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Cinema

Giorno tre, dei segreti e del prendere il ritmo

Martedì 14 febbraio

Bestia strana, l’inviato speciale dei festival cinematografici. Ce ne sono di tutte le fogge e di ogni latitudine. Li accomuna il passo, a metà fra il trotto sostenuto del tragitto sala-luogo di ristoro e la modalità galoppo nervoso fra titoli di coda e conferenza stampa, complicata dal saltello in corsa se interviene l’urgenza toilette. Se avete la vescica debole, scordatevi per sempre questi luoghi, sareste sopraffatti e sconfitti nel giro di poche intempestive minzioni.

Alcuni inviati speciali - Foto di Beatrice Biggio

Il nostro viaggia in genere con almeno tre, quattro borse di varie dimensioni e peso, cinque o sei appendici tecnologiche e quattro braccia meccaniche estensibili per meglio afferrare i comunicati stampa e i press kit mentre mescola lo zucchero nel caffè e allo stesso tempo consulta il programma per il piano della giornata. Bisogna essere flessibili e saper reggere la frustrazione quando il bip del sold out vanifica ore di accorta pianificazione notturna, veloci nell’identificare nuove mete e visualizzare la fattibilità dell’ordinata tragitto contro l’ascissa tempo.

Nervi saldi e pochissima dignità sono accessori altrettanto strategici quanto un I-phone sempre connesso. Assistere alla cattura di un collega improvvido che ha tirato fuori una reflex al momento sbagliato in conferenza stampa, nonché alla sua temporanea amichevole detenzione in attesa che la sua scheda di memoria venga purgata delle foto vietate per essergli riconsegnata intonsa, può causare inattesa soddisfazione, soprattutto, come solitamente accade, perché non hanno preso te. Si capisce così quali siano i livelli d’importanza: se hai una compattina la fai franca, certo, ma solo perché sei un poveretto che “va là ma dove vuoi andare con quelle foto lì”. Verrò redarguita soltanto una volta, io, e solo perché la posizione era sfavorevole. Se si riesce, grazie al famoso passo di cui sopra, ad occupare un posto in seconda fila al centro, i poveri addetti al controllo audiovisivi illegali non riescono a raggiungerti ed esporti al pubblico ludibrio. Il povero fotografo infiltrato, casualmente servito da esempio e deterrente per noialtri tutti, esce con la coda fra le gambe mentre fumo e mi chiede implorante una sigaretta. Magnanima, gliela offro come si fa con un condannato alla vergogna perenne nel passaggio corridoio, che d’ora in avanti gli toccherà percorrere a testa bassa, aspettando l’anno prossimo, quando nessuno si ricorderà più di lui.

In conferenza stampa - Foto di Beatrice Biggio

Pellicola o digitale è la domanda chiave: in Side by Side, primo film della giornata, il regista Chris Kenneally, per il tramite di Keanu Reeves, chiede la stessa cosa ad alcuni fra i migliori registi, direttori della fotografia, montatori e maghi degli effetti visivi. Il documentario è fatto praticamente soltanto di interviste, ma è appassionante vedere come ad Hollywood ci siano posizioni così diverse sull’argomento. George Lucas e Steven Soderbergh sono totalmente a favore del digitale. Niente, dicono, gioca a favore della pellicola; il digitale è il presente e sarà il futuro, senza se e senza ma. Con le nuove Alexa si sono ormai raggiunti livelli di definizione superlativi, e il costo rispetto a quello delle telecamere tradizionali è talmente ridicolo da consentire di costruire una scena con il triplo o il quadruplo dell’equipaggiamento e riuscendo a girare ciò che tempo fa sarebbe stata pura utopia. Anche Robert Rodriguez la pensa allo stesso modo: perché insistere con qualcosa che pone così tante limitazioni, soprattutto di ordine economico, quando è possibile non smettere mai di girare e vedere immediatamente il risultato esatto di ciò che si è fatto, senza dover aspettare i dailies il giorno dopo? Per il direttore della fotografia, le cose sono molto cambiate, soprattutto in termini di potere. Con la celluloide, il suo era il lavoro del mago, l’unico ad avere un’idea precisa di quello che gli altri avrebbero potuto verificare, appunto, solo il giorno dopo. Ma è proprio il direttore della fotografia più premiato e più osannato al mondo, Vittorio Storaro, ad affermare che chi fa il suo mestiere deve fare il possibile per appropriarsi dei nuovi mezzi a disposizione, che sono una risorsa e non un male da combattere, senza arroccarsi su posizioni elitarie. Fra gli strenui difensori della celluloide contro il digitale, a sorpresa, Christopher Nolan, convinto che la qualità e le sfumature che la pellicola è ancora in grado di dare non verranno mai eguagliate, non importa quanti pixel si riescano a garantire in futuro. Insieme a molti altri, poi, Nolan sottolinea il fatto che il digitale è virtualmente inarchiviabile. Al momento, dice, nessuno si preoccupa di come garantire la sopravvivenza del materiale digitale, di qualsiasi natura. Salvarlo su supporti esterni non significa che sia necessariamente recuperabile all’occorrenza. Il tempo, infatti, mette ko qualsiasi supporto esistente al giorno d’oggi e nessuno ha ancora investito sufficiente tempo e denaro per risolvere questo enorme problema. Lucas e Soderbergh, però, sono fiduciosi: l’umanità, dicono, ha sempre risolto i problemi di questa natura a tempo debito e non c’è dubbio che lo farà anche per quel che riguarda la conservazione del materiale digitale.

Meryl Streep - Foto di Beatrice BiggioNon ci pentiamo di aver preferito questo documentario alla proiezione stampa di The Iron Lady, film già uscito da tempo e che potremo sempre vedere anche in patria, ma oggi è il giorno di Meryl Streep e non possiamo non accaparrarci un posticino per l’affollatissima conferenza stampa. Alla Streep verrà consegnato in serata l’Orso d’oro alla carriera e Berlino è in fibrillazione per il suo arrivo. Anche lei, come John Hurt, arriva dritta da Londra dove si è accaparrata un BAFTA proprio per la sua interpretazione in questo biopic sulla lady di ferro più odiata e più amata al tempo stesso dagli inglesi. Non prima però, d’aver portato via anche un Golden Globe a Los Angeles giorni prima, sempre per lo stesso ruolo. L’attrice viene bombardata di domande da parte dei giornalisti di tutto il mondo, che trascurano spudoratamente sia Phyllida Lloyd, la regista del film, sia il bravissimo Jim Broadbent che ha interpretato Denis, il “signor Thatcher”, com’era tristemente conosciuto in patria ai tempi dei due governi presieduti dalla moglie. Meryl, però, bisogna dirlo, non potrebbe suscitare altro tipo di reazione: minuta, delicata come una porcellana, è stata dotata dalla natura di un paio di zigomi che, da soli, sono in grado di illuminare uno schermo. Se Isabelle Huppert è in grado di fare grandi cose con le vene del collo, Meryl Streep ha dalla sua la recitazione degli zigomi. Ha visto nel personaggio di Margareth Thatcher, dice, l’occasione di interpretare una donna molto diversa da lei ma per qualche verso rivoluzionaria nell’aver lottato dal basso per superare gli stereotipi che impedivano ad una donna della working class anche solo di pensare di poter accedere alle stanze del potere. Ride felice – e la sua risata è davvero contagiosa – quando un giornalista russo le regala una matrioska fatta da un artigiano a sua immagine e somiglianza e si dichiara felice che nei vari ritratti le abbiano accorciato un po’ il naso. I giornalisti sono in visibilio e si sprecano le domande francamente inutili, che domande non sono. La classica, indisponente “Qual è il suo segreto?” viene rivolta anche a lei, così come era già successo a Isabelle Huppert e come accadrà poi a Salma Hayek. A volte si vorrebbe rispedire certi cosiddetti professionisti là dove dovrebbero stare, ai lati del tappeto rosso a prodursi in urletti e scattare fotine.

Fernando Tejero, Salma Hayek in La chispa de la vida

Salutata la Merylona nostra, ci avviamo a gustare la nuova fatica di Alex De la Iglesia, La Chispa de la Vida, film anomalo per il nostro, dato che non ci ritroviamo a saltare sulla sedia per il terrore né a chiederci chi sarà la prossima vittima. De la Iglesia stavolta ha prodotto un gioiellino di sceneggiatura, la storia, come dichiara quando gli viene chiesto perché ha voluto una messicana nella parte della moglie del protagonista, di un personaggio straniero in quanto diverso da tutti gli altri, ovvero dagli avvoltoi che vogliono speculare sulla storia tragica di un uomo che ha la sfortuna di cadere su una grata in un sito archeologico appena inaugurato e conficcarsi una sbarra di ferro nel cervello (dai, su, è sempre De la Iglesia, ricordiamocelo!). Naturalmente, il film è molto più di questo: il protagonista José Mora, famosissimo comico spagnolo, dà un giro di vite alla propria carriera, dice, attraverso questo ruolo drammatico in cui ha potuto recitare soltanto con la faccia e gli occhi, dato che era costretto a stare immobile per ore sdraiato sopra la grata di ferro senza poter muovere nemmeno un muscolo. Gli è servito da terapia, afferma, in un momento della sua vita in cui aveva bisogno di dare una svolta alla sua carriera, proprio per non fossilizzarsi dentro i confini della commedia demenziale nella quale eccelle in patria. Salma Hayek, oltre che bellissima, è l’antidiva per eccellenza. Spiritosissima e quasi casalinga nel suo accento messicano così colloquiale, scherza con i giornalisti e con il regista, del quale è amica da molti anni. Il film è estremamente divertente nel suo cinismo e tiene con il fiato sospeso fino al tragicissimo finale. La Hayek, dice il regista, ha collaborato moltissimo e molte delle scelte fatte durante le riprese sono dovute a lei anche se, dice, gli dà estremamente fastidio ammetterlo.

Vinzenz Kiefer, Alba Rohrwacher © 2011 Constantin Film VerleihGmbH/Mathias Bothor

Decidiamo di scambiare le figurine con qualcuno in fila come noi per riuscire oggi a vedere il nuovo film della regista Doris Dörrie, Glück (Bliss), con la nostra Alba Rohrwacher, dando in cambio un biglietto per Young Adult, di Jason Reitman, che vedremo invece giovedì. Le notizie sulla regista tedesca sono interessanti: femminista convinta, i suoi film sono sempre sorprendenti per il punto di vista e le inaspettate svolte delle trame. Non sappiamo ancora se il film ci è piaciuto o ci ha fatto orrore. La Rohrwacher è impeccabile, nei panni di Irina, una rifugiata proveniente da un Paese dell’est che potrebbe essere l’Ucraina la cui famiglia viene sterminata dai militari che poi la stuprano. Clandestina a Berlino, Irina deve prostituirsi per vivere e sulla strada incontra un giovane vagabondo che porterà a casa sua per farlo dormire all’asciutto. I due s’innamorano e la storia, fino ad un certo punto del film, li segue nelle incertezze e nella quotidianità, due anime rotte che cercano di non soccombere, insieme. Poi, un cliente di Irina muore in casa e il film ha una svolta verso l’horror grottesco. Sangue e corpi fatti a fette che, forse perché il cambio di registro è così repentino, sembrano una naturale continuazione di esistenze comunque danneggiate e use alla violenza. Questa volta però, l’amore, seppure in maniera non epica, l’avrà vinta sulla sfortuna e sul degrado.

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