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Cinema

La figura dell’alieno nella fantascienza classica e nell’ufologia contemporanea

Immagine articolo Fucine MuteParlare di alieni nella fantascienza vuol dire attraversare un percorso di circa cinquant’anni di produzioni cinematografiche in cui la figura dell’alieno viene mostrata e raffigurata in molteplici aspetti e quasi in ogni forma possibile. Si va dagli alieni gassosi del film Quatermass II: I Vampiri dello spazio di Val Guest (1957, che è anche una coraggiosa disamina del processo di alienazione dato dalla prima industrializzazione, raffigurata nel film come una fabbrica di cibo sintetico, sorta, quasi all’improvviso, accanto ad un paesino sperduto della Scozia, ma in realtà un perfetto e orrorifico incubatoio per alieni che ricordano, in modo allarmante, la nube gassosa e tossica di un esplosione nucleare) alle forme animali di insetti, ragni e formiche come nei celeberrimi film di Jack Arnold (animali ingigantiti, come visti sotto una lente o un microscopio e resi spropositati e fuori scala, ad esempio in Tarantula del 1955), alle produzioni che convogliano un altro mito che si ritrova sia nella fantascienza letteraria che in quella filmica, l’io-gestalt, la condivisione-partecipazione di forme animali o umane di un unico cervello di gruppo come, ad esempio in Bug di Jeannot Szwarc (1975), in cui un’orda di scarafaggi giganti assume delle forme e delle configurazioni di gruppo come se fosse orientata da un’unica mente pensante o in Brood-La covata malefica di David Cronenberg (1978), in cui gli esserini, nati dalla rabbia e dalle emozioni più violente della gestante, assumono la forma di bambini o di esseri naniformi, diventano assassini potenziali e agiscono, naturalmente, all’unisono (vedi l’uccisione della maestra di scuola, organizzata quasi come un gioco infantile e rituale, nell’aula della scuola stessa) o, ancora, Phase IV:Distruzione Terra di Saul Bass (1973), in cui gruppi organizzati di formiche pianificano l’invasione del pianeta terra, servendosi di una forma di ricodifica del linguaggio matematico e geometrico e la distruzione della razza umana, proprio utilizzando l’io di gruppo o io-gestalt.

Verrebbe ancora da ricordare il film, tratto dal libro di John Windham, Il giorno dei trifidi di Steve Sekely (1962), in cui, dopo una pioggia di meteoriti, si ritrovano sulla terra delle gigantesche piante carnivore che sembrano voler invadere il pianeta: di nuovo, siamo di fronte all’incubo di un io “gruppale” in cui tutte le informazioni che riceve la singola pianta vengono passate istantaneamente al gruppo di piante che le sta accanto. In questo caso, l’invasione è abbastanza anomala perché ci troviamo comunque di fronte a delle forme vegetali, anche se di aspetto vagamente antropomorfo.

Però gli alieni sono anche abitatori di altri mondi extraterrestri. Celebre è l’alieno, fascinoso e ambiguo, impersonato da David Bowie nel film L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg (1976) che, grazie alle tecnologie esotiche in suo possesso, riesce a produrre una serie di brevetti “di base” e a diventare uno degli uomini più ricchi della terra, ma passa le sue giornate bevendo e guardando tonnellate d’immagini televisive in una specie di videowall composto da televisori che trasmettono, in continuazione, come una specie di superlingua iconica colorata e mutante, immagini, notizie, informazioni e intrattenimento, ventiquattrore al giorno.

E se di alieni dobbiamo parlare, allora ricordiamo anche Cocoon-L’Energia dell’Universo di Ron Howard (1985), in cui degli arzilli vecchietti acquistano dei poteri extrasensoriali solo immergendosi in una piscina che contiene delle gigantesche uova aliene (che somigliano per giunta alle uova, ben più temibili e malefiche, che ritroviamo nella saga degli Alien e, in particolare in Aliens di James Cameron, in cui la madre-alien si vede attorniata dalle gigantesche uova che ha covato nel profondo della caverna).

Una delle caratteristiche che differenzia questo tipo di percezione dell’alieno la troviamo nella storia dell’ufologia, in cui si alternano presenze angelicate, i cosiddetti “nordici” che sono esseri di fattezze terrestri, alti, biondi, slanciati, simili ad angeli, descritti ad esempio con le fattezze di Jeff Bridges (1984) nel film Starman di John Carpenter, ed esserini piccoli di statura, filiformi, con delle mani a quattro dita, la testa allungata e gli occhi enormi e neri, i cosiddetti “grigi” che vengono raffigurati, ad esempio, in Incontri ravvicinati del Terzo tipo di Steven Spielberg (1977).

Il film di Spielberg ha più d’un elemento in comune con la ricerca ufologica dato che il regista stesso era uno dei finanziatori del centro “Allen Hynek” e la figura del professore, impersonato da Truffaut, è la personificazione del fisico Hynek che Spielberg conosceva bene e che è una delle figure chiave dell’ufologia contemporanea perché consulente e membro esterno del celebre “Blue Book Project” (il progetto governativo più conosciuto dal grande pubblico che era incaricato di studiare, ufficialmente, il fenomeno UFO a livello nazionale).

I “grigi” saranno poi protagonisti anche in altri due film molto vicini a casi ufologici: Intruders di Dan Curtis (1992) e The Invaders di Paul Shapiro (1997). Il primo è tratto dal libro omonimo di Bud Hopkins, artista e ipnoterapeuta che lavora, tra i primi, sul problema ufologico dei “rapimenti alieni” e mostra, nel libro come nel film da cui è tratto, un certo numero di casi “clinici” di pazienti che dicono di essere stati rapiti dagli alieni; nel secondo, questi esserini vengono addirittura filmati incidentalmente da una telecamera amatoriale, scatenando una vera e propria caccia all’uomo, da un onesta famiglia della provincia americana che ha avuto la disgrazia d’imbattersi in un esempio di “incontri ravvicinati” che cambierà, per sempre, la loro vita quotidiana.

Però, per estensione, potremmo definire aliena qualunque presenza estranea; il forestiero o il pistolero o il gringo dei tanti film western rappresentano il primo tipo di alieno, soprattutto in luoghi e set chiusi e claustrofobici come quelli delle opere di registi quali John Ford, Sam Peckinpah o Sergio Leone. E cos’è un film come Ombre rosse di Ford se non una perfetta navicella spaziale in cui gli abitanti vengono attaccati da forze estranee (gli indiani) di cui non si scorge mai un volto o una figura, più aliene degli alieni? Ma allora possiamo estendere il concetto a tutte le deformità: da Freaks di Tod Browning (1932), in cui i nani e i mostri da circo sono una forma d’alienità radicale e affascinante tanto che ancora oggi il film ci terrorizza e ci inquieta, ai vagabondi nomadi e cannibali del film Le colline hanno gli occhi di Wes Craven (1978) che attaccano, in modo feroce e sanguinario, una famiglia tipo della middle-class americana e rappresentano comunque una raffigurazione, distorta e caricaturale di una famiglia allargata di tipo rurale e patriarcale e sono la personificazione di una sottocultura che oggi diremmo vicina alla New Age, in cui i componenti della famiglia praticano riti tribali e prove d’iniziazione e hanno i nomi degli dei dell’Olimpo greco, catapultati però, in modo tragicomico e surreale in un arido deserto americano.

Dunque, potremmo distinguere, per comodità, almeno due tipi e livelli di “alienità”: uno, più esogeno, dedicato al rapporto e all’incontro dell’essere umano con delle forme di vita extraterrestri e un altro, più endogeno, in cui, esattamente come avviene nella maggior parte delle culture primarie, chiunque tenti di entrare dall’esterno o di violare solo con la sua presenza una comunità chiusa, per quanto piccola, è già considerato una minaccia, un pericolo, un alieno, un mostro o un diavolo (vedi i diavoli bianchi della tradizione cinese, già all’epoca di Marco Polo o i gaijin, termine usato per designare gli stranieri nella cultura giapponese contemporanea, come delineato molto bene dal film Sol Levante, tratto dal romanzo omonimo di Michael Crichton).

In questo senso e utilizzando questi indicatori lessicali, ad esempio alieno1 e alieno2 per le diverse categorie, possiamo vedere che almeno metà della cinematografia di genere che ha a che vedere con il mostruoso, il gotico, il noir, ci sta tracciando la storia e la morfogenesi delle nostre paure più intime del diverso, dell’altro, dell’estraneo, dello straniero, del difforme, dell’outcast, del drop-out.

Ad esempio, è molto interessante vedere la dinamica tra il cittadino, l’inurbato, la classe emergente, upper-middle-class, bianca e americana e le frizioni e i conflitti, anche molto violenti e sanguinosi, che si creano quando queste presunte modernità e civilizzazione si scontrano con delle culture di tipo nomadico o rurale, culture che esistono, vivono e proliferano già nelle sacche e negli interstizi tra città e campagna, tra centro e periferia, tra zone commerciali, ad alto valore simbolico, e non-luoghi posti in una terra di nessuno.

Un film come Cane di Paglia di Sam Peckinpah (1971) che ci mostra una contrapposizione violentissima tra la cultura americana sofisticata e astratta del professore di matematica, impersonato da Dustin Hoffman, e la cultura selvaggia, essenziale, funzionale, violenta, animalesca, istintiva e brutale degli scozzesi, residenti nel piccolo villaggio, è pari, come forza drammatica e come impatto narrativo, a qualunque invasione di alieni, più o meno antropomorfi della storia del cinema di fantascienza.

Naturalmente, da questo punto di vista, che potremmo chiamare allargato o esteso, tutti i film su zombie e mutanti (ad esempio la pregevole trilogia di George Romero sugli zombie e la loro evoluzione bio-genetica) avrebbero a che fare con l’alieno. Come nel caso dell’Invasione degli ultracorpi, di Don Siegel, esso è però un alieno che ci assomiglia, che è sangue del nostro sangue perché simula o prende il posto di componenti e membri della famiglia, di parenti stretti e, nel caso degli zombie romeriani, ci assomiglia nuovamente perché è prodotto con i corpi (morti) di persone che abbiamo visto mille volte, per strada, coinquilini, amici, conoscenti, anche una replica della semplice folla o del gruppetto di amici al bar.

Questa è una delle forme di alienità più infide: da Ho sposato un mostro venuto dallo spazio di Gene Fowler (1958) a Ultracorpi:l’Invasione continua di Abel Ferrara (1993) che aggiorna il celebre film di Don Siegel, utilizzando scenari militari e l’incubo della mutazione genetica con un ritmo ossessivo e febbrile che rende il film un prodotto sofisticato e allucinato al tempo stesso.

Ad esempio, un film come They Live di John Carpenter (1989) ci mostra degli alieni-zombie sotto mentite spoglie perché, normalmente, essi appaiono come persone normali: commesse, clienti, speakers televisivi, uomini politici, poliziotti che potremmo incontrare, e di fatto incontriamo, in qualunque cittadina (americana o europea); ma se si indossano degli speciali occhialetti che i protagonisti, due proletari americani, trovano in uno scatolone gettato via, allora le cose cambiano e vediamo, come in filigrana, tutto l’ordito che il potere ha predisposto per noi: un mondo improvvisamente minaccioso, fatto di cartelli e di scritte perentorie e le stesse persone che vedevamo prima ora ci si svelano per ributtanti mostri alieni dalle fattezze di zombie extraterrestri che sono poi una metafora, neanche tanto coperta, delle élite di potere che ci governano e ci controllano, utilizzando i media, la finanza o la polizia.

Ma l’alieno, nella storia del cinema di fantascienza, è anche un mostro orrendo e invincibile che vive all’interno di una logica predatoria e ha pochissimo a che vedere con delle forme umane conosciute. Così è raffigurato, ad esempio, nella quadrilogia degli Alien in cui d’altro canto si tenta, mediante Ripley, che funge da vera e propria interfaccia tra il mondo degli aliens e gli umani, di riprodurre anche nel loro mondo una forma di filiazione matrilineare, per stabilire un contatto che non sia solo di tipo predatorio ed etologico con l’universo degli aliens che però sembrano essere unicamente motivati da modalità elementari quali mangiare, riprodursi, predare e non si pongono, apparentemente, nessuno dei problemi che hanno dato vita alle grandi culture terrestri e storiche che conosciamo.

E ancora un’altra creatura di H.R. Giger nella serie di “Species” in cui un alien femmina che sembra una donna nubiana con delle strane acconciature, ma che veste all’esterno i panni di un’affascinante fotomodella svedese, cerca di accoppiarsi con degli umani, ma, per ragioni varie, finisce immancabilmente per ucciderli in modo atroce. È interessante la metamorfosi che la bambina Sil compie nel primo film Species di Roger Donaldson (1995) in cui la vediamo fuggire dal laboratorio di ricerca che l’ha praticamente generata, utilizzando le informazioni arrivate dallo spazio per costruire, da un DNA alieno, un essere vivente, e la sua metamorfosi in donna giovane e molto attraente che conserva però, come un fremito sotto pelle, i sogni e le emozioni animali che potrebbe sognare la sua controparte aliena e mostruosa.

La donna-mostro sarà braccata da una squadra speciale, incaricata di ucciderla o catturarla, ma prima di essere terminata fa in tempo a generare un piccolo mostro che darà luogo ad un sequel, Species II.

Qualche accenno a forme di civilizzazione e di un’evoluzione umana parallela lo troviamo in Predator, bellissimo film di John Mc Tiernan del 1987, in cui l’invasore alieno che attacca un commando di marines in America Latina, capitanati da Arnold Schwarzenegger, è in realtà parte di una comunità di alieni neo-barbari che utilizzano tecnologie esotiche e antichissime al tempo stesso e le cui fattezze ricordano i samurai giapponesi o i guerrieri nordici vichinghi.

E come loro hanno un etica assoluta, una specie di bushido giapponese in cui l’eroismo e la lealtà sono dei valori di fatto come il riconoscere la grandezza e la potenza dell’avversario.

Le tecniche di mimetizzazione di questi alieni sono assai simili ad alcuni giubbotti e vestiti con caratteristiche metamorfiche che sono attualmente in dotazione ai soldati NATO del blocco atlantico di stanza in Europa.

E che dire di fenomeni come il recentissimo film X-Men, tratto dalla serie a fumetti della Marvel Comics, in cui intere generazioni di mutanti, peraltro quasi sempre teenager, si affrontano in due “bande” rivali e mettono anche le basi per una mozione politica dei mutanti nella società americana attuale, in questo riprendendo l’istanza politica di un film come Alien Nation di Graham Baker (1988) in cui gli alieni sono trattati alla stregua di extracomunitari e alcuni di loro vengono utilizzati anche in missioni della polizia.

Divertente risulta il duetto tra il poliziotto terrestre James Caan e l’alieno buono che fa da secondo nel pattugliamento notturno che i due devono fare assieme in una città, una Los Angeles del 1999, devastata dal crimine e dalla droga e in cui gli alieni sono sia nelle file dei gangster sia potrebbero essere scambiati per chicanos e minoranze etniche, ancora da integrare e che vivono in un ghetto, proprio come i latinos e gli orientali in molte città americane attuali.

Ancora un altro “alieno” e mutante politico ci si presenta in La Mosca di David Cronenberg (1986), in cui lo scienziato-mosca, frutto di una mutazione genetica indotta da un errore nella trascrizione Brundle-Fly, decide di diventare l’ambasciatore e il portavoce degli animali per gli umani, cercando di porre le basi per una convivenza più tollerante ed equanime tra le diverse specie.

È questo un film in cui Cronenberg, pur utilizzando una messe di effetti speciali e una ricchezza hollywoodiana insolita nella sua filmografia, riesce comunque a darci, anche grazie alla straordinaria interpretazione di Jeff Goldblum (lo scienziato mutante), un film lucido, elegante e che contiene un preciso messaggio politico e morale e in cui il mostro non è uno dei tanti freak da deridere come nei molti Frankenstein, ma si erge a paladino delle specie animali più deboli con la possibilità di decidere la loro vita e la sorte di tutte le specie animali, minacciate costantemente proprio dalla specie umana.

Resta, per terminare, la citazione di alcuni film insoliti che chiuderanno questa breve carrellata nella storia del cinema di fantascienza: innanzitutto, La Cosa di John Carpenter (1982), un capolavoro lucido e visionario che è ambientato in Antartide (come il film di cui è il remake, La cosa da un altro mondo di Howard Hawks), un film che introduce, insieme al primo Alien di Ridley Scott, una capacità di “vedere” le mutazioni orrorifiche in diretta, in tempo reale, senza finzioni. E questa è la grande rivoluzione di Carpenter e del suo tecnico degli effetti speciali Rob Bottin che, si dice, abbia insistito per creare una Cosa a vista, con tutti i pezzi di animali, uomini, esseri viventi che venivano inglobati ancora visibili e pulsanti, come se fossero protetti da una specie di cartilagine-membrana trasparente.

Un altro film,straordinario per la potenza visionaria e per gli echi, anche simbolici, che crea è 2001:Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968), in cui l’alieno che abbiamo di fronte è un monolite nero, lucido e impenetrabile, una specie di sorgente energetica terrificante racchiusa in una struttura perfettamente geometrica e riflettente.

Si dice che per questo film Kubrick, che era un maniaco della precisione e del dettaglio, abbia richiesto dati, immagini e filmati alla NASA per avere il massimo del realismo filmabile e lo stesso ente spaziale americano, l’anno dopo, avrebbe tentato lo sbarco sulla Luna con l’Apollo 11.

Memorabile rimane la sequenza di circa venti minuti in cui il monolite sembra generare affascinanti paesaggi alieni, coloratissimi e psichedelici.

Un altro ritratto con alieni lo troviamo nel film Contact di Robert Zemeckis (1997), dal romanzo dallo stesso titolo di Carl Sagan, in cui si delinea una storia molto attuale e credibile e in cui lo scetticismo dello scienziato Sagan si scontra con la sua voglia di trasmettere un messaggio poetico alla terra e ai suoi abitanti da parte dei presunti alieni che per l’occasione si travestono con i ricordi infantili della protagonista, simulando i luoghi e gli affetti della sua infanzia, ad esempio la spiaggia in cui correva da bambina e le fattezze di suo padre, morto da molto tempo.

Chi è l’alieno in questo film? È solo il nostro tentativo di raffigurarcelo che ce lo presentifica e ce lo fa apparire, anche se, alla fine, il film non dà risposte ma apre ad altri, ulteriori quesiti e domande, in un gioco di specchi borgesiano che ci rimanda solo la nostra immagine, sfaccettata, all’infinito.

E vorrei chiudere con un film, tratto da Philip K. Dick, Screamers-Urla dallo spazio di Christian Duguay (1995) con Peter Weller (Robocop) nella parte di un intrepido capitano di stanza in una base spaziale sul pianeta Sirius 6B che decide di intraprendere una spedizione per vedere quali sono le condizioni dei soldati, dopo una lunghissima, estenuante guerra che ha decimato i due eserciti.

Durante questo viaggio si imbatte negli screamers, congegni robotici che si sono perfezionati in un modo diabolico, prendendo le sembianze di soldati feriti, bambini abbandonati e donne indifese, introducendo un aura di ossessività e diffidenza verso qualunque forestiero il piccolo drappello di soldati incontri sul suo cammino.

È un film forse minore rispetto alle grandi produzioni hollywoodiane, ma è uno dei pochi film che introduce in noi una specie di gelo interno, una zona di sospensione tra la vita e la non vita che forse, attualmente, è la migliore risposta che abbiamo al fenomeno e al quesito posto da molta della filmografia citata, degli alieni. E nelle nostre orecchie, dopo che si è visto il film, risuona per un po’ di tempo ancora il grido del bambino che chiede ai soldati, supplicando come solo un bimbo può fare, di essere aiutato e poi abbiamo il suo grido, quando viene svelato che lui è uno screamer, una macchina assassina.

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