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Musica

Tony Scott

Bird, Lady and me. Una vita jazz

Lorenzo Acquaviva (LA): Siamo qui nella casa romana di Tony Scott, uno dei più grandi jazzisti viventi, clarinettista, sassofonista, vincitore per cinque anni consecutivi del titolo di miglior clarinettista del mondo. Dunque Tony, cominciamo dalle tue origini: Tony Scott, alias Antonio Sciacca, Italiano.

Tony Scott (TS): Io sono siciliano… A proposito sai che ho scoperto che c’è un Antonino Sciacca pittore del 700.

LA: Però tu sei nato in America….

TS: Esatto, devi sapere che io ero nato morto. Mia madre mi ha raccontato che ci sono state delle difficoltà durante il parto e quando sono venuto alla luce ero tutto nero non respiravo, allora il dottor Johnson, un altro meticcio Svedese-Americano, mi ha dato un paio di schiaffoni e allora io ho respirato e ho cantato Uah, uah It’s all right baby (ride, N.d.R.).

LA: Quindi il jazz sin dall’inizio…..

TS: No il blues, il jazz non lo capivo ancora, anzi io il jazz pensavo fosse un misterioso linguaggio che era il dialetto siciliano di mia madre, magari quando mi diceva qualche parolaccia….

LA: Ho saputo che a questo proposito tu eri amatissimo da tua nonna, soprattutto quando facevi arrabbiare tua madre, che qualche schiaffo te lo voleva dare!

TS: Ah certo! Ninuzzo Bedduzzo così mi chiamava mia nonna, e aveva un grande potere su mia madre. Devo dire che mia madre era veramente una persona fantastica e di grande personalità, ballava il boogie woogie che in America si chiamava Lindy Hop.

LA: Tu sei praticamente nato in palcoscenico, hai cominciato a esibirti da bambino…

TS: No! All’ospedale! (ride) Ho cominciato ad esibirmi a cinque anni come cantante con mio fratello che ne aveva dodici, cantando le canzoni dei Mills Brothers (canta, N.d.R.).

LA: Poi però hai frequentato due scuole di musica tra le più prestigiose d’America: la Juilliard School e la Contemporary School of Music, anche se forse la tua scuola migliore è stata la 52-esima Strada e il Minton’s Playhouse, dove hai incontrato il tuo maestro e ispiratore non solo riguardo alla musica, ma anche esistenziale: Charlie Parker.

TS: Certo. Anche se il mio primo padrino è stato Ben Webster, che diventò molto famoso con il brano Cotton Tail nell’orchestra di Duke Ellington nel ’40 — ’41.
Io, pur essendo un clarinettista, sono rimasto molto colpito dal suo modo di suonare, dal grande cuore che ci metteva quando suonava una ballad. Ancora adesso quando eseguo una ballad m’ispiro al grande Ben, che chiamavamo “the Frog” — la rana —, a causa dei suoi grandi occhi sporgenti. Lui per me è il più grande, anche se all’epoca i grandi musicisti erano tanti. Ben Webster, sax tenore; Lester Young, sax tenore; Count Basie, pianista; Art Tatum… insomma è proprio difficile sceglierne uno! Per me però i mie ispiratori sono stati Webster e Benny Goodman, grande clarinettista che scoprii intorno al ’38.
Nel ’44 ho scoperto Charlie Parker, che mi aveva già sentito nel ’41 e aveva cominciato a parlare di me come clarinettista di talento.

LA: Praticamente Tony, prima di te non esistevano clarinettisti be-bop; tu sei stato il primo, hai inventato il clarinetto nel bop!

Immagine articolo Fucine MuteTS: Io non ho inventato niente, questa musica appartiene a Charlie Parker. Quando lui suonava io non riuscivo a capire da dove diavolo l’avesse tirata fuori quella musica, da dove venisse, quasi non potevo credere che fosse opera umana. Charlie Parker era una sorgente. Ci sono dei dischi nei quali Charlie a sedici anni già suonava il be-bop. Io a sedici anni facevo le scale con il mio maestro di musica, Eddie Dorman o Artie Baker. Loro sono stati i miei insegnanti, ma i miei ispiratori erano in ordine cronologico: Goodman ,Webster e Parker.

LA: Bisogna ricordare che tu sei anche arrangiatore. A questo proposito citiamo la tua collaborazione con la straordinaria Billie Holiday, in qualità di musicista e arrangiatore…

TS: Certo, io ho studiato arrangiamento e quando non c’era lavoro come clarinettista, mi guadagnavo il pane con gli arrangiamenti. Sai, se non eri Benny Goodman era dura essere un clarinettista. Così ho imparato a suonare anche il piano. Infatti ho accompagnato Billie anche al piano sia nei concerti che su disco. Comunque ho accompagnato molte altre cantanti, ad esempio Carmen McRae ha esordito con me nel suo primo disco; ma voglio ricordare anche Sarah Vaughan con cui ho suonato nel suo primo disco nel ’46, una session favolosa con tutti gli amici che frequentavano Harlem come Dizzie Gillespie alla tromba, Ben Webster al sax tenore, Trummy Young al trombone, Jimmy Jones, che è diventato il pianista di Sarah Vaughan, Eddie Nicholson, che all’epoca non era nessuno e suonava con Charlie Christian e Gene Ramey, che era il “tutore” del giovane Charlie Parker nelle tournée.

LA: Che cosa voleva dire, Tony, essere quasi sempre l’unico musicista bianco tra tanti neri?

TS: Devi sapere che nel quartiere dove sono nato, nella strada in cui vivevo, c’erano dieci famiglie nere e sei famiglie siciliane, e ovviamente noi non avevamo niente a che fare con il jazz, e i neri… ancora meno, considerata la loro provenienza professionale — tassisti, insegnanti- tutta gente che non era interessata al jazz, al be-bop. Il jazz stesso non era molto trasmesso alla radio: non più di un’ora al giorno.
C’era un conduttore radiofonico che si chiamava Martin Block e lui trasmetteva dischi di musica popolare come Sonny Kay, il corrispondente di quello che poteva essere Fausto Papetti in Italia, ma anche Artie Shaw che era molto famoso con il brano Begin the Beguine, o Ben Webster, o ancora Fats Waller e altri musicisti neri come Count Basie, Duke Ellington.
Io avevo una piccola radio transistor, una Crystal, e me ne andavo in giro ad ascoltare i concerti trasmessi dalle grandi concert hall, specialmente a New York.

LA: Io, però, so che con musicisti come Charlie Mingus, che non erano propriamente dei fiorellini, qualche problema per il fatto di essere bianco, c’era…

TS: Vedi, con me le sue provocazioni non funzionavano. Una volta, quando entrambi suonavamo con Duke Ellington, dopo l’ennesima aggressione verbale gli ho detto: “Ascolta, io sono siciliano e sono più scuro di te”. Ed è vero! Io ho più sangue Africano di Charly Mingus. Io, poi, ho sangue ebreo da antenati Spagnoli e anche origini Scandinave. Per me non è mai stato un problema: io ero Siciliano, italiano; loro erano neri. Devo dire che nella mia città di origine Morristown, New Jersey, il livello di integrazione era veramente ottimo. Come ti dicevo, nel mio quartiere, in cui gli affitti erano piuttosto bassi, immigrati Italiani e famiglie di colore convivevano benissimo, ognuna con il suo lavoro onesto.

LA: Ritornando alla tua amicizia con Charlie Parker, tu hai avuto una gravosa incombenza, quella di organizzare il suo funerale…

TS: Io ero un suo grande amico e mi sono assunto l’onere di trasportare il suo cadavere dalla camera mortuaria al luogo del suo funerale vero e proprio, assieme a quella che era considerata sua moglie, Chan. In realtà lui si era sposato con una donna a Kansas City, ed aveva avuto un figlio, Lion. Con Chan aveva avuto due figli, la cui seconda Pree morì a sei anni. Una vita molto convulsa quella di Charlie…

LA: In realtà l’immagine che ci è arrivata di Parker è quella di una personalità piuttosto tormentata, pesantemente condizionata da problemi di tossicodipendenza e alcolismo. Tuttavia proprio tu mi raccontavi che egli sapeva essere anche molto gioviale…

TS: Riguardo alla droga, devo dirti che giornalisti e scrittori sono degli imbecilli che parlano in modo cinica e falso. In realtà se parliamo di droga, soprattutto di cocaina, Hollywood e il suo mondo ne erano sicuramente dei grandi consumatori. Riguardo all’alcool gli americani ne hanno fatto sempre un uso massiccio, pensa agli anni ’20 e al proibizionismo. Il fatto è che l’eroina, ad un certo punto, costava meno che le sigarette, ed era usata anche a fini terapeutici come antidolorifico. Io stesso quando sono stato operato alla mano ne ho fatto uso, in ospedale come painkiller. Ovviamente bisogna stare attenti perché se prolunghi una terapia il rischio della tossicodipendenza aumenta. Comunque in quegli anni i neri occupavano lo scalino più basso della scala sociale e, visto che la droga costava pochissimo, ne erano i consumatori privilegiati.

Ritornando a Charlie Parker, lui per me nel jazz è l’equivalente di Bach nella musica classica, di Einstein nella scienza; sono stato vicino a lui per dieci anni e non sono mai riuscito a capire da dove venisse la sua musica, come possono farlo i cosiddetti critici o giornalisti. Per esempio un unico anno è stato votato come miglior sassofonista jazz da Down Beat, lui che era il più grande di tutti. Stessa sorte è toccata a Billie Holiday. Succede sempre così agli artisti più autentici.

LA: Un ricordo di Billie Holiday…

TS: Santa! Una santa. Subì all’età di dieci anni una violenza carnale che ha condizionato per sempre la sua vita. Da lì in poi nacque per lei la necessità d’assumere delle sostanze che avessero il potere di attenuare il suo tormento esistenziale. Prima con la marijuana, poi con l’eroina.
Anche per Charlie Parker la droga fu un modo per attenuare un dolore, fisico nel suo caso. Quando gli domandai quale fosse stata la circostanza che lo portò a fare uso di droga, si mise a raccontarmi della sua ulcera e di come un amico gli suggerì che la morfina poteva essere un mezzo più efficace e meno costoso delle normali cure mediche. Dopodiché il passo verso l’eroina fu breve.

LA: Che cosa ha significato per te l’opportunità di lavorare con una artista della grandezza di Billie Holiday?

TS: Una grande emozione. Per me, che ho dedicato la vita al jazz, aver avuto la possibilità di lavorare a fianco di artisti come Billie Holiday, Ben Webster, Lester Young, Charlie Parker, mi ha reso la vita meravigliosa a tal punto che a ottant’anni sono ancora vivo e continuo a suonare!

LA: Ad un certo punto, Tony, decidi di lasciare gli Stati Uniti, anche perché quasi tutti i tuoi maggiori ispiratori morivano….

TS: Purtroppo sì, molti morirono in quel periodo: Charlie Parker, Sid Catlett, Art Tatum, Lester Young, Billie Holiday… così ho detto basta, me ne volevo andare.

LA: E hai scelto l’Oriente…

TS: Esatto. La mia scelta è stata determinata da un fatto curioso. Avevo trovato un libro di fotografie di Bishoff e mi aveva molto colpito una sua foto di un ragno su una foglia di loto, mi aveva proprio tolto il fiato dalla bellezza… Così mi sono deciso per l’Oriente. In America mi sembrava di non avere più stimoli, avevo vinto il sondaggio come miglior musicista nel mio strumento e il fatto di continuare ad andare in giro a suonare nei club non mi soddisfaceva più.

LA: Mi sembra che alla fine degli anni ’50 questa tendenza da parte dei musicisti jazz a lasciare gli Stati Uniti fosse piuttosto comune, penso anche al caso di Miles Davis che scelse Parigi.

TS: Non si può dire che fu una tendenza generale… Certo alcuni musicisti di colore considerarono l’opportunità di lavorare in Europa dove si riteneva che i musicisti neri fossero più accettati e valorizzati dall’establishment bianco, anche se poi spesso questa era solo l’idea che si aveva della società europea. A questo proposito Kenny Clark discutendo con un musicista francese sull’atteggiamento della società americana nei confronti dei neri, per tutta risposta si sentì dire se fosse a conoscenza del sentimento di ostilità riservato dal suo paese agli algerini, a loro volta africani.

LA: Dunque Tony, scegli l’Oriente: Giappone, Indonesia, Tailandia. In questo paese hai addirittura suonato con il re, sassofonista…

TS: Be’, vale anche il contrario, lui può dire di avere suonato con me… Lui era un grande amante di Sidney Bechet e abbiamo fatto una piacevole jam session alla radio, poi non l’ho visto più.

LA: Tu sei stato un po’ dappertutto in Oriente: Giappone, Hong Kong, Taiwan… Qual è il paese che ti ha colpito di più?

TS: Per quanto riguarda il jazz sicuramente il Giappone. A loro piaceva molto Glenn Miller, Xavier Cugat, c’erano anche molto filippini in Giappone, che erano lì a lavorare e che amavano molto il jazz. Ad Hong Kong il jazz non era seguito, con l’ eccezione di un gruppo di italiani che si riunivano ogni domenica in un club-ristorante e a cui m’univo anch’io per qualche jam.

LA: La tua esperienza nel Far East ha portato alla registrazione di un disco che è stato un grosso successo: Music for Zen Meditation.

TS: Sicuramente la mia lunga permanenza in Oriente e la musica che ascoltavo mi aveva ispirato molto, così decisi di registrare questo disco che nei miei intenti doveva aiutare le persone alla meditazione Zen, anche perché mi ero accorto che non c’era una musica di questo genere e che le meditazioni venivano eseguite principalmente cantando. Questo disco ha venduto 500.000 copie e mi ha fatto guadagnare 500.000 dollari, in trent’anni. Ancora adesso è piuttosto venduto, pensa che in Germania vende ancora 10.000 copie l’anno.

LA: Dopo la tua esperienza asiatica sei ritornato negli Stati Uniti, per poi ripartire per l’Africa, un vero e proprio globe trotter.

TS: Tornato negli States a New York ho deciso di suonare nei piccoli club dove avevo l’opportunità di conoscere e suonare con giovani musicisti jazz, come Pharoah Sanders. Però non ero soddisfatto così decisi di andarmene un’altra volta. Una lunga tournée in Africa, dove questa volta ho suonato non con, ma per il re del Marocco.

LA: Dopo tutto questo peregrinare hai deciso di ritornare in Italia, e di riscoprire le tue origini.

TS: Se parliamo di origini, le mie sono in Sicilia, perché ho sempre sentito fortemente miei alcuni aspetti di questa terra, come la concezione della famiglia, l’importanza del cibo, eccetera; anche in America i miei amici erano persone legate ad un certo tipo di tradizioni così come i jazzisti neri, con cui in qualche modo avevo delle similitudini. In realtà più che dell’America ne avevo abbastanza di New York e nello stesso tempo avevo girato praticamente tutto il mondo, pensa che parlavo Giapponese meglio dell’Italiano, così eccomi qui in Italia.

LA: Tu hai fatto tanto in Italia per il jazz, inaugurando festival, suonando con tutti i musicisti italiani, adesso mi viene in mente il nome di uno straordinario talento come Massimo Urbani, prematuramente scomparso…

TS: Massimo era veramente un grandissimo musicista, ma anche lui non ha saputo tirarsi fuori da quella maledetta cosa che è la droga.

LA: Come dicevo poc’anzi , tu hai dato grande impulso al jazz in Italia, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

TS: Intanto, come ogni anno voglio andare a trovare i miei parenti in Sicilia. Per me è una cosa molto importante rivedere i miei parenti e i luoghi legati alla mia infanzia, a mio padre che suonava il mandolino a Salemi con mio zio, Antonino Sciacca; poi ho la fortuna di avere una moglie come Cinzia Bastianon, che è meravigliosa e mi ha tanto aiutato, sia a sistemare il libro che ho scritto sia a raccogliere un grande archivio e a mettere assieme un bel sito: www.tonyscott.it.

LA: Io ti ringrazio molto Tony per la tua ospitalità e simpatia e spero di rivederti presto.

TS: Grazie a te.

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