo, autore di Gente di Dublino e soprattutto del celeberrimo Ulysses, romanzo autobiografico che ha fornito le coordinate concettuali e stilistiche per gran parte della letteratura europea di inizio Novecento. L’Ulysses è un racconto che trae origine dalle vicende personali dello scrittore irlandese e narra il viaggio del Signor Leopold Bloom attraverso la città di Dublino, iniziato e concluso nella giornata del 16 giugno 1904, durante la quale Leopold entra in contatto con innumerevoli personalità che modificheranno la sua esistenza.

Joyce si serve della struttura narrativa dell’Odissea di Omero per compiere un viaggio dentro e fuori se stesso. Se Omero aveva imposto ad Ulisse un’interminabile circumnavigazione del mar Mediterraneo che si concludeva con un problematico ritorno in patria, la sconfitta dei Proci e la riunione con l’amata Penelope, nella routine della quotidianità del Signor Leopold — un modesto vojeur ungherse trasferitosi in Irlanda — Joyce coglie le sorte progressive, tutt’altro che magnifiche, della società contemporanea, zeppa di vizi e ipocrisie. L’autore inizia a comporre l’ Ulysses nel 1914 e solo sette anni dopo porterà a termine uno dei sicuri capolavori della letteratura; nel frattempo, ispirato da I morti, racconto che conclude la raccolta di novelle pubblicate nel 1914 con il titolo Gente di Dublino, Joyce scrive la sua unica commedia teatrale, a cui si ispireranno successivamente autori come Beckett, Nabokov e Schnitzler.

Esuli è una commedia familiare composta in stile strettamente ibseniano — scrittura concettuale, scarsità d’azione e limitato numero di personaggi- liberamente ispirata da When We Dead Awaken (1899) di Henrik Ibsen, appunto. In quest’opera, l’autore irlandese mette in discussione i principi idealistici della fedeltà coniugale e dell’amicizia, minacciati dall’istinto amoroso e dalla passione erotica. La storia narra il mesto ritorno in patria Richard Rowan (alter ego dell’autore), celebre scrittore irlandese che, sul punto d’esser tradito dalla moglie, corteggiata dall’unico amico fidato, in accordo con lei decide di assecondare le pulsioni erotiche di lui, spiandole ed incentivandole dal “buco della serratura”. In questo gioco ossessivo e perverso, dove l’unico attore normalizzato dalle convenzioni sociali è Archie, il figlio della coppia, Richard spingerà sua moglie nelle braccia dell’infido amico, compiendo un atto di apparente lealtà intellettuale, in realtà motivato dall’intento di caricare i due amanti della responsabilità per l’eventuale compimento di quell’atto fedifrago. Il contesto sembra offrire sia alla moglie sia all’amante apparente libertà d’azione, ma ben presto si rivela essere una trappola psicologica che riporterà i due sotto il totale controllo dell’intellettuale, appunto, l’“esule” in patria.

Il Regista Marco SciaccalugaPer la regia di Marco Sciaccaluga, il Teatro Stabile di Genova ha messo in scena in prima nazionale questa poco conosciuta e per lungo tempo misconosciuta commedia d’amore, ossessione e inganno. Il regista genovese riesce magistralmente a tinteggiare in modo convincente quel quadro familiare che il premio Nobel Harold Pinter per primo portò al successo nel 1970 al Teatro londinese di Mermaid, dopo una clamorosa bocciatura di William Butler Yeats, altro premio Nobel — irlandese come Joyce —, una stroncatura di Ezra Pound, che considerava Esuli improducibile per i temi scabrosi affrontati, e una calorosa difesa di George Bernard Shaw, amico di Joyce. Sciaccaluga allestisce una graziosa scenografia, essenziale e stereotipata negli elementi caratteristici di un tipico salotto borghese d’inizio Novecento, concedendo qualcosa al modernismo, tanto per ricordarci che le vicende della famiglia Rowan non possono essere storicizzate.

Un’enorme vetrata montata su un esile scheletro di legno, divide lo spazio scenico da un fondo che ricorda quasi i Water Lilies di Monet. Questa leggera membrana, che divide il palcoscenico dalla skené, serve ad introdurre lo spettatore nella tormentata struttura psichica di Richard, ossessionato dagli echi della sua memoria che si ripresentano continuamente nell’angoscia della sua solitaria esistenza: perfetta metafora della società multietnica e multiculturale dell’epoca, ormai nel pieno del processo di disgregazione che di lì a poco — con l’omicidio di Sarajevo — avrebbe dato avvio al primo conflitto bellico mondiale. L’esigenza di Sciaccaluga è quella di far emergere in tutta la sua potenza narrativa il contrasto tra il raffinato scrittore ed integerrimo intellettuale irlandese e le pulsioni carnali di un marito infedele per una giovane ragazza, insegnante di musica del figlio Archie. Nei temi dell’erotismo e della passione erotica fine a se stessa, del consumato o presunto tale tradimento coniugale, con qualche dubbio circa l’eterossesualità di Richard, che sembra quasi orientato a condividere la moglie con l’amico, Sciaccaluga esplicita il messaggio di tutta la produzione joyciana, ovvero l’impossibilità da parte della società di comprimere la complessità dell’essere umano entro regole sociali, morali o religiose.

Una scena dello spettacolo

Nella commedia, Antonio Zavatteri e Barbara Moselli sono Richard e Beatrice, l’avvenente insegnante di musica, intimorita di fronte allo scrittore che ha sempre ammirato e amato più o meno segretamente. Zavatteri è interprete abile nell’esprimere quel dialogo interiore che caratterizza Richard, come in generale ogni personaggio maschile delle opere joyciane. Sia nei brevi monologhi, dove Robert cerca di dare conto a se stesso della propria solitudine, sia quando lo scrittore si reca dall’amico traditore per metterlo di fronte alle proprie responsabilità, sia quando egli interroga la moglie per capire se in lei sia scattata la scintilla della passione amorosa, Zavatteri dà forma e contenuti alla lotta violenta tra Es e Super-Io che si produce, e alimenta il dialogo interiore, in Richard. Lo scrittore, costretto a ricorrere all’intermediazione dell’amico per ottenere una cattedra in patria, in realtà è un intellettuale deriso dalla cricca dei baroni accademici irlandesi, che nei reiterati tradimenti consumati contro sua moglie ha vendicato l’odio e il rancore maturato verso i suoi genitori. Nella parte dell’insegnante di Archie, troviamo però una Moselli che pare drammatizzare eccessivamente il suo personaggio; troppo isterico o troppo remissivo nei confronti dell’amante desiderato. Manca, insomma, nell’attrice quella progressiva trasformazione del personaggio, giacché fin dal principio il pubblico intuisce — e non è indotto a scoprire — i reali sentimenti dell’insegnante-amante di casa Rowan. Nel ruolo di Bertha, la moglie di Richard, troviamo Lisa Galantini, non sempre capace di trasmettere il dramma interiore di una moglie apparentemente devota al marito, ma al contempo estremamente sensibile e di basso, se non infimo, rango sociale. Bertha alias Nora (la reale compagna di Joyce) si trova ad essere indotta a mettere alla prova l’amicizia di Robert nei confronti del marito e si vede costretta a reprimere la sua crescente passione per l’amico di famiglia, abile a suscitare trasporto con rose rosse e promesse utopiche.

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La Galantini esce fuori sulla distanza, quando il dramma diventa quasi tragedia e Bertha, spinta nelle braccia di Robert, ritorna a casa e cela al marito la verità sulla notte passata con l’amante. È abile nel controllare il desiderio di vendetta che Bertha nutre nei confronti del marito e la necessità di dimenticare quella eccitante esperienza a vantaggio del bene familiare. Efficace il registro angosciato e a tratti straziato che conferisce al suo personaggio, reduce da una notte intera trascorsa con l’amante, e il dubbio se da quell’incontro notturno sia scaturita o meno anche una comunione carnale con Robert rimane vivo nel pubblico. L’angoscia di Bertha e la disperazione di Joyce per un mai del tutto chiarito tradimento da parte della sua amata Nora, sono le due facce estreme del tradimento coniugale. Quando Bertha subisce la violenta reprimenda del marito ormai distrutto sia sul fronte interno sia su quello esterno, la Galantini riesce in modo egregio a rendere, attraverso un atto di sottomissione intellettuale al marito, il senso di vergogna per il rapporto anche solo immaginato con l’amico Robert. In questo trova conferma la particolare predisposizione delle attrici italiane alla recitazione in situazioni drammatiche.

Ironica, sferzante a tratti esilarante è Brigid, la cameriera di casa Rowan, interpretata da una magistrale Federica Granata, capace di intervenire a più riprese in scena e a trascinare la commedia in momenti nei quali magari i protagonisti si lasciano troppo andare alla recitazione fine a se stessa. La Granata, è la perfetta donna di casa, un poco pettegola, forte della conoscenza della famiglia da un angolo privilegiato della casa. Nel ruolo della complice della moglie trascurata, esprime il meglio delle sue doti istrioniche quando Brigid è chiamata a ricucire i fili di un rapporto familiare lacerato dall’incapacità dei suoi componenti di seguire integralmente quelle regole civili e morali continuamente messe in discussione dalle follie della passione.

Le ormai utopiche magnifiche sorti e progressive della famiglia Rowan, ritornata in patria dopo anni di esilio a Roma, sono tutte affidate alle abilità di una domestica! Infine, un assonnato Archie, interpretato da Giacomo Costella che, con i repentini balzi dalla finestra di casa Rowan sul divano del salotto, conferisce un tocco di allegria in più a una commedia nel complesso ben riuscita e interpretata da attori di qualità anche se non sempre affiatati.
Scene e costumi, musiche e luci sono curate dal collaudato trio dello Stabile genovese: Catherine Rankl, che già si era occupata della messa in scena di Aspettando Godot, il poliedrico regista-attore-musicista genovese Andrea Nicolini e Sandro Sussi, responsabile tecnico dei palcoscenici dello Stabile di Genova.

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