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Cinema

Blanca: intrattenimento sì, sensibilizzazione no

Blanca: intrattenimento sì, sensibilizzazione no

BlancaSi è appena conclusa la serie tv Blanca, comedy drama ispirato a quattro romanzi di Patrizia Rinaldi pubblicati per le edizioni E/O: Blanca; Tre, numero imperfetto; Rosso caldo; La danza dei veleni. Fermo restando l’origine letteraria, la serie si pone l’obiettivo di introdurre nel mondo della fiction televisiva italiana una protagonista disabile che però, grazie al modo in cui è riuscita ad affinare gli altri suoi sensi, in particolare l’udito, è in grado di percepire cose che le persone normodotate danno per scontate e non notano.

Se l’intento era buono e l’esperimento poteva rivelarsi interessante – anche per l’introduzione della tecnica dell’olofonia – la trama, i personaggi e il modo in cui si è scelto di rappresentarli hanno dimostrato fin da subito i loro limiti. Benché infatti lo scopo di una fiction sia soprattutto quello di intrattenere gli spettatori, e non di educarli, sarebbe opportuno evitare che l’inverosimiglianza scada nell’assurdità fino a rasentare il ridicolo.

La protagonista della serie, Blanca, è una giovane diventata cieca in seguito a un terribile episodio avvenuto durante la sua infanzia che ha portato alla morte della sorella. Assunta come stagista esperta di décodage in un commissariato di polizia di Genova, inizia a relazionarsi con persone che non ripongono alcuna fiducia in lei e la identificano con la sua disabilità anziché trattarla come un essere umano. E fin qui nulla da eccepire. I problemi iniziano quando si esaminano i diversi personaggi e il loro comportamento.
Partiamo dal cane Linneo – doti recitative ed espressività che altri si sognano – che la accompagna nella sua quotidianità e funge da forte legame affettivo. Il suo scopo è essere per lei non solo un amico ma anche una guida, come ogni cane per ciechi degno di questo nome. Il controsenso è che a volte – sempre a scopo di intrattenimento e per creare suspense – la coinvolge in situazioni pericolose, perché ad esempio distratto da rumori improvvisi, oppure non si accorge affatto della presenza in casa di intrusi, perché intento a pensare ai fatti suoi. Quindi come cane guida non ha poi tutta questa utilità e un cieco vero ne ricaverebbe più danno che giovamento, ma siamo nel mondo dell’inverosimiglianza dove tutto è possibile e va accettato di buon grado.
Blanca, la protagonista, pur essendo cieca reagisce al comportamento altrui spalancando gli occhi e facendo tutta una serie di espressioni facciali – tipiche dell’attrice Maria Chiara Giannetta, questo va detto – che nemmeno un mimo impegnato a esibirsi in piazza. Con questo non voglio dire che l’attrice dovrebbe restare impassibile come un pezzo di legno – per quello c’è già Giuseppe Zeno che esprime amore, sofferenza e gioia senza piegare un solo sopracciglio – ma almeno dare un po’ di credibilità alla condizione del suo personaggio (qualcuno giustamente obietterà: siamo nel mondo della finzione, è cieca per finta, non rispecchia la vera condizione di una cieca anche se Andrea Bocelli per la sua consulenza sarà stato pagato un capitale. D’accordo, rispondo io, ma allora tutto il discorso sul voler portare sullo schermo una condizione di disabilità perde il suo significato. Potevano fare una fiction in stile Daredevil).

Blanca (una scena)

Liguori – per l’appunto Giuseppe Zeno – è un non-personaggio in quanto si fatica a inquadrarlo. Inizialmente distaccato nei confronti di Blanca, in seguito sviluppa nei suoi confronti un rapporto di affetto che però non va oltre la superficialità; a differenza del cuoco Nanni che impara a conoscerla a fondo. Probabilmente l’inespressività dell’attore è giustificata anche da questo aver a che fare con un uomo che ha tormenti interiori che gli impediscono di esprimere debitamente i suoi sentimenti (oppure sono io che sto cercando di arrampicarmi sugli specchi per trovare le ragioni di uno sguardo immobile).
Il vicequestore Bagigalupo, che inizialmente tratta Blanca come una ritardata e in seguito si ricrede – siamo in una fiction, e il miscredente va redento per forza di cose anche quando non si parla di religione – ha la pura funzione di rappresentare l’uomo che sottovaluta il disabile e si limita a sopportarlo più che a integrarlo veramente nel gruppo. Non gli passa neanche per la testa che chiedere a una cieca di fare fotocopie è come chiedere a una persona in carrozzina di scendere le scale di corsa (e qui va premiata la “genialità” dell’inventiva degli sceneggiatori che assegnano a Blanca l’amica estetista, con cui si interfaccia giorno e notte, che le suggerisce il verso giusto in cui fotocopiare i fogli).
La piccola Lucia, amica fidata di Blanca e versione speculare della ragazzina ribelle che lei era un tempo, si salva grazie all’ottima interpretazione di Sara Ciocca che si ritrova con un taglio di capelli in stile Natalie Portman in Léon e il cui ruolo non è poi molto lontano da quello.
Il cuoco Nanni, un Pierpaolo Spollon che promette molto bene e si è già distinto altrove, è il classico cattivo “che poi così cattivo non è mai”, per citare Loredana Bertè (la avvelena con indifferenza per molto tempo ma quando si tratta di lasciarla affogare arriva la folgorazione sulla via di Damasco), e gli sceneggiatori ne approfittano per trasformarlo nel carnefice/angelo custode della protagonista, salvata in extremis grazie a lui per evitare di costringere Giuseppe Zeno a infilarsi la muta da sub.
Straordinario Ugo Dighero nel ruolo del padre. Lo si vede sporadicamente, ma la sua presenza riempie lo schermo ed è una lezione di recitazione.

Blanca (una scena)

Le scene di suspense sono curiose, una su tutte quella in cui Blanca, sequestrata appunto da Nanni, si ritrova legata a una sedia rigorosamente in canottiera e mutandine – evidentemente sequestrare una donna vestita di tutto punto non va più di moda. Interessante anche il fatto che per quasi tutte le sei puntate lei venga vista farsi il bagno in vasca, ma nel momento in cui un estraneo si introduce in casa sua la vediamo nuda sotto la doccia (Psycho docet). Pregevole la scelta di affidare al mezzo teatrale la proiezione delle sensazioni provate da Blanca, peccato sia mancato il coraggio di trasformare questo elemento nel tratto distintivo della serie.

La pioggia regna sovrana nella maggior parte delle puntate perché la protagonista la ama particolarmente. Sì, ha un suo senso. Ma far girare la Giannetta sempre in tenuta sportiva, a scopo pubblicitario, con il décolleté rigorosamente in mostra anche quando piove a dirotto è un’assurdità – ah, no, è un’inverosimiglianza, i comuni mortali si prenderebbero la polmonite ma lei ne è immune; è fiction, bisogna accettarla in quanto tale.

Queste mie osservazioni non vogliono far passare il messaggio che la gente non abbia il diritto di divertirsi, anzi. Dico solo che è sbagliato spacciare un prodotto di intrattenimento per qualcosa che non è. Blanca non vuole sensibilizzare gli italiani sulla condizione di disabilità, altrimenti sarebbe stata impostata in modo radicalmente diverso; vuole dimostrare che si può fare intrattenimento anche attraverso un personaggio affetto da disabilità. Ci riesce in parte, per i fattori che ho sottolineato, perché lo sguardo è sempre rivolto più agli ascolti che al contenuto e di conseguenza il rischio di eccedere nella finzione è sempre in agguato.

Blanca (una scena)

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