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Cinema

Carpenter vs Argento

Dario Argento: è la prima volta che io e Mr. Carpenter ci incontriamo davanti ad un così vasto pubblico, non so cosa potrà accadere: potremmo baciarci oppure scontrarci, potremmo mandarci al diavolo oppure sposarci, potremmo persino girare un film assieme. Io penso che su Carpenter sia già stato scritto tutto, dalla A alla Z, da quando è nato ai suoi amori, dai collaboratori alle sceneggiature. Penso ci sia un’unica cosa che mi interessa veramente come regista e che vorrei chiedere a John. Francamente non mi interessa come ha fatto quell’inquadratura, quanto ha combattuto per fare quel film, ma mi interessa molto dove è nato, come è nato, chi c’era con lui, chi era la sua famiglia, come mai John Carpenter è arrivato a fare il cinema. Uno dei misteri più grandi per me è capire come una persona ad un certo punto diventa un regista famoso. Come mai tra milioni di persone uno ce la fa. E perché, tra le tante tematiche possibili, Carpenter si è occupato della paura e dell’inquietudine umana. Questo mi interessa sapere.

John Carpenter: Nato il 16.01.1948 con la neve nello stato di New York. Mio padre arrivò all’ospedale ed un dottore mi mostrò a lui attraverso la finestra in una notte fredda. Mi spostai nel Kentucky quando avevo 5 anni, in una piccola e noiosa cittadina del sud. Tutto quello che ho imparato sul male l’ho imparato in quel posto e dalla sua gente. Penso di essere diventato regista perché mi sono innamorato del cinema e dei film a 4 anni vedendo un film, “It came from outer space” in 3d. Ho iniziato a girare dei film quando mio padre mi regalò ad 8 anni una piccola cinepresa: ho raccolto il sentimento riguardo il male ed ho deciso di intraprendere questa carriera per mostrare al pubblico cosa quella piccola città mi ha fatto.

Dario Argento: Quindi il momento fondamentale è stato quando tuo padre ti ha fatto quel dono…

John Carpenter: I miei genitori mi hanno fatto dei regali meravigliosi: mio padre mi ha regalato non solo la cinepresa, ma anche la musica e la gioia di ascoltarla, sono cresciuto con la musica ed è la colonna sonora della mia vita. Mia madre invece mi ha fatto il dono della fantasia, lei era una persona che aveva una grandissima attitudine verso la fantasia. Messe queste due cose assieme con la cinepresa ho fatto il regista. Sono andato alla scuola di cinema dove ho imparato tutto, mi ritengo estremamente fortunato perché ho frequentato i posti giusti al momento giusto. Tu invece?

Dario Argento: Tu hai frequentato l’università a Los Angeles, ma hai studiato nell’università giusta perché vanno tutti all’Usla invece tu hai fatto l’Usc, dove di studia veramente il cinema. Non è l’università dei Spielberg, ma un’università vera perché ti fai il culo, come si dice da noi in Italia: tutti quelli che amano il cinema questo lo sanno, lui ha studiato all’Usc…

John Carpenter: è vero all’Usc bisognava imparare tutto ciò che aveva a che fare con il cinema, la luce, la camera, la fotografia, la macchina da presa, la proiezione dei film, la sceneggiatura, la registrazione: dovevamo fare tutto ed è stato lì che ho imparato. Adesso voglio sapere di te, vuoi parlarmi di te?

Dario Argento: Io provengo da una famiglia dove si faceva il cinema. Il cinema l’ho incontrato praticamente nascendo: mia mamma era fotografa e mio papà lavorava un po’ come produttore quindi il cinema l’ho conosciuto da bambino. Quando ho finito la scuola a diciotto anni ho cominciato a lavorare in un quotidiano dove scrivevo della parti di cinema. Ho cominciato così ad interessarmene professionalmente scrivendone e facendo delle interviste. Io, ad esempio, sarei bravissimo a farti un’intervista da giornale, ma è proprio quello che non voglio. Vorrei qualcosa di più profondo. Io ero bravissimo a fare interviste leggerissime, quelle che piacciono ai quotidiani: come stai quando riparti qual è il tuo prossimo film ciao e grazie. Il cinema l’ho conosciuto per fatti un po’ fortuiti. Il cinema era una necessità che avevo senza saperlo; io pensavo di essere felice scrivendo di cinema, poi ho cominciato a lavorare come professionista a ventuno, ventidue anni scrivendo qualche soggetto, qualche sceneggiatura, che all’inizio non furono realizzate. Dicevo comunque che è il mondo più bello del mondo già allora, che ero solo con la macchina da scrivere e la scrivania, e non avevo dialogo. Poi in seguito ho fatto anche il regista e quello è stato meno divertente. So che John la pensa diversamente: la fase più brutta del suo lavoro è quando scrive, mentre la fase che lo esalta è la lavorazione. Io il contrario mi esalto quando scrivo mentre quando giro ci sono tutti questi tecnici intorno che fanno una confusione…Tu dici che non ami scrivere invece hai scritto un sacco di film anche per altri anche con molti pseudonimi, sei una persona molto feconda in questo, perché dici che non ti piace scrivere?

John Carpenter: Perché è doloroso. Dirigere un film significa essere sul set con gli attori, le luci, la macchina da presa: questo è fare un film per me. La scrittura e la direzione sono due processi diversi. Quando sei sul set e magari ti trovi a parlare col cast, con le attrici — che sono così belle e affascinanti — e il cameraman, lo scenografo, il direttore della fotografia … Questo è il posto dove io mi sento a mio agio, dove posso fumare a mio piacimento senza freno, bere caffè e sentirmi a casa. Quando giro sul set io mi sento a casa mia. Ma da dove proviene la paura, Dario, l’oscurità nei tuoi film?

Dario Argento: Questa è la domanda più micidiale che mi si potesse fare, poi la faccio anche a lui così impara! La paura è una cosa istintiva. Devo essere sincero: non lo so da dove viene, dal profondo, da quando ero bambino, da quel corridoio troppo lungo che avevo a casa per arrivare alla stanza da letto. Lui ricorda il primo film horror in 3d, io ricordo il primo film horror che vidi, “Phantom of the Opera”, e che cambiò veramente la mia vita facendomi scoprire un mondo che non conoscevo, un mondo dove fantasmi passioni così oscure di gente che viveva nei sotterranei. Io non immaginavo che esistessero queste cose, credo mi abbia affascinato. Ebbi una lunga malattia da adolescente e rimasi alcuni mesi a casa senza potermi muovere a causa delle febbri reumatiche, ed allora andai alla biblioteca di mio padre e cominciai a prendere dei libri leggendo di tutto. Leggevo in modo onnivoro tutto ciò trovavo: saggi, Shakespeare, tutto. Finalmente mi capitò un libro con i racconti di Edgar Allan Poe, un innamoramento pazzesco! Perché altro che “Il fantasma dell’opera”, lì c’erano fantasie incredibili e credo che abbiano cambiato qualcosa della mia vita; mi hanno fatto scoprire questa famosa porta che tu apri, e dietro la quale c’è un panorama che tu non hai mai visto, un panorama diverso con altri colori ed altre passioni. Alcune persone mi chiedono: “ma perché non fai altri film, non fai altri generi di film?”. Questo è impossibile, perché quando hai varcato questa porta, quando hai provato delle sensazioni così violente e distruttive, ai limiti dell’impossibile, come fai a tornare indietro ed a raccontare i fatti di tutti i giorni, il quotidiano, la vita normale, la vita… Tu che sei abituato invece alle fantasie ed ai mostri che escono dai buchi e che ti invadono, che immagini che una ragazza entri in un collegio e che tutte le altre siano tutte streghe? Come fai a tornare indietro ?

John Carpenter: è una bellissima risposta! La mia risposta alla stessa domanda sarebbe meno poetica, più noiosa, più diretta.
I miei genitori erano degli yankee, eravamo della parte settentrionale degli Stati Uniti e ci siamo trasferiti nella cultura meridionale. Mio padre era un professore di musica e siamo andati nella “cintura della Bibbia”, un paese estremamente segregato sotto il profilo razziale. Noi eravamo degli outsiders in questo mondo estraneo. Io non riuscivo a capire in cosa consistesse quest’odio — e c’è n’era tanto — non riuscivo a capire perché la gente si trattava in questo modo. Per me non aveva senso che la mia famiglia fosse così isolata, perché ero cresciuto in uno chalet replica della casa di Abraham Lincoln vicino al museo Kentucky, un paradiso estremamente bello e unico. Nelle mie fantasie io vedevo i miei film proprio in questo ambiente, ma all’esterno, la cultura ed i pregiudizi, soprattutto religiosi e razziali erano incredibili; io mi sentivo totalmente fuori luogo e l’unico modo, l’unica voce, l’unico posto che riuscivo a trovare per avere uno sfogo era nel cinema, nei film, nella fantasia dei film dell’orrore e della fantascienza, ed ho cominciato ad identificarmi con il lato oscuro della vita, del male: vampiri o mostri dell’altro spazio. Volevo vedere il male in cui crescevo, ero una persona isolata probabilmente. Molti dei miei film parlano di persone intrappolate in alcuni luoghi, un assedio dall’esterno: arriva il male e tu devi respingerlo perché viene lì per prenderti. è quello che io facevo quando ero giovane in quello chalet, cercavo di lottare contro il male culturale che mi circondava. Vorrei che la mia risposta fosse più poetica, più simile alla tua, ma questa è la verità.

Dario Argento: Non è affatto una risposta poetica, la mia, è una risposta — quasi — da tossicodipendente … di questi film. Questo racconto invece è molto bello, io volevo sapere di quando arrivasti a Los Angeles a fare il cinema. Tu sei riuscito a vincere, a creare un tuo gruppo, un team di attori tecnici produttori che ti ha permesso di andare avanti per molto tempo. Io ho conosciuto uno dei tuoi collaboratori Dan O’ Bannon, persona intelligentissima e squisita, vorrei che mi raccontassi di quel momento.

John Carpenter: Era nel ‘68 quando sono arrivato all’aeroporto. Non ero mai stato a Los Angeles e provenivo da una città di trentamila persone. Sono salito su un aereo e sono andato a Los Angeles: dall’aereoporto sono dovuto orientarmi per arrivare sino all’università, quindi ho preso una mappa, l’ho aperta e l’università, l’USC, non sembrava molto lontana dall’aeroporto, ho pensato: “vado a piedi!”. Ho iniziato a camminare per la strada con le valigie — era una giornata stupenda e non avevo mai visto un posto così bello — … un’ora dopo non ero nemmeno uscito dall’aeroporto, mi sono guardato in giro e mi sono detto: “ma che mondo è questo? Dove mi trovo? Che cosa sta succedendo?”. Due ore dopo non ero in nessun punto di questa mappa, non sapevo dove stavo andando ed una delle persone più gentili che abbia mai conosciuto mi ha guidato fino all’USC. Dopo questo inizio ho stretto delle amicizie, eravamo tutti dei film-maker che volevano fare dei film, dirigere. La mia prima classe aveva 99 persone, eravamo tutti lì seduti e volevamo diventare dei geni del cinema. Ognuno di noi aveva questo scopo e l’insegnante ha detto che forse uno di noi ce la avrebbe fatta, e che gli altri sarebbero tutti tornati a casa. Io avevo pensato: “io sarò quell’uno”. E la cosa interessante per me è che le persone con maggiore talento nel mio corso, i registi che io ammiravo e che ritenevo i migliori non ce l’hanno mai fatta a Hollywood. C’è una qualità ossessiva nel dirigere, nel fare cinema: bisogna essere ossessionati in modo innaturale col cinema per riuscire a farcela, ma deve essere innaturale. Quindi il gruppo di persone che mi circondava era ossessionato in modo innaturale quanto me. Ci siamo fatti le ossa con i film a basso budget. Il mio primo film è stato fatto per sessantamila dollari ed è uscito in un cinema il giorno del mio compleanno, è stato straordinario! Non pensavo che avrei mai avuto quell’opportunità ed ho pensato che quando il film sarebbe stato distribuito arrivasse una limousine davanti a casa mia: “Carpenter, venga, vogliamo che inizi a dirigere!”. Ma niente è successo, nessuno mi voleva e così, per autodifesa, ho cominciato a scrivere sceneggiature. Si può guadagnare bene a Hollywood scrivendo film che nessuno farà mai, ti pagano un sacco di soldi per scrivere una sceneggiatura che non trasformeranno mai in un film. Questo è facile, ma io in realtà volevo dirigere e nella mia ossessione innaturale ho continuato ad avere fede nel lavorare con i miei amici ed i film sono cominciati ad arrivare… ed eccomi qui con te!

Dario Argento: Anch’io avevo un gruppo di persone che amavano il cinema, con cui si parlava solo di cinema, però io mi consideravo, come lui, il meno adatto, il meno intelligente colto entusiasta, il meno portato a fare il cinema. Di questi venti o trenta che eravamo io ero sicuramente l’ultimo, ma l’unico ad aver fatto veramente il cinema. Ogni tanto incontro queste persone, avvocati o persone normali, e mi viene da chiedere loro: “ma se non l’hai fatto tu, perché l’ho fatto io?”. Non c’è bisogno di essere geniali per fare il cinema, bisogna essere molto precisi. Voglio chiedere un’altra cosa un po’ inquietante a Carpenter: noi che facciamo questi film un po’ “tremendoni”, che muoviamo tante di queste energie, di queste potenze, non gli è mai venuto in mente, come è successo a me, che un giorno, inavvertitamente, si possa rompere questo vaso di Pandora con tutte le nostre pazzie, e che questi pensieri orribili e spaventosi ci invadano e ci facciano fare la fine di Edgar Allan Poe o di Van Gogh, non so …

John Carpenter: No, appena ho iniziato a fare film di fantascienza ed orrore, mi sono reso conto che dormivo molto bene la sera, facevo venire gli incubi ad altri ma non a me stesso. Io non ho paura dei miei film, perché io mi identifico sempre dalla parte dell’umanità, dell’essere umano, dell’uccisore del male, della creatura dello spazio. Mi identifico con queste paure che condividiamo tutti. Io non mi identifico con l’aggressore o con il killer, io sto dalla parte di chi deve difendersi contro queste paure. Forse è il mio modo di riuscire a dormire bene la notte, di avere una bella vita, di poter guardare pallacanestro e wrestling alla tv.

Dario Argento: Questa è una buona speranza per me, che invece sono ossessionato che questo vaso di cristallo un giorno, inavvertitamente, mentre mi faccio la barba, cada si spezzi e che tutte queste malignità, queste cose spaventose mi invadano e che io cominci a diventare una specie di rifiuto dell’umanità. Ringrazio Dio che mi hai raccontato di dormire così bene, allora anch’io voglio dormire così bene! C’è un’altra cosa che tutti si chiederanno di Mr Carpenter, lui crede nella magia, in mondi inquietanti come il satanismo?

John Carpenter: Mi spiace deluderti io non credo nel soprannaturale in nessuna forma o modo, né maligno né fantasmi né dischi volanti né triangolo delle Bermuda né stregoneria. Siamo qui, ci siamo una volta sola quindi cerchiamo di renderla al meglio possibile. Credo invece nel soprannaturale sullo schermo alle mie spalle, è lì che vive. Sono le nostre paure, i nostri sogni, le nostre speranze sullo schermo, nella vita vera no, nella vita mi gratto la testa e russo di notte. La vita vera è banale, abbiamo tutti da affrontare gli stessi problemi, mentre sullo schermo possiamo affrontare questi mondi fantastici. Io non ho paura che escano dallo schermo e mi raggiungano, si può dire che nella mia essenza io sia uno scienziato, un umanista. Credo nella natura, in quello che mi sta di fronte, ma resto aperto: se questa sera vedo un UFO nel cielo sono felice di guardarlo.

Dario Argento: Io non ho mai visto un UFO nella mia vita e non ho mai conosciuto nessuna strega malgrado vi abbia fatto un film. Culturalmente è sempre stato un fenomeno che mi ha interessato moltissimo e non escludo che esista. Esperienze le ho avute nella mia mente, nelle mie nottate, nei miei incubi. Molte volte ho cercato di incontrare qualche strega per i film che dovevo fare; ho girato l’Europa incontrandone tante e spendendo un sacco di soldi, ma non ho mai visto niente, ho visto solo coincidenze, sincronicity, che, come dice il grande Jung, non si sa se siano vere coincidenze. Io, come Carpenter, non credo nel soprannaturale, ma vorrei chiedere una cosa su un dibattito di cui lui si prende gioco: John Carpenter è un uomo di sinistra o di destra?

John Carpenter: Di destra o di sinistra e tu cosa ne pensi?

Dario Argento: John Carpenter è un santo perciò non è né di destra né di sinistra!

John Carpenter: In un certo senso sono una persona apolitica e non vado né a destra né a sinistra. Vi devo dire una cosa, mi piace moltissimo il paese in cui vivo, moltissimo, e quando vedo delle cose sbagliate mi piace criticarle e prenderle in giro o a calci in culo. Penso che la mia generazione abbia perso il suo idealismo ed è una cosa che mi deprime. A me piaceva moltissimo questo aspetto, mi piace fare film sull’idealismo, dovremmo riconquistarlo e forse ci riusciremo. Adesso siamo troppo viziati, abbiamo troppo Walt Disney, troppi Mc Donalds e troppa cultura giovanile; crediamo troppo nelle star e nelle celebrità nel mio paese. Io sono capitalista, mi piace guadagnare i soldi, mi piace avere soldi e mi piace farmi sedurre dai soldi, quindi se qualcuno vuole che io faccia un film mi paghi a iosa ed io lo farò, ma dovrà essere il mio film, il mio approccio al cinema. Se il copione l’hai scritto tu, se la sceneggiatura l’ha scritta lui, il mio lavoro è trasformarlo nel mio film. Forse non era il film che tu intendevi, forse non è il tuo buon film, ma sarà il mio film. Per quanto riguarda la politica, la mia famiglia era una famiglia democratica i miei nonni hanno vissuto la grande depressione americana e quindi tendiamo a dare — ad esempio — un altissimo valore all’assistenza sociale . D’altro canto nella famiglia di mio padre vi era un famosissimo patriota rivoluzionario, James Othels, era una di quelle persone che hanno fatto sorgere tutte quelle passioni che hanno mosso la gioventù di allora per scacciare i britannici ed i francesi, non abbiamo scacciato gli italiani, anzi gli abbiamo dato il benvenuto e quindi sono un po’ diviso. Come dire, posso andare sia da una parte che dall’altra però nel mio cuore, dentro di me, penso che non me ne freghi niente della destra o della sinistra. M’importa invece moltissimo dell’umanità, l’onestà tra la gente. Vorrei che tutti i nostri pregiudizi, l’odio delle persone che sono diverse da noi, che per secoli e per secoli hanno lottato l’uno contro l’altro, possano buttare via tutti questi pregiudizi e  che si possa ricominciare. Forse vi sembrerò uno stupido idealista degli anni Sessanta, ma non vedo perché non si possa fare; perché la gente debba essere considerata il nemico solo se è diversa da noi questo non lo capisco. Credo di non avere un’anima politica, la mia preoccupazione maggiore è l’essere umano, il genere umano, non so se sembra presuntuoso ma è così.

Dario Argento: Lui è un grande pilota che molto spesso va sul set guidando il suo elicottero. è vero che una delle cose che più l’hanno affascinato in sua moglie era il fatto che il padre fosse un grande pilota?

John Carpenter: è l’unico modo in cui potevo convincere mia moglie ad uscire con me, dimostrarle che potevo far volare un elicottero! Volare su un elicottero è una cosa incredibile.
Negli anni Ottanta ho fatto un film, “La cosa”, in cui c’erano moltissimi elicotteri che decollavano ed atterravano, e lo possono fare verticalmente e di lato oppure restare in area e galleggiare. è come quando si sogna di volare di notte. E quando mi trovavo in cielo e vedevo qualcuno in elicottero dicevo: “ma è facile, voglio farlo anch’io!”. Poi ho pensato che, se voglio fare un film con dei duri che hanno coraggio, devo sapere cosa significhi mettendo alla prova il mio coraggio. E così questa prova l’ho fatta: alla mia prima lezione l’istruttore mi ha portato su, ma io non mi sono comportato bene — perché ci sono dei controlli molto complessi — ero coperto di gocce di sudore, ero terrorizzato. Mi disse: “guarda davanti, dovrai tenere i nervi saldi ai comandi perché faremo un atterraggio d’emergenza, spegni il motore!”. Siamo caduti come una pietra che viene buttata giù, siamo arrivati verso la terra urlando entrambi; ad un certo punto, mezzo minuto prima di atterrare, ha cominciato a muovere i comandi ad una velocità che mi sembrava della luce ed io ho detto: “wow!”. Lui ha detto: “visto non è successo niente di particolare, solo un atterraggio di emergenza! Non ci siamo sfracellati a terra, questo è un atterraggio ad autorotazione”. Ma centocinquanta ore più tardi lo facevo tutti i giorni, mi spegnevo il motore e facevo questo esperimento. Era veramente fantastica come esperienza, continuavo a volerlo fare, a desiderare quella sensazione — tocchiamo legno! non sono superstizioso! — mi piaceva pilotare. L’aeroplano è diverso dall’elicottero, deve sempre muoversi in avanti, ha bisogno della velocità per alzarsi, mentre l’elicottero può anche stare fermo, può muoversi mentre sta fermo, girare a destra e a sinistra, e può anche essere un incubo come nei film. è stato una vera conquista per me, ho conquistato mia moglie!

Dario Argento: Noi italiani tocchiamo altre cose! Siamo un po’ più grevi, volgari! “1997 Fuga da New York” — film bellissimo e di grande successo … — è un film bizzarro nella sua filmografia. Cosa voleva raccontare con quel film ?

John Carpenter: “1997 Fuga da New York” è una storia tratta da un romanzo di fantascienza scritto da Harry Haroldson, “Planet of the gun”, in cui una specie di criminale viene obbligato ad andare nel posto più brutto dell’universo. Mi sono detto: “questa è una fantastica premessa per un film, ho un eroe che è un antieroe, un cattivo obbligato ad andare nel posto peggiore della terra: dov’è il posto peggiore della terra?”. Ho pensato che questo posto potesse essere New York. Ho voluto inserirci anche un po’ di ridicolo verso lo stato poliziesco che obbliga questo personaggio a liberare delle persone, dando al film un aspetto un po’ anarcoide. L’individuo, il personaggio di Kurt Russell, è l’unico personaggio importante del film. è l’unico individuo rimasto in America, l’unico uomo, tutti gli altri sono corrotti o venduti. Era quindi una sorta di fumetto, mi sono divertito a girarlo. Non abbiamo girato a New York perché era troppo complicato, era una prigione, ma adesso non lo è più perché è di proprietà di Walt Disney, un posto meraviglioso, un posto di zucchero … sì Giuliani… è vero che questa è la piazza che ha il tuo nome? almeno così dicono i tassisti…

Dario Argento: Carpenter è sempre arrivato ai confini del raccontabile e dell’esplosività visiva, lui ha subito molte censure?

John Carpenter: Negli Stati Uniti ogni film che ho fatto doveva avere una liberatoria, una classificazione: questo è il sistema americano. Quando finisci un film devi mostrarlo ai censori, ad un comitato formato da insegnanti e da varie persone che guardano il film e che stabiliscono quali parti del film non sono accettabili. Poi si possono fare dei tagli oppure combattere e non tagliare il film, ma ogni film passa questo filtro. Il criterio cambia sempre, un anno è più liberale l’altro più conservatore — … arrivederci (saluta uno spettatore che se ne va)… — ho avuto un’esperienza molto profonda con i censori per “Distretto 13, le brigate della morte” dove una bambina viene uccisa: la censura ha minacciato di vietarlo ai minori di diciotto anni e perciò ho preso la copia tagliando quest’inquadratura. L’ho mostrata nuovamente ed hanno detto che andava bene e che a quel punto lo avrebbero vietato ai minori di quattordici anni. Ho quindi fatto un accordo con il distributore per reinserire la parte tagliata: li ho presi in giro, li ho gabbati, ma adesso sono diventati più furbi non posso più fregarli. Ho dovuto tagliare l’ultimo film perché secondo loro era troppo intenso; dicevano: “non ci dispiace la violenza, basta che sia prevedibile. Ma se è caotica ed imprevedibile non possiamo consentirla, deve ridurla perché troppo intensa”. Il pubblico accetta la violenza se non è troppo intensa e caotica, se segue una certa formula. Quindi l’abbiamo tagliato un po’. C’è sempre la censura. I tuoi film sicuramente saranno censurati, secondo me tutti sono stati censurati… David Cronemberg dice che tutti i film che ha fatto sono stati censurati. Lui ha lottato contro tutti. Quando fai film dell’orrore, film dark, la gente non è felice, a volte non vuole che si vedano. Temono che siamo i corruttori della gioventù, i distruttori. Sono sicuro che abbiamo distrutto e corrotto tutti i presenti in questa sala con i nostri film… ma questa è la realtà della vita. Ci sono due argomenti proibiti, il sesso e la violenza, sarà sempre così. Questi sono gli argomenti che fanno più paura alla gente, la gente non li vuole vedere però li vuole vedere, c’è questo paradosso. Penso che dovrò affrontare costantemente questo problema, lo accetto… e tu?

Dario Argento: Io ho avuto problemi con la censura per tutti i miei film, non c’è ne stato uno in cui non ne abbia avuto. è stato uno dei crucci della mia vita. Lui racconta di questa commissione, ma in Italia le commissioni sono tremende. Adesso hanno fatto una nuova legge in Italia — come in Spagna e Francia, che in questo sono all’avanguardia — cioè, il film non si può vietare completamente, come si faceva una volta ai tempi dei democristiani, perché allora i film te li vietavano proprio ed i film non uscivano, ora si può solo fare un divieto ai quattordici ed uno ai diciotto, che già è una cosa disgustosa. Io comunque sono stato censurato, però non vorrei dimenticare che — oltre a queste commissioni di censura che ha citato John — c’è una censura molto più subdola e anche più cattiva, che non è quella delle commissioni statali, ma è la censura dell’industria e delle compagnie. Sono loro che ti costringono a tagliare, loro sono i più grandi censori del mondo, sono loro che ti dicono che quella scena la devi cambiare prima ancora di andare dal censore, perché loro sono i più perbenisti che esistono. Io li odio profondamente i censori. Una volta ho scritto un racconto per un giornale inglese, l’Indipendent. Il racconto è la storia di una coppia di ragazzi giovani, lei è in cinta, all’ottavo o nono mese. La sera accendono la televisione tutti eccitati perché per la prima volta trasmettono alla televisione “Opera” di Dario Argento, ma dopo mezz’ora di visione la ragazza si sente male. Lui la porta all’ospedale dove lei subisce un aborto. Abortisce perché i censori hanno tagliato molte scene del film, divenuto irriconoscibile! Il marito per vendicarsi uccide tutti i censori seguendo le modalità di omicidio delle scene tagliate. Vorrei lanciare una campagna: bisogna mandare in prigione i censori, bisogna condannarli, come si condannano le persone che entrano in un museo con un taglierino per rovinare un quadro. Ma perché il censore che fa la stessa cosa non va in prigione anche lui? Chiedo una campagna per far andare in prigione i censori! Ho visto che i critici francesi sono d’accordo, io la farei anche retroattiva per quei signori di settanta, ottant’anni che hanno massacrato i miei film tanti anni fa, che vadano in prigione. Io vorrei anche che vada in prigione quel funzionario che ha tagliato il mio film “Opera” — venticinque minuti! — deve andare almeno un mese in prigione, oppure che faccia un lavoro alternativo in una clinica, in un ospizio per vecchi, a tagliare l’erba nei prati delle scuole; che faccia dei lavori alternativi che ad una persona di quell’età gli fa anche bene!

John Carpenter: Non hai passionalità nei confronti di questo argomento, non capisco! Nel nuovo clima che c’è in America, con l’ascesa del politically correct — non so se qui si usi la stessa parola — il tuo film “Suspiria” per esempio non potrebbe essere mostrato, non sarebbe consentito, sarebbe bandito, censurato. Ora il clima culturale sta cambiando, un giorno forse tornerà come prima… Sarebbe come bandire un’opera d’arte da un museo, quindi mi unisco a te in questa proposta di carcerare tutti i censori.

Dario Argento: è un policamente corretto che cambia moltissimo da stagione in stagione. Io vorrei ricordare un episodio, il mio primo incontro con il pubblico, io che sono una persona timidissima, all’uscita del mio primo o secondo film. Alla fine della proiezione c’erano delle persone come voi che avevano visto il film e che mi ascoltavano mettere assieme, con un’ansietà incredibile, due o tre parole sconnesse. Poi il moderatore ha chiesto se qualcuno del pubblico volesse dire qualcosa. Ero a Bologna. Hanno cominciato ad insultarmi — questa specie di fighetti, tutti per benino con la cravattina — hanno cominciato a dirmene di tutti i colori: che i miei film facevano schifo, se non mi vergognavo a mostrare tutta quella violenza e quel sangue, se non lo sapevo che mi avrebbero potuto arrestare… Io cercavo di difendermi, non sapevo come cacchio difendermi! Finalmente si alza una ragazza, inferocita, e mi dice: “tu sei un fascista bastardo, ché fai vedere tutte queste donne uccise. Sei veramente un mascalzone, se c’era qualche femminista qui ti prendeva a schiaffi!”. Io le ho detto allora: “ma spero di prenderla io a calci nel culo! Ma che ho fatto di male a te ed alle donne, che in tutti i miei film le donne sono sempre protagoniste?”. E questa è stata la prima esperienza, allucinante… allucinante. Tutta la sala era contro, tutta, perché erano uscite delle critiche distruttive sui miei film. Non c’era una persona che era a favore, io ero disperato, non sapevo come difendermi: ero un accusato. Mi si rimproverava di tutto, mi si dava del fascista tutti i secondi. E c’era un grande scrittore francese […], che poi è diventato fascista ed era anche critico di cinema. Nella sua autobiografia racconta  una cosa agghiacciante, dice che lui scriveva e le persone gli dicevano “ma tu sei un fascista!”, ma lui non era un fascista: la mattina si guardava allo specchio e si diceva, “ma ho la faccia da fascista? Ma perché mi dicono sempre che ho la faccia da fascista?” Ogni giorno si guardava allo specchio e vi trovava un piccolo particolare che era da fascista, gli occhi troppo profondi o le sopracciglia troppo accentuate ed allora si diceva: “in effetti sono un po’ da fascista”. Andando avanti così si disse: “è vero sono un fascista!”.

John Carpenter: Finché il cinema sarà un business ed un commercio ce l’avranno sempre con noi, proteggeranno sempre i valori della comunità.

Dario Argento: Anch’io proteggo i valori! Alla fine dei processi di censura, il magistrato a capo della commissione mi disse: “io non ho mai avuto paura, mai” — “Lei non ha mai avuto paura nella sua vita, mai un tuono, mai scivolato per le scale?” — “Mai, io ho sempre dominato”. Secondo me questo era un pazzo che dominava la sua pazzia. La censura è un problema che mi ha angosciato e travolto tutta la vita. Racconto anche la storia di un amico comune, George Romero. Ho prodotto assieme a lui “Zombie”, che tra l’altro ha avuto la prima mondiale in questo cinema molti anni fa (Torino, Sala Reposi –  N.d.R.), in una giornata bellissima. Scrissi in parte la sceneggiatura e collaborai alle musiche, ché anch’io come il maestro Carpenter mi diletto a fare della musica. Per la distribuzione ci dividemmo il mondo a metà, io mi occupai dell’Europa per lui. Ci presentammo alla commissione in Italia dove ci diedero il divieto ai minori di diciotto anni, poi andammo in Francia e presentammo il film, che fu invece bocciato dalla censura. Chiesi inutilmente se si potessero fare dei tagli per fare uscire comunque il film. In Francia ci si deve ripresentare, per legge, un anno e mezzo dopo aver fatto dei cambiamenti al film. Cambiai solo la posizione di una scena e ripresentammo il film che fu bocciato di nuovo. Fu bocciato nuovamente un altro anno e mezzo dopo, nonostante avessimo tagliato delle piccole cose per dimostrare la nostra buona volontà. Alla fine dei sei anni cade il governo e telefono a George per dargli la buona notizia, lui dice: “e chi se ne frega!”. Io gli spiego che il nuovo ministro è una persona più liberale. Rimettiamo allora il film com’era prima senza nessun taglio e ci presentiamo per vedere come va a finire… Il film è stato ammesso. A volte i cambi di governo aiutano anche il cinema!

John Carpenter: Io non ho mai avuto un’esperienza simile. Le cose funzionano in maniera diversa negli Stati uniti: in genere i film che possono disturbare il pubblico possono essere censurati non solo dai censori, ma soprattutto dai media. Pensano che le immagini più disturbanti siano dannose per la comunità, per il pubblico. Questo è un dibattito che si sta svolgendo proprio ora negli Stati Uniti. Il nostro tasso di criminalità ed omicidi è diminuito anche se c’è un grande tasso di violenza. Ultimamente c’è stato un episodio di violenza, un massacro nel liceo in cui due ragazzi armati di bombe e fucili hanno fatto una strage. All’improvviso tutti cercano qualcuno cui dare la responsabilità, un capro espiatorio. e quindi i media. Cosa significa questo? I media cercano di censurarci. I media, la televisione, i giornalisti, i giornali lavorano tutti insieme. Gli americani non considerano positivamente i film che noi due facciamo: per loro noi siamo un po’ meglio dei pornografi, ma poco meglio, noi siamo la feccia dei cineasti. è un periodo molto difficile ora per fare qualsiasi cosa possa essere considerata estrema o disturbante. Un film appena uscito, “Fight Club”, è un film molto brutale e molto bello. Comunque non vedo cambiamenti nella situazione. Quando io ero piccolo c’era uno psichiatra che diceva che il leggere fumetti semplici ci avrebbe trasformati tutti in delinquenti; ed io dicevo: “ma sono solo dei fumetti!”. Io guardavo dei film come “Godzilla”, film dell’orrore, però non sono diventato un delinquente. Continuano a ripetere sempre la stessa solfa. Trovo forse un elemento nuovo nel crimine copiato, uno vede cioè l’azione nel film e gli viene l’idea, copia l’evento del cinema. C’è stata infatti un’ondata negli Stati Uniti di giovani che hanno copiato ciò che è successo in “Assassini nati”, c’è stato anche un processo. La prima volta che qualcuno ha copiato degli eventi in un film è stata nel 1904 quando c’è stata la grande rapina sul treno, qualcuno ha rapinato un treno in Ohio, c’è stato il film e questa persona si era detta costretta a fare la rapina dopo aver visto il film. Questo dicevano i giornali ma il ragazzo non aveva visto il film. Quindi, se risaliamo a questo evento, riusciamo a capire il potere del cinema, delle immagini sullo schermo dietro di noi: hanno la capacità non solo di farci piangere ridere riempire il cuore di gioia, ma possono anche essere distruttive, disturbare. è proprio questo il settore in cui mi sono mosso prevalentemente, in questa zona d’ombra ai confini della realtà: non è soltanto amore ciò che viene mostrato nei film, ma anche la condanna.

Dario Argento: All’inizio dell’incontro avevo esordito dicendo che ci saremmo potuti mandare a ‘fanculo oppure fare a botte… In questo caso potrebbe proprio finire così, perché io non sono affatto d’accordo. Il capro espiatorio sì, ma è finto: non è vero che noi siamo responsabili di quello che la società produce, noi raccontiamo i fatti che succedono. Io vorrei raccontare a John di come i pittori italiani del rinascimento, e anche prima, dipingessero delle immagini orribili e spaventose, rappresentazioni del demonio e torture di santi, ma nessuno pensava fossero dei criminali da mettere in galera. Caravaggio non è mai stato perseguitato per i temi dei suoi quadri, pure piuttosto crudi, ma per altre ragioni, per il giocare a carte ed il fare risse. Mi raccontava Sergio Leone, con cui ho lavorato, che molti anni fa uscì un film con Clint Eastwood in Italia, “Impiccalo più in alto”, un film western all’italiana abbastanza leggero: una sera, mi pare a Genova, uno spettatore dopo la proiezione si impiccò, causando una campagna stampa spaventosa contro il film — un film di nulla, delicatissimo al contrario dei film di Leone — dicendo: “speriamo che altri non seguano l’esempio”. Ma perché uno che vede la scritta “impiccalo più in alto” deve impiccarsi? è una cosa pazzesca! Io credo che le persone non fanno le rapine nelle gioiellerie o le spedizioni punitive razziste perché vedono i film, ma le fanno perché stanno in strada, perché le vedono sul telegiornale o le sentono nei racconti a scuola. I film sono cosa di fantasia, sono i nostri sogni e i nostri incubi. Non facciamo certo film per insegnare agli altri a fare del male, sicuramente non Carpenter ed io. In questo libro [D’Agnolo Vallan G. e Turigliatto R. (a cura di), John Carpenter, Torino, Lindau, 1999 — N.d.R.] lui racconta che ci sono dei registi americani che non sono tali, ma solamente dei “facitori di film” — noi non siamo così — che fanno sicuramente dei film innocui al soldo dell’industria. Non sono certo film che cambieranno il mondo, sono i nostri film a fare paura all’industria. Il cinema non ha mai cambiato il mondo, prima ci sono state le rivoluzioni poi ci sono stati i film sulle rivoluzioni. In Italia c’è stata prima la Resistenza poi ci sono stati i film che l’hanno celebrata. In Russia prima c’è stata la Rivoluzione d’Ottobre poi c’è stato Eisenstein. Non è stato il cineasta che ha cambiato il mondo, ma colui che lo ha raccontato. Quando noi raccontiamo gli orrori della società, raccontiamo di cose che esistono come la nostra anima, la nostra parte malvagia. Noi raccontiamo le verità, dette precedentemente dal nostro grande amico Sigmund Freud, e prima di lui Edipo. Noi raccontiamo e basta. Io non credo che il cinema possa cambiare la realtà. Da ragazzo sono cresciuto in mezzo al cinema militante italiano e lavoravo in un giornale militante, pensate che questo mi abbia spinto a fare un cinema militante?

John Carpenter: Ma non credi che il cinema ci abbia trasformato il mondo, ci abbia portato in un mondo come quello dell’immaginazione e del cuore. Non credi che il cinema sia una forma trascendentale del secolo? Non pensi che il cinema sia la forma d’arte del secolo? Non è questo che ci cambia, ci commuove, ci spaventa? La storia dei quadri che hai detto prima, non il passato, non i movimenti politici, non il cinema, non l’arte, questo non ci cambia, noi non siamo esseri umani, non credi? Non credi che i film siano così importanti e così di valore e parte della nostra umanità che non dobbiamo mai, mai, perdere questi film e mai dimenticare il potere e i sogni che ci portano. Possiamo sognare con i registi e gli attori, possiamo ascoltare la musica, possiamo vivere con loro le emozioni. I film sono emotivi, commuovono, ci fanno pensare a volte. Che cosa sarebbe il mondo senza il cinema? Dove saremmo noi? Saremmo delle persone più tristi, inferiori, e quindi penso che il cinema abbia cambiato il mondo, abbia cambiato la mia vita e spero di poter fare lo stesso grazie ai miei film negli altri. Io voglio commuovere e muovere le persone, voglio spaventare le persone. E io penso che il significato massimo per me e per la mia vita è di aver provato qualcosa fuori da me stesso, ho trovato il cinema. Questa cosa vivente che non è vera, quest’immagine sul muro che può arrivare a gente che non parla la stessa lingua, che non ha lo stesso background culturale e che per alcuni minuti condivide una parte di me. E posso cercare di toccarti, a volte non ci riesco, a volte non raggiungo l’obiettivo, a volte invece sì Penso che ci sia un potere immenso nel cinema, nel film e questo può superare le barriere dei governi, della politica, della militanza. L’arte vivrà e sopravviverà ed è questo che ci rende esseri umani. Ora vorrei che tu ed io andassimo ad ubriacarci ed a vedere una partita assieme!

Dario Argento: Così detta sembrerebbe che Mr. Carpenter abbia totalmente ragione ed io totalmente torto! Io parlavo di un altro aspetto. Il cinema ha cambiato la mia vita. Quando sono andato a vedere in un cinema all’aperto “Il fantasma dell’opera”, la mia vita è cambiata. Ho fatto dei pensieri diversi. Quando devo pensare ad un’epoca storica, gli anni Trenta per esempio, io non vado a leggere dei libri, ma vado a vedermi dei film, perché quella è la realtà, quella riflessa dal cinema. L’unica realtà che esiste è quella che è nel cinema. Una volta lessi un’intervista di Stanley Kubrick, parlava della bellezza della Grecia, dei luoghi, di certe strade di Atene, del Partenone,  l’intervistatore allora gli disse: “la conosci proprio bene la Grecia, ma quante volte ci sei stato?” e lui gli rispose: “io mai, ma ho visto un sacco di film e documentari sulla Grecia, non ho bisogno di andarci”. Questo è uno dei concetti che mi hanno spinto a fare il cinema, perché in effetti è vero, quello che riflette il cinema è qualcosa di più profondo della realtà. Il cinema italiano dei telefoni bianchi rappresentava la realtà italiana in modo così lancinante, come nessun trattato storico  ha mai potuto raccontare. I film di propaganda bellica, che Carpenter sicuramente conosce, sono una bellissima forma d’arte. Non c’è bisogno che tu segua quello che ti dicono. Pochissimi film credo nella storia siano stati fatti e non rappresentati perché troppo potenti, uno di questi è quello che Alfred Hitchcock ha girato nei campi di sterminio, nei lager. Lui ed il suo gruppo andarono come inviati di guerra in Germania alla scoperta dei campi di concentramento. Fu una coincidenza ad essere il primo a girare le mostruosità che il mondo ha poi conosciuto tramite le sue immagini. Lui ed il suo gruppo alla fine delle riprese di sei o sette mesi, prima di tornare in America, si riunirono e si dissero: “noi da questo momento non parleremo mai di quello che abbiamo visto, e non voglio mai più sentire parlare di ciò che abbiamo visto”. Il film sino alla morte di Hitchcock non è mai stato edito. A volte la realtà è così potente che cambia anche la tua vita.

John Carpenter: Sono completamente d’accordo con te, ed ora è il momento di ubriacarci!

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