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Cinema

Piero Vivarelli

A tutto campo…

Immagine articolo Fucine MuteClaudio Montresor (CM): Eri già stato qui al Festival? Che cosa ne pensi? E soprattutto cosa pensi del fatto che è stato fatto in una città come Trieste, che, malgrado la sua storia, adesso vive un clima culturale piuttosto provinciale?

Piero Vivarelli (PV): Io il Festival lo conosco praticamente da quando è cominciato. Conosco Rodrigo (Diaz, direttore del festival — ndc), l’ho conosciuto a Roma, poi ci siamo reincontrati a L’Avana. Quindi è un Festival che sotto certi aspetti già seguivo. E trovo forse più importante fare un festival in una città, che, come dicevi tu, in questo momento non ha questa grande attività culturale, piuttosto che farlo in una città grande, dove forse alle volte ci sono troppe cose insieme. Ad esempio l’estate romana è stato un sovrapporsi di avvenimenti che era impossibile seguire. Poi mi sembra più giusto accendere un fuoco, piuttosto che alimentarlo quando questo è già alto. È chiaro che qui ci sono un sacco di manchevolezze. Forse Rodrigo non ha tutti gli appoggi che meriterebbe di avere. La sola idea di far venire registi e film da Portorico all’Argentina al Cile, mi sembra qualcosa di abbastanza particolare. D’altra parte Trieste è stata una città che nel passato ha sempre avuto un humus culturale piuttosto importante. Joyce abitava a Trieste e questo è già un fatto emblematico; per non parlare poi degli altri grandi triestini, che, come Svevo, ci sono stati. Trieste rimane ancora un crocevia… Ho fatto caso ad esempio che i cessi dei locali pubblici sono “alla turca”. È una cosa d’origine orientale, lo dice la parola stessa, che probabilmente arrivò dalle terre musulmane, non so da dove…

CM: Recentemente hai fatto un film sulla Decima Flottiglia Mas, che è uscito sul primo canale della RAI a fine gennaio (ora è stato pubblicato dalla collana storica dell’Istituto Luce accompagnato da un fascicolo intoduttivo — ndc). Questa esperienza tu l’hai condivisa. Quando e perché ti schierasti con Borghese e cosa ti spinse a farlo?

Immagine articolo Fucine MutePV: Mi spinse un senso di ribrezzo per quello che era successo l’otto settembre. Senso di ribrezzo che ho tuttora. Anche per ciò che vidi il venticinque luglio (ero un ragazzino, avevo sedici anni); perché storicamente è un dato di fatto che il fascismo non è mai stato abbattuto, ma si è suicidato, fortunatamente aggiungo. Per come poi si arrivò all’otto settembre, mettendo la gente in condizioni incredibili, sia che uno la pensasse in un modo, oppure in un altro. Centinaia di migliaia di soldati italiani furono mandati allo sbaraglio. Questo lo consideravo assolutamente inaccettabile. Per me fu anche un colpo al mio orgoglio personale. Così scappai di casa e risolsi il problema. Ancora oggi lo rifarei; anche perché noi, all’epoca, non sapevamo tutto quello che si è saputo dopo. È chiaro che, se avessi avuto una minima idea dell’esistenza dei campi di sterminio, non ci sarebbe stato discorso. Però abbiamo avuto una serie di maestri che, anche sulle riviste chiamiamole “di fronda”, non è che ci abbiano mai illuminato molto. Giorgio Bocca scriveva sul giornale della federazione fascista di Cuneo e fino a pochi mesi prima un ragazzo che, come me, leggeva i suoi articoli, si infiammava di amor patrio. Adesso io non accetto giudizi da loro. Li accetto solo da chi ha combattuto la guerra di Spagna, quindi in primo luogo dai comunisti e poi dagli altri che fecero quella scelta. La scelta ideologica andava fatta allora. Per chi scelse dopo, be’… Come disse Longanesi: “Gli italiani sono campioni nel salto sul carro del vincitore.” Saranno stati in buona fede, non discuto, ma comunque non hanno il diritto di giudicarmi, non hanno il diritto di dirmi nulla.

CM: Avevi sedici anni. Che cosa facevi? Studiavi? Lavoravi?

PV: … facevo il liceo…

CM: Qual era l’atmosfera dopo l’armistizio e l’otto settembre? Come lo ricordi tu, come ragazzo di quegli anni?

Immagine articolo Fucine MutePV: Io mi ricordo che l’otto settembre ero andato al cinema. Ci andavo sempre, sono sempre stato un cinefilo. Fino a sette anni volevo fare l’ufficiale di marina. A sette anni mi innamorai di Shirley Temple, “riccioli d’oro”, della quale sono ancora innamorato. A volte mia moglie sente dire: “Buonanotte amore mio, ti amo tanto!” — e crede che dica a lei, invece parlo a Shirley Temple, di cui ho la foto in cima al letto. Decisi così che, se volevo avere Shirley Temple, dovevo fare il cinema. Anche il pomeriggio dell’otto settembre ero andato al cinema. Quando sono uscito ho trovato la città in festa, da un’ora all’altra; i soldati che venivano abbracciati. “La guerra è finita! La guerra è finita!” Io, pure avendo sedici anni, pensai: “Questi sono scemi. Quando è finita? Come può essere finita? È tecnicamente impossibile che sia finita.” Fino a quel momento l’alleato era stato il tedesco di cui, ripeto, non sapevamo nulla, perché né Giorgio Bocca, né Ingrao, né Jaime Pintor ci raccontavano alcunché. Jaime Pintor, in quel periodo, partecipava ai congressi della gioventù, anche in Germania, come gufino, cioé come iscritto ai Gruppi Universitari Fascisti. Successivamente anche lui ebbe lo shock, in un altro modo rispetto a me e tentò di passare il fronte. Io invece decisi di non farlo, anche se poi lo passai comunque per compiere azioni di sabotaggio oltre le linee. Proprio per questo alla fine della guerra sono stato arrestato, dopo circa un anno di latitanza, dagli Alleati.

CM: Quanto tempo sei rimasto in prigione?

PV: Circa un anno. La cosa buffa fu che, in prigione leggevo L’Unità, Il Politecnico e tutti questi “politici” mi guardavano come se fossi un matto. Per me fu molto dura quando, con l’amnistia Togliatti (anche se come scelta politica l’apprezzai molto), tutti uscirono; mentre io, che non avevo nulla a che fare con le autorità italiane ed ero a disposizione degli Alleati, rimasi in galera assieme ai soli già condannati. Avevo diciotto anni e quello fu un momento abbastanza spiacevole.

CM: Volevo sapere quali erano i rapporti, quelli che tu direttamente ricordi, tra Decima, Comando Tedesco e repubblichini. Avevate un’autonomia di carattere logistico? Come vi procuravate le armi?

PV: L’autonomia era totale. Totale fino al punto che, il 14 gennaio 1944, il comandante Borghese (questo lo racconto nel film sulla Decima) venne invitato a conferire con Mussolini, a Villa Feltrinelli a Garniano, sul lago di Garda. Nell’anticamera un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana gli disse di togliersi la pistola e lui che era sempre stato un grande soldato, forse uno dei più grandi di tutti i tempi, ma politicamente era una merda e anche uno stupido, la consegnò. A quel punto gli dissero che era in arresto. Per sua fortuna, il comandante Borboni, suo aiutante di bandiera, si era fermato nell’ingresso e vide la scena. Non mi ricordo se in motocicletta o come, corse a La Spezia, dove c’era il comando della Decima e successe il finimondo. Il Comando della Marina, che poi venne cambiato, aveva mandato lì due ufficiali per assumere il comando della Decima, ma il comandante dei nuotatori e paracadutisti Buttazzoni, li arrestò e poi li andò a consegnare alla Guardia Nazionale Repubblicana a Firenze, dicendo che erano due badogliani. Successe un casino. Poi si dissero: “Va bene. Si marcia su Salò, si mette in pensione nonno e si fucilano tutti”. A quel punto intervenne, direttamente presso Mussolini, quello che allora veniva chiamato “il partito delle medaglie d’oro”. Poi credo intervenne in maniera forte la Marina Tedesca, che aveva assoluta necessità della Decima. Per esempio, anche qui in Istria, a Pola e a Brioni, c’erano i sommergibili tascabili, i mezzi d’assalto e i tedeschi non possedevano in loco mezzi che potessero svolgere quelle funzioni. (Così Borghese non fu trattenuto e la Decima non fu sciolta — ndc).

CM: Nel fim sostieni storicamente quella scelta, anche se riconosci che fu un errore. Quali furono i rapporti tra Decima e partigiani? Qualche giorno fa mi hai parlato degli ammutinamenti e del fatto che molti di voi si rifiutarono di combattere contro altri italiani. Me ne vuoi parlare un po’ più approfonditamente?

PV: Casi isolati ce ne sono stati, non c’è dubbio; però fino a quando non venne costituita la Divisione Decima, non vi furono rapporti tra i partigiani e la Decima. Ci potevano essere stati ammazzamenti, ma erano fatti singoli. La Divisione Decima venne costituita in Piemonte ed a questo punto si comprese che c’era, forse, la necessità di una lotta antipartigiana. Anche se era una lotta difensiva. Borghese dette a tutti gli ufficiali la possibilità di andarsene, con regolare foglio di congedo, stipendio, ecc… Urbano Rattazzi, ad esempio, allora marito di Susanna Agnelli, che era stato vice-comandante del battaglione “Barberigo” e poi aiutante di bandiera di Borghese, scelse di andarsene. Tutti, salvo alcuni facinorosi (i facinorosi c’erano da tutte le parti), si sono sempre rifiutati di combattere contro altri italiani. C’è il caso clamoroso del mio battaglione, che, ad un certo punto, ricevette l’ordine di partire per un rastrellamento. Per noi il rastrallamento significava solamente andare a combattere contro altri italiani. Le compagnie presenti a Valdobbiadene, vennero schierate e il comandante Buttazzoni disse che, chi non voleva partecipare al rastrellamento, doveva andasene. Tutto il battaglione fece un passo avanti. Lui tirò fuori la pistola e sparò sul primo. Fortunatamente il soldato si salvò. Qualcuno disse che fu ferito al braccio. Poi dopo, ma solo dopo la guerra, fecero pace. Questo accadde perché nessuno sapeva qual era la missione. Si trattava in realtà, non di un rastrellamento, ma di andare sul cosidetto “fronte orientale”, per contrastare l’invasione del IX Corpus slavo. Praticamente era la stessa cosa che andare sul nostro “fronte meridionale”. La nostra ossessione, in quel momento, era il fronte, il fronte, il fronte… Tanto è vero che io successivamente scelsi di fare delle missioni al Sud, che furono quelle per cui fui incriminato dagli Alleati e passai un anno in galera.

CM: Il film nasce forse dall’esigenza di riflettere su di un contesto storico che ha subito delle semplificazioni, le cui interpretazioni storiografiche sono state semplificanti, rispetto a ciò che effettivamente accadeva…

PV: …sì, tutti buoni da una parte, tutti cattivi dall’altra. Non è vero…

CM: …Noi non conosciamo ad esempio l’idea che ci sia stata una guerra civile in Italia. C’è stata o non c’è stata? Perché hai sentito il bisogno di fare questo film? Che cosa pensi dei films di alcuni giovani registi italiani, che negli ultimi anni hanno raccontato quel periodo?

PV: Il fim l’ho fatto proprio perché sono comunista cubano. Sono iscritto al Partito Comunista Cubano e quando ho fatto la domanda di iscrizione, loro hanno saputo tutto del mio passato. Anche quando ho collaborato a L’Unità e a Il Manifesto ne ho scritto a chiare lettere. È uscito in questi mesi il libro Fascisti rossi, dove si parla di questo gruppo, la maggior parte del quale appartenente alla Decima che passò in blocco al Partito Comunista. Questo passaggio avvenne attraverso un ponte costituito dalla rivista Il Pensiero Nazionale di Stanis Ruinas, che grazie a Pajetta venne anche finanziata dal P.C.I.. Io a Milano avevo contatti con Tortorella. Il libro è interessante, lo ha letto adesso mia moglie, lei, ex appartenente a Lotta Continua, figlia di un garibaldino, poi diventato democristiano, mi ha detto: “Non ci capisco più niente di quel periodo!” In effetti è così, perché l’atteggiamento di noi repubblichini, ad esempio nei riguardi dell’imperialismo, era quasi più intransigente di quello dei vecchi comunisti. Devo dire che non è un caso se questo passaggio avvenne grazie a persone come, in primo luogo Togliatti e poi Pajetta. Togliatti il 24 maggio 1947 al Teatro Adriano, a Roma, parlò molto chiaramente di chi era stato in buona fede credendo in certi ideali, come la socializzazione. Erano persone che avevano combattuto e quella fu un’intesa tra ex-combattenti. Altri non l’hanno capita, né allora, né oggi; ma l’intesa ci fu e fu anche piuttosto proficua.

CM: Come è avvenuto il tuo passaggio ad un pensiero marxista? È stato, come mi stai raccontando, un fatto di rapporti personali tra uomini che avevano condiviso, anche se da fronti opposti, la stessa esperienza…

PV: Sì, la lotta antimperialista soprattutto… Io posso dire come é nato in me, anche se poi ci siamo sentiti con tanti che hanno avuto una storia simile alla mia. Con Cilento, con Giampaolo Testa, con Gigante, il figlio del Prefetto di Fiume che venne fucilato. Lui fece una scelta molto precisa. Gli eventuali errori dei padri, anche se in buona fede, non potevano condizionare ciò che noi, maturando, decidevamo. Io subito dopo l’otto settembre, non c’era ancora l’esercito italiano, mi aggregai ad un reparto di granatieri corrazzati tedeschi e feci la campagna di rastrellamento da Fiume a Lubiana. Una notte, scendendo in una vallata completamente illuminata, credevo ci fosse una festa. Invece il vecchio autista del camion, uno di Graz, mi disse: “No, no, no festa! Alles kaputt! SS und Ustàscia!”. Lì vidi, per la prima volta, decine di impiccati, delle donne con il ventre squarciato e il feto attaccato ai ganci delle macellerie. Allora mi dissi: “Con chi mai cazzo mi sono alleato?”. Poi però ci fu il discorso di difendere l’Italia, combattere contro l’invasore e tutte quelle menate che oggi ben conosciamo… Una volta, al ritorno da una missione al Sud, in un comando avanzato tedesco, mentre io stavo preparando la relazione di ciò che avevo visto (dovevo individuare un ponte da far saltare), entrarono un sergente tedesco e un prigioniero. Il sergente mi chiese se potevo regalare la matita e la carta al prigioniero. Era un partigiano comunista. Sapeva “tranquillamente” che, dopo pochi minuti, l’avrebbero fucilato. Mi chiese: “Tu sei un fascista?” — “No. Io sono della Decima Mas…” — “Perché stai con loro?”. Io gli parlai della lotta antimperialista. E lui mi disse una cosa molto giusta: “Ma tu pensi che la lotta antimperialista si possa fare, militando con chi difende l’imperialismo nostro?”. In fondo lui poteva odiarmi, invece fu molto pacato. Mi invitò a riflettere: “Pensa un po’ a cosa succederà dopo. Tu ti preoccupi di cosa succede se vincono gli angloamericani, che è una preoccupazione anche nostra. Però pensa se vincono i tedeschi.”. E ancora non sapevamo dei campi di sterminio. Mi colpì molto. Poi in università, a Milano, io e un ragazzo della compagnia Giovani Fascisti “Bir El Gobi” avemmo dei contatti con dei nostri giovani colleghi, che facevano parte della Resistenza. Avemmo anche l’offerta di passare di là. Ci dissero che non ci avrebbero mai obbligato a sparare contro i nostri ex-camerati; ma, di lì a poco, il battaglione partiva per il fronte e io rifiutai. Pensai: “Ormai vado fino in fondo”. Del resto io volevo combattere gli anglo-americani. Non sarebbe poi stato possibile in quel momento passare le linee in borghese; c’era la guerra vera e propria, quella “guerreggiata”. Viceversa l’altro ragazzo, che si chiamava Fritz Profili, fece un accordo (con i partigiani — ndc) per il quale è morto Mussolini. Questo io l’ho anche raccontato su L’Unità, il 25 aprile di cinque anni fa. Devo dire che non ha emozionato nessuno: né da una parte, né dall’altra. Successe questo: Profili fece accordi personali con la Resistenza. La Compagnia Giovani Fascisti “Bir el Gobi” (erano i reduci della famosa battaglia in Africa, più altri volontari), possedeva un organico molto ampio ed era armata fino ai denti. Erano capitanati dal capitano Pippo Ciolfi, attuale editore di Lancio e di Mercury, sostenitore della Roma, mentre io sono interista. Mussolini partì da Milano e la compagnia avrebbe dovuto fare quadrato intorno a lui; sicuramente nessuno gli avrebbe messo le mani addosso, sino all’arrivo degli Alleati. Senonché la compagnia si recò ai magazzini del Partito, in corso Vercelli, il 18 aprile, mi sembra; si fecero dare dei maglioni grigioverdi, avendo loro le camicie nere, si presentarono al raggruppamento partigiani “Diana” e si consegnarono. Ad un certo punto ci fu un contrattacco tedesco e siccome avevano in dotazione le mitragliere da 45, i partigiani chiesero se qualcuno di loro voleva andare a combattere (contro i tedeschi — ndc). Fritz Profili ed altri andarono. Si prese una pallottola in mezzo alla testa. Lui, che fino al giorno prima era in camicia nera, è uno dei trentasei caduti della liberazione di Milano, con tanto di lapide. Di questi episodi ne ho visti diversi. È stata una storia piena di contraddizioni. Contraddizioni che non ci sono state da parte dei comunisti e dei volontari della guerra di Spagna. Loro avevano idee molto chiare e precise. Io ho enorme stima per costoro. È quello che ho sempre sostenuto: sarebbe stato un orgoglio per me essere fucilato dai comunisti e un orgoglio per loro essere fucilati da me. Fortunatamente questo non è successso. Per quelli dell’ultimora ho il più sovrano disprezzo. L’ho tuttora, da comunista però. Qui si entra nell’altra domanda che mi hai fatto…

CM: …quella sui giovani registi italiani, che si sono occupati di queste tematiche…

PV: …se ne sono occupati male. Anzi, come peggio non si poteva. Negli ultimi tempi abbiamo visto un rifiorire di films sulla Resistenza. C’erano stati in passato dei films, anche belli come Achtung! Banditi! di Lizzani, Il sole sorge ancora di Vergano, poi non se ne era più parlato. Ad un certo punto arriva questo coglione e fa Porzùs, sui fatti dell'”Osoppo”.

CM: È un film girato un po’ come un videoclip…

Immagine articolo Fucine MutePV: Non mi piacciono i films girati alla John Landis, soprattutto se vuoi fare una storia epica. Lo trovo stilisticamente scorretto. A parte il fatto stilistico, non puoi fare un film dove mi fai vedere i partigiani comunisti, feroci e cattivi e quelli della “Osoppo”, buoni e angeli. Non è vero. Ammesso che fosse vero: i partigiani comunisti combattevano da combattenti, questi altri da “impiccioni”. Non parliamo poi del film di Lucchetti (I piccoli maestri — ndc). C’è un miglioramento. In questo caso i buoni sono gli azionisti. Si dimentica degli ex-combattenti di Spagna. Racconta di questo gruppo di giovani azionisti, buoni, che non vogliono neppure uccidere i giovani fascisti. Ciò significa che nella realtà erano dei combattenti di merda, dei quali vergognarsi, non da esaltare. Erano quasi meglio le Brigate Nere (adesso estremizzo chiaramente), con le quali abbiamo sempre avuto dei rapporti piuttosto infelici, per non dire cattivi. Ultimamente, dopo il lavoro sulla Decima, ho sentito il comandante Buttazzoni, ancora vivo nonostante i suoi novantasette anni e inventore nel mondo, molto prima degli americani, dei nuotatori-paracadutisti, nonché, come grande ingegnere navale, delle navi per il recupero a grandi profondità per l’O.N.U.. Lavoro per cui impiegò tutti ex-marinai della Decima. Gli ho fatto una domanda tendenziosa su cosa pensasse dei fascisti, delle Brigate Nere. Mi ha risposto: “Noi le Brigate Nere e tutti quei gruppuscoli lì, non li vedevamo neanche!”. Recentemente ho scoperto che esiste un giornale delle Brigate Nere, credo che si pubblichi in Piemonte. Si chiama “Boia chi molla!”. Me ne hanno mandato una copia, intimidatoria suppongo, dicendo che l’avremmo pagata cara, io e Buttazzoni… Ora, posso capire che ce l’abbiano con me, che ho seguito il dettame del presidente Mao: “Cambiare è giusto!” — e sono cambiato. Ma accusare il “povero” comandante Buttazzoni di tradimento… D’altra parte, tutta la lavorazione del documentario sulla Decima, è stata ostacolata in primo luogo dai dirigenti dell’Associazione X. Mandarono una lettera circolare a tutti gli ufficiali ed ex-appartenenti alla Decima, dicendo che il film era stato fatto da un comunista cubano, che aveva irretito la nipote del comandante Borghese, pure lei sovversiva. Non sapevano che, come altro consulente avevo il comandante Nesi (cugino di Nerio Nesi — ndc), ex-uffiiciale dei mezzi da assalto: un duro, che ancora oggi va in giro con il distintivo della Decima. Oltre a lui, anche il comandante Ferraro, la medaglia d’oro, colui che affondò a nuoto cinquantamila tonnellate di naviglio, l’unico eroe ancora vivo insieme a Buttazzoni, era con me (…). Facemmo quindi un documentario contro quelli dell’Associazone X (…). Successivamente mi è arrivata una lettera di scuse. Ho visto l’ultimo numero di un giornale che fanno a Roma, Decima Comandante, dove c’è una pagina in cui il film viene esaltato e alla pagina successiva, senza soluzione di continuità, si dice che sono un voltagabbana e che dovrei vergognarmi. Lo stesso atteggiamento (duplice — ndc) l’ho avuto da Liberazione. Io sono tra i fondatori di Rifondazione Comunista. Litigai ben presto; feci la scissione ben prima di Cossutta (…).

CM: Il tono del tuo ultimo film, La rumbera, è volutamente boccaccesco, ironico, anche quando affronta temi grossi o politici. Ad esempio, mentre il suo amante italiano parla contro l’interventismo e la guerra di classe, Rachel, la protagonista, dice: “Te la dò io la politica” — e fanno l’amore. Perché hai scelto questo registro?

PV: Perché è il mio registro. Io credo che l’erotismo sia la cosa che smuove il mondo. Credo anche che non bisogna fare film in politichese, bisogna fare film nazionalpopolari, veri … e quindi sante scopate.

CM: La protagonista mi è sembrata molto brava. Dà il tono e anche il ritmo al film. Chi è e come è stato lavorare con lei?

PV: Devo dire che è stata una passeggiata. Barbara Livi l’ho voluta io, aveva fatto solo alcuni filmetti. Come si dice a Roma, lei è proprio una “coatta” della Magliana e quindi andava benissimo in una specie di parabola, dove la storia di Cuba, i suoi avvenimenti, alla fin fine si fondono con la storia della protagonista. Per fare una coatta habanera, si prende una coatta della Magliana: l’internazionalismo delle coatte e anche delle mignotte, se vogliamo.

CM: Le scene del film ambientate in Italia, dove sono state girate? Qual è stato il travaglio produttivo del film?

PV: Sono state girate a Tuscania. Così come ho fatto vedere una La Habana inedita, volevo far vedere un’Italia inedita. Nel film, hai notato, non si vede mai il mare, salvo in un’inquadratura, quando trombano sotto la luna argentata. Così come volevo evitare la cartolina illustrata de La Habana, ho voluto evitarne una dell’Italia.

CM: C’è un’uscita molto secca e volutamente scanzonata sulla prostituzione. Raquel anziana parla del continuo prostituirsi delle donne sposate e del loro far l’amore come obbligo. È un bell’attacco alla coppia borghese…

PV: Anche questa è pura realtà. Del resto i dialoghi di quella scena non li ho scritti io, ma mia moglie. Li ha visti da un punto di vista femminile. È proprio così: che differenza c’è tra una signora che la dà via solo per avere una bella casa, dei bei cani, forse del buon caffé e una mignotta? Non vedo la differenza.

CM: Il film è girato in maniera sottolineata, tanto laccata alle volte da farlo risultare leggiadro. La rissa scatenata a teatro dalla danza di Raquel e dalla gelosia del suo fidanzato è molto realistica. Finisce in un vero casino. L’ho trovata molto “antiamericana”, come la scena del funerale del resto…

Immagine articolo Fucine MutePV: La rissa, come il funerale sono fatti storici. La storia di Rachel è una storia vera. Devo dire che la scena della rissa mi è venuta bene, girando a tre macchine con la steady, ma con poche possibilità di girarla una seconda o terza volta. Sia gli stuntmen, che le comparse, si sono talmente immedesimati, che hanno letteralmente sfasciato tutto il teatro. Si picchiavano a morte. Non c’era modo di dire: “Stop! Stop!” — continuavano a menarsi. Questo è successo anche nella scena del funerale. Quella è proprio vera. È vero che al funerale di Yarini (un malavitoso cubano dell’epoca — ndc) c’era il presidente Gomez, è vero che arrivarono i “marsigliesi” e fecero ‘sto casino. La storia di Raquel l’abbiamo reinventata, pur essendo lei realmente esistita, ma i dati storici li abbiamo mantenuti tutti.

CM: Come mai hai scelto di chiudere con degli spezzoni di filmati d’epoca sui barbudos. È stato un omaggio alla rivoluzione cubana?

PV: La tua domanda mi fa pensare che ho fatto un brutto film, cioé che non ho fatto il film che volevo. Io pensavo che la fine “logica” di Rachel e di tutta un’epoca di Cuba, fosse inequivocabilmente l’arrivo della rivoluzione. Le battute che lei (Michelle Mercier, che interpreta Raquel da vecchia — ndc) dice, sopra alle immagini di Fidel che parla, sono le stesse che il “frocino” le dice quando lei viene licenziata dal “Tivoli” (un famoso locale cubano dei primi decenni del secolo — ndc): “Oramai lo sai, noi non possiamo neanche più avere un sogno…”. Le immagini che ho scelto sono inedite anche a Cuba. Ho trovato degli 8 mm girati da un amatore, che una volta non erano utilizzabili. Adesso portandoli su Beta e poi su Cineon, vengono bene.

CM: È un fim cubano o un film di un italiano su Cuba?

PV: È un film di un italiano iscritto al Partito comunista di Cuba.

Commenti

Un commento a “A tutto campo…”

  1. voglio essere aggiornato. Come si intitola il film di Piero Vivarelli sulla Decima mas e dove si può reperire?

    Di Enzo Poci | 16 Febbraio 2013, 22:36

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