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Fumetto

Diopò… Urcamàd… Vacàg

Le bestemmie a fumetti

La bestemmia come cosciente e provocatoria trasgressione al terzo comandamento ha perso da tempo la sua ragion d’essere. Bestemmiare significa, più che altro, affermare il proprio statuto all’interno del mondo, inserirsi in un contesto specifico date le coordinate sociali comuni a tutti. E nel mondo del fumetto ciò è talmente vero da rendere subito palesi quali fossero le intenzioni dell’autore quando ha messo in bocca ai suoi personaggi quelle particolari parole. Sperando che Guido Almansi e Guido Fink no stiano leggendo questo saggio (perché dovrebbero, d’altronde?) ecco un azzardo di fenomenologia catalogatoria con cui tentare un primo approccio alla questione.


Bestemmie d’occasione

Sin dai tempi di Blek Macigno gli eroi anglofoni delle testate popolari italiane si sono profusi in ammiccamenti e citazioni esotiche, per affascinare il lettore meno smaliziato e fingere una cultura superiore al proprio provincialismo. Persino in Francia, d’altronde, si ricorre spesso a questo mezzuccio per contestualizzare le vicende o creare un’atmosfera: addirittura in Blueberry delle note puntuali andavano a spiegare cosa fossero i jayhawkers (mentre espressioni come shit! o bloody hell! Non necessitavano traduzione). Per fortuna che in Italia ci si limitava con un pomposo “storico” a sottolineare la veridicità della trama, altrimenti chissà quale imbarazzo avrebbe causato a sceneggiatori e curatori delle testate spiegare cosa voleva dire “god damn’ it!”, bestemmia vera e propria. Le bestemmie, quindi, sono presenti nel fumetto italiano sin da tempi non sospetti ma spacciate per banali interiezioni grazie al fatto di non essere tradotte. Ed è legittimo credere che neppure chi le usava sapesse veramente cosa significassero.

Il flusso di “god damned it!”, “goddamn’” e dei loro derivati (o storpiature) è arrivato sino ai bonelliani più recenti, che già da anni hanno però abbandonato tali espressioni. Prima che i redattori apprendessero il loro significato, erano usate con una certa generosità ed in particolare Dylan Dog speciale n°1 (Il club dell’orrore, 1987) è la loro apoteosi. È quasi superfluo sottolineare come il loro inserimento fosse dovuto a ragioni puramente “coreografiche” e non ad un uso cosciente e ragionato della bestemmia in quanto tale: la loro potenza non si discostava troppo da quella di qualsiasi altra espressione ripresa da una lingua o un contesto estraneo ed infilata nei dialoghi tanto per vivacizzarli. I classici “diavoli dell’inferno” e “Giuda ballerino” sono assai più efficaci nel caratterizzare un personaggio. Non è quindi il caso di dare troppo peso a queste bestemmie “per caso”, che si riducono a semplici espedienti “d’occasione” senza alcuna rilevanza sul tessuto narrativo o ideologico del fumetto.

Bestemmie contestualizzanti

Esistono invece casi in cui una bestemmia propriamente detta viene usata con cognizione di causa e, magari anche involontariamente, svolge un’importante funzione comunicativa, andando a delineare immediatamente gli ambiti d’azione della vicenda. è senz’altro grazie al gruppo di Cannibale (e poi di Frigidaire, Il male, Frizzer, ecc.) che il tabù della bestemmia viene, se non infranto, perlomeno abbondantemente scosso. In tempi più recenti, Vincenzo Sparagna (nella posta di Frigidaire n°101) ed il misterioso Benedetto Alighieri (in Non bestemmiate, porca madonna!, su Il nuovo male settimanale n°0/7/8) si sono rivelati piuttosto leziosi nel difendere o giustificare tale scelta, arrivando quasi a sconfessare la spontaneità che aveva caratterizzato i lavori di Tamburini, Pazienza, Mattioli, Scozzari e Liberatore. La rabbia o la finta nonchalance con cui fanno capolino Dio e la Madonna nelle storie di Rank Xerox, Gatto Gattivo e della Traumfabrik sono entrambe i sintomi del mondo che ha prodotto tali personaggi, e che proprio a quel mondo si rivolgeva per ottenere ascolto e nuova linfa. Il disagio e l’emarginazione di molti giovani trovatisi adulti a ridosso del ’77 erano sia il motore di tali storie che la causa principale della presenza massiccia delle bestemmie in quei fumetti. Il malessere di tanti disgraziati, drogati ed emarginati trovava sfogo (seppure anche indirettamente o solo come semplice constatazione di un disegnatore che vedeva le cose dall’esterno) in queste storie che partendo alla lontana dall’underground americano arrivavano a conclusioni autonome e profondamente calate nella realtà italiana. Un’ottima testimonianza di quanto fumetto e società fossero uniti in questo frangente (una delle tante, ma almeno raccontata dalla viva voce di uno dei protagonisti) si trova nell’intervista a Stefano Tamburini pubblicata nel numero 5 di Flit (Stefano Tamburini, a cura di Michele Mordente, Art Core, Firenze, 1998, pag.40). A surrogare l’ipotesi della bestemmia come strumento di identificazione di una realtà desolata c’è, inaspettatamente, persino Milo Manara. Dopo aver manifestato le proprie impressioni sugli scontri tra polizia e studenti in H. P. e Giuseppe Bergman, il maestro di Verona inserisce nella seconda parte delle avventure di Bergman (l’episodio conosciuto anche come Dies irae, forse il migliore della serie) una patetica figura che fa appena in tempo ad urlare contro il protagonista prima di dileguarsi dal fumetto. L’incisività di questo “sballato” riesce a superare, proprio per la sua immediatezza, perfino la delirante sequenza del primo Giuseppe Bergman in cui un eroinomane vive la sua crisi d’astinenza mutandosi in un mostro informe. Pur giungendo dall’”alto” di una professionalità ben consolidata e di un disegno esteticamente ineccepibile, anche questa occorrenza della bestemmia serve a contestualizzare la situazione specifica che viene posta alla nostra attenzione. Esattamente così come il Ranxerox disegnato da Liberatore, ipertrofica evoluzione del vecchio Rank Xerox, non abbandonerà le sue blasfeme esclamazioni nemmeno sulle pagine patinate di Frigidaire. Anzi, nell’incompiuto I, me, mine corporation/La morte di Ranx Tamburini farà sfoggio di una vena creativa particolarmente ispirata che arriva a comporre, accanto a quelle canoniche, bestemmie memorabili come “Dio Ballard” e “Quant’è vero Asimov”. Citazioni, esercizi di stile ma sempre e comunque strumenti contestualizzanti. Sarà un caso che nel Ranx 3 scritto da Alain Chabat di bestemmie non c’è nemmeno l’ombra?

Bestemmie metatestuali

Due note musicali possono essere una citazione; il movimento di una palpebra o delle labbra può essere una citazione; un semplice tratto in più o in meno può essere una citazione. La metanarratività percorre gli ambiti più svariati, dalla musica alla pubblicità: anche una bestemmia, quindi, può servire a richiamare qualcosa di particolare o ad omaggiare qualcuno. Prima di scoprire le meraviglie del computer e di perdere con esse quel po’ di dignità che gli era rimasta (v. Frigidaire n°202), Filippo Scozzari è stato un grande sperimentatore, un autore intelligente che ha saputo coniugare leggibilità ed avanguardia, trovando soluzioni nuove ed efficaci che sono riuscite ad emancipare il linguaggio del fumetto (anche se spesso non ebbero seguito). Addirittura più negato per il disegno di Stefano Tamburini, Scozzari compensava questa carenza con delle trovate innovative estremamente azzeccate. Difficilmente ricordato per le sgraziate immagini dei suoi primi fumetti (ma comunque la breve storia Alè! dimostra una buona padronanza della linea chiara), lo è senza dubbio per raffinatezze narrative quali le sue prospettive fantastiche (tra Corben e Piranesi), i suoi riassunti impossibili, le mutazioni grottesche dei personaggi della Dalia azzurra, i dialoghi ritmati che si scandiscono in più vignette, il formato parodistico delle tavole di Primo Carnera, ecc.

I primi volumi della collana Grandi Albi di Frigidaire offrono un panorama più che esaustivo su quanto di geniale è stato prodotto da Scozzari e, tra La Dalia azzurra e Primo Carnera, spicca soprattutto la raccolta delle storie del Dottor Jack. Più che l’annunciata (e mai realizzata) sfida contro Dio, è interessante dal punto di vista delle bestemmie metatestuali il primo episodio della serie, quel Fantasma delle fonderie che apparve in tutta la sua corrosività in volume dopo essere stato censurato su Linus (dove la Magneti Marelli venne ribattezzata Metallurgiche Macelli per evitare noie legali). Tra i vari altri elementi che costituiscono citazione o parodia, c’è una processione onirica che serve da indizio per chiarire la vicenda, ma che agisce contemporaneamente da catalizzatore per altre impressioni ed opinioni dell’autore. Ciò che Scozzari suggerisce con le tronche esclamazioni “Diopò” e “Urcamàd” non è solo la rabbia per la condizione inumana degli operai ma anche il sostrato veracemente emiliano da cui proviene, con tutto ciò che ne consegue. Se mai l’autore di Suor Dentona e Macchine a molla avesse avuto bisogno di un esempio incontestabile per dimostrare la propria capacità di astrarre dall’argomento specifico per portare il lettore verso altri lidi, è senz’altro con quest’uso metatestuale della bestemmia. Uso che comunque pochissimi altri hanno fatto, per l’ovvia titubanza nell’usare le bestemmie e la mancanza delle doti di Scozzari. Un’altra applicazione di questa tipologia si può rinvenire infatti sempre nell’ambiente in cui gravitava Scozzari, con la celebre copertina de Il male n°13/81 e la sua scimmia-vescovo.


Bestemmie narrative

È doveroso infine considerare quelle bestemmie più sottili che non sono composte da un insulto ed un’invocazione ma che si espandono a tutto il tessuto narrativo, divenendone addirittura il soggetto. Si tratta principalmente di fenomeni che non andrebbero inseriti, apparentemente, nella categorie delle bestemmie ma agiscono ad un livello più sottile e quasi invisibile. Le recenti collane dai toni millenaristici volute da Glenat (Le triangle secret di Convard e Le decalogue di Giroud) seguono in fondo la stessa strada segnata dal Preacher di Ennis e Dillon. Mosse non dallo spirito provocatorio ed iconoclasta della testata Vertigo ma dalla volontà di far sfoggio di cultura e di dire la propria sulla teoria del complotto (Jacques Glenat avrebbe voluto affidare una serie su questo stampo anche a Cothias, il quale era però già troppo impegnato), anche le due serie francesi basano il loro intreccio sul progressivo disincanto riguardo al ruolo del Divino, e su accuse sempre più chiare e circostanziate alle Chiese ed ai loro fanatismi. Benché Garth Ennis definisca Dio, per mezzo del suo protagonista, un “bastardo” la serie viene catalogata al massimo come blasfema e non bestemmiatrice, pur se un richiamo diretto alla divinità è presente e molto forte. Le due serie di Convard e Giroud condividono questo statuto, ed un’ulteriore analogia con il comic book di Ennis può essere trovata nell’utilizzo di più disegnatori per portare avanti la storia con tutte le sue ramificazioni (per Le triangle secret hanno già lavorato o lavoreranno fra breve Denis Falque, Christian Gine, Pierre Wachs, André Juillard, Gilles Chaillet, Eric Stalner, Jean-Charles Kraehn e Jusseaume).

In tutti e tre i casi siamo di fronte a vere e proprie bestemmie, o eresie, trasfigurate in fumetti (e, lasciando perdere l’aspetto spirituale, è veramente blasfemo che all’ottimo Be’è sia succeduto Giulio De Vita su Le decalogue…) e, anche se ovviamente la complessità di tali storie non si esaurisce in questa semplice definizione, si può ben dire che siano “bestemmie narrative”.

Potrebbe sembrare a questo punto che le bestemmie a fumetti si limitino ad ambiti ben precisi ed isolati e costituiscano una rarità. In realtà è stata semplicemente la necessità di elaborare delle categorie universalmente valide a determinare dei raggruppamenti siffatti e ad eliminare dal computo opere come Brian the brain o Charlie Bronz (“strip” esistenziale cannibalizzata dai Peanuts di Schultz e comparsa su Katzywari), altri fumetti che non hanno paura di chiamare in causa Dio.

 

Azzardare un discorso sull’utilizzo delle bestemmie nei fumetti e sul ruolo che si trovano volta per volta ad assumere non è semplicissimo. Non tanto per questioni “morali” ma per l’obbiettiva assenza di validi testi di riferimento che analizzino storicamente e strutturalmente questo particolare tipo di interiezione così legato alla cultura italiana.

 

E per quel che riguarda il fumetto e la considerazione di cui gode nel Bel Paese non sarà il caso di soffermarsi ancora una volta sull’effettiva arretratezza culturale che caratterizza il panorama italico rispetto, per esempio, a quello di Spagna e Francia.

 

La trattazione dei rapporti che intercorrono tra un ambito e l’altro sembrerebbe quindi superflua e d’importanza risibile, ma sta di fatto che di bestemmie nei fumetti, e non solo nella bigotta Italia, ne sono comparse non poche ed ogni volta con un preciso carattere che ne rivelava subito l’esatto statuto funzionale.

 

Non sarà quindi così futile tentare di impostare una fenomenologia delle occorrenze “blasfeme” nella letteratura disegnata, tanto più che i rarissimi interventi visti finora al riguardo sono stati piuttosto sparsi e dispersivi.

 

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