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Arte

L’arte aborigena sbarca in Europa

Emu DreamingVolge al termine la prima mostra in Europa dedicata all’arte aborigena. Pur suscitando infatti sin dagli albori l’entusiasmo di critica e collezionisti, la corrente artistica nata a Papunya, nel cuore del deserto australiano, è rimasta fino ad oggi poco frequentata dal grande pubblico; con più di 200 opere e circa 70 oggetti esposti, il Quai Branly ci presenta oggi per la prima volta le origini iconografiche e spirituali del movimento di Papunya Tula, e ne traccia una chiara evoluzione, dai primi pannelli su legno fino alle grandi tele degli anni ’80.

Cosa dipingono gli aborigeni? I loro sogni. Gli stessi che rappresentavano i loro antenati tramite riti, segni scolpiti su rocce, terra, pelle. Il “dreaming” , ovvero Il tempo dei sogni, costituisce infatti il tema centrale della cultura aborigena. Esso fa riferimento all’antico periodo durante il quale degli esseri mitici diedero forma alla terra, allora senza rilievo, con i loro spostamenti. Viaggiando, lasciavano sul suolo le impronte dello loro straordinarie azioni, ed in questo modo scolpivano cielo e paesaggi. Apparvero in seguito in sogno ai primi esseri umani per raccontare i dettagli del loro itinerario, delle loro azioni e dell’organizzazione socio-religiosa che gli esseri umani dovevano adottare. Ispirati dal Dreaming, gli aborigeni si occupano così da secoli di esprimere l’ordine fisico, morale e spirituale che regge l’universo. Da millenni, di generazione in generazione, uomini e donne dello stesso clan hanno il compito di perpetuare i sogni che sono in un certo senso di loro proprietà, e che agli altri resta vietato celebrare e rappresentare, poiché non ne posseggono la sostanza. Ogni storia, ogni pittura, finisce quindi per corrispondere  ad un territorio, ad una o più famiglie.

Quelli che il nostro sguardo occidentale riconosce come segni tipicamente astratti, abbozzi di pittogrammi, armonie e ridondanze di cromie, sono quindi in realtà una scrupolosa rappresentazione di episodici mitici, trasmessi di generazione in generazione. Niente è dato al caso in questo alternarsi di forme e colori: nessuna gratuita fantasia. Le linee che si ripentono, i punti ridondanti, rappresentano un sacro itinerario cento volte ricominciato, cento volte risuscitato. A cavallo tra arte contemporanea ed etnologia, ogni quadro rivisita il passato solo per meglio vivificarlo.

The Honey Ant Mural

L’origine è il concetto cardine della mostra, a cominciare dal titolo stesso: “Aux sources de la peinture aborigène”. Connotata da una valenza sacrale ed esoterica, l’evocazione dell’origine disinibisce l’interpretazione individuale del singolo artista, caratteristica che predomina invece nell’arte contemporanea. L’originalità artistica (inizialmente intesa come prossimità con l’origine) ritrova allora nell’arte aborigena un senso arcaico e più vicino a quello di estasi religiosa che di stile individuale. Se nell’arte occidentale è l’interpretazione del singolo artista che viene messa in mostra e acquista valore perfezionandosi in uno stile individuale, nell’arte aborigena non si è arrivati a questa traduzione, forse per una conoscenza ancora troppo grezza della materia. Malgrado la presentazione dei diversi artisti che lavorano alla trasmissione del Dreaming, la potenza di questi dipinti è quindi essenzialmente evocativa, e resta legata all’idea che ogni rappresentazione sia meno frutto di una interpretazione personale, quanto più la carta d’identità di un luogo sacro, il ricordo di canti  e cerimonie antiche. I segni ancestrali costituiscono un tentativo di riattivare un legame intertemporale tra gli Antichi e il mondo terreno, e l’ermeticità di questi quadri, molto dei quali non ancora spiegati e tradotti dagli esperti, ne accresce il fascino.

Ma sarebbe impreciso dedurne che l’ammirazione per queste opere nasca dalla stima per un popolo e la sua antica cultura, ed un approfondimento sul concetto di origine si rende quindi opportuno.

La produzione pittorica australiana nasce in realtà come una drammatica affermazione identitaria, emersa per far fronte ad una aggressione culturale che non ha forse paragoni, poiché passata sotto il silenzio e quasi il diniego: anche l’idea di dipingere non fu degli aborigeni, ma fu trasmessa loro da un bianco, Goeffrey Bardon. Questo professore di disegno, arrivato a Papaunya nel 1971, restò talmente indignato per le condizioni in cui gli aborigeni venivano trattati che chiese ai giardinieri di una scuola di decorare i muri dell’edificio con i loro motivi tradizionali. Questo atto segnerà l’inizio di un rinnovamento all’intero della cultura aborigena, e la nascita di una feconda scuola di pittura. Goeffrey Bardon sarà poi invitato dalla autorità australiane a lasciare il paese in quanto “fonte di disordine”, ma la magia di quei segni aveva ormai incantato il mondo, e lentamente sempre più dipinti emergevano dal deserto, lasciando scoprire, in tutta la loro magnificenza, nuovi simboli e colori.

Johnny Warangkula Tjupurrula

Da allora la produzione artistica aborigena ha risvegliato un grande interesse sul mercato internazionale, acquistando sempre maggiore valore.  Valore che raramente supera le mura delle gallerie: a goderne sono certo più gli speculatori occidentali che gli aborigeni stessi, la cui storia si riassume tutt’oggi ad un indecente susseguirsi di violazioni dei diritti umani.

Da un punto di vista culturale, il cambiamento del supporto su cui gli aborigeni rappresentano la loro cultura ha modificato il senso di questi lavori in maniera rilevante: dipingere su tela i loro sogni ha reso questi stessi oggetto di uno sguardo al contempo estetico ed etnologico. La decisione di esporre queste opere, e quindi di immetterle nel regime dell’arte, corrisponde ad un tentativo di riavvicinare il concetto di origine sacrale e originalità artistica, e di far conoscere ad un pubblico sempre più vasto un’arte preziosa e antica. Ma non bisogna dimenticare che, al di là delle origini sacre del pensiero aborigeno, la sua riformulazione sotto forma di produzione artistica si è rapidamente sviluppata come un business, ideato dai bianchi per il piacere dei bianchi.

Aux sources de l’art Aborigène

fino al 20 gennaio 2013

Museo Quai Branly – Parigi

http://www.quaibranly.fr

 

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