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Musica

One Dimensional Man

1000 Doses of Live

“Musicopoli” è la rassegna di concerti che si è tenuta a Codroipo nell’ottobre del 2002, organizzata dall’Associazione Culturale “Controluce” in collaborazione con gli enti locali. Nel contesto di questa rassegna si sono esibiti in passato, tra gli altri,  gli italiani Verdena, giunti poi a un considerevole successo nazionale, e i francesi Skarface, eccezionali proprio dal punto di vista live. Quest’anno, oltre a sottolineare doverosamente l’iniziativa dell’ingresso gratuito ai concerti, vanno menzionati, oltre agli Statuto, i veneti One Dimensional Man. Prima di salire sul palco, Pierpaolo Capovilla — voce, basso e autore della maggior parte dei testi della band — ha risposto ad alcune domande. In seguito, l’esibizione non ha smentito nulla di ciò che di positivo è stato scritto a proposito della resa dal vivo di questo trio: incisività, essenzialità, confidenza e dialogo col pubblico (anche quando ci sono stati problemi di amplificazione).

One Dimensional Man live al Velvet: da sinistra Giulio Favero (chitarra), Dario Perissutti (batteria), Pierpaolo Capovilla (basso, voce)

Fucine Mute (FM): Visto che l’intervista è realizzata nel contesto del vostro tour, vi chiedo: siete soddisfatti dell’affluenza di pubblico alle vostre esibizioni live, oppure pensate che in Italia il vostro tipo di musica sia poco conosciuto o snobbato?

Pierpaolo Capovilla (PC): Non abbiamo l’impressione che il tipo di musica che facciamo sia snobbato o poco conosciuto. Evidentemente ancora non abbiamo un mercato ampio come può essere per un gruppo del mainstream. Ai nostri concerti viene un bel po’ di gente, ultimamente. Questo tour è stato bellissimo, abbiamo suonato anche in manifestazioni importanti, come “Frequenze disturbate” con gli Afterhours. Ci riteniamo molto soddisfatti.

FM: Anche alla luce del vostro percorso musicale lungo tre album, che ha visto il progressivo emergere di una componente “blues” e di un sound che tutti riconoscono come molto personale, vi chiedo se potete dire a quali gruppi vi sentite più vicini in quanto a stile musicale e attitudine mentale.

PC: Tutti e tre ascoltiamo cose molto diverse l’una dall’altra, non nel senso che ciascuno di noi ha gusti differenti dall’altro, ma che ognuno ha una grande varietà di ascolti. è chiaro che le influenze basilari sono quelle di un certo modo di fare rock che è emerso alla fine degli anni Ottanta, tipo gli Scratch Acid, i Rapeman, i Jesus Lizard: questi sono per noi un riferimento ovvio. Anche i Birthday Party, che non c’entrano niente con la scena americana. Oggi come oggi però ascoltiamo Tom Waits. Tutto questo influenza il nostro modo di fare musica, ma niente in particolare è determinante. Il nostro sound, come si è detto nella domanda, non è derivativo, abbiamo la nostra originalità. Oggi come oggi io direi Tom Waits, ma anche Chuckie Weiss, che è un altro artista americano che gli è molto vicino, e altri piccoli grandi classici che stanno uscendo adesso, come Solomon Burke, che è molto interessante. Non abbiamo gruppi di riferimento nell’area indipendente, sono più importanti questi grandi bluesman.

One Dimensional Man live: da sinistra Giulio Favreo (chitarra), Dario Perissutti (batteria), Pierpaolo Capovilla (basso, voce)

FM: Per rimanere su questo discorso e per parlare della vostra ultima fatica, diteci di “Elvis”, un brano molto catchy che — per quello che ho potuto leggere — disorienta i critici: ognuno infatti lo definisce diversamente.

PC: Elvis è stato un pezzo che ha avuto una gestazione molto difficile, soprattutto dal punto di vista del testo. In realtà è un pezzo molto semplice: Elvis è un ragazzo di quartiere che si sente solo e si sente sprofondare in questa sua solitudine… Non ha grandi pretese questo brano. è chiaro che ognuno ci legge il proprio, visto che io nei miei testi scrivo piccole cose che ne evocano molte altre.

FM: “This man in me” è breve e d’impatto. Sembra quasi voler dire che non avete dimenticato la lezione del punk: secondo voi è giusto aggiungere togliendo?

PC: Sì, quest’ultima è la risposta giusta. Sì e basta. Aggiungere togliendo: ci piace l’elementarità, ci piace l’essenzialità. “This man”, tra l’altro, è un pezzo molto particolare, perché è l’unico di cui non ho scritto io il testo: è stato un mio amico. Va anche detto che quello che stiamo facendo ultimamente è cercare di allontanarci un po’ dal punk per entrare nel territorio della tradizione del blues, ma sempre a modo nostro, come abbiamo fatto nei dischi precedenti. Il punk ha sempre meno rilevanza per noi, la ha sempre di più la tradizione.

1000 Doses of Love, secondo album dei One Dimensional ManFM: Lo hai appena detto tu: dall’hardcore del primo album al recupero della radici blues. Ritenete che l’unico modo per essere innovativi nella nostra epoca sia la scelta della contaminazione?

PC: Più che di contaminazione si può parlare di ricerca sulla tradizione. Ci piace considerare la musica che facciamo come un’ulteriore ricerca nella più classica delle tradizioni. Sono molto più utili a noi Robert Johnson o Bob Dylan che quelli che escono adesso. Quindi personalmente io non la percepisco come contaminazione, bensì come una ricerca nella tradizione.

FM: Il successo dei Queens of the Stone Age, dei White Stripes, di Jon Spencer Blues Explosion (con i quali avete suonato due volte), della scena rock newyorchese (Yeah Yeah Yeah su tutti), vi fa pensare che il rock’n’roll stia vivendo una stagione interessante? Se sì, perché questa rinascita secondo voi?

PC: è una domanda interessante. Secondo me, sì. C’è un momento di nuovo interesse, si stanno aprendo nuove porticine. C’è il successo di tutti questi gruppi appena citati, ma mi viene in mente un gruppo del cazzo, tipo gli Strokes: hanno venduto milioni di copie… e hanno fatto un disco — molto bello — di una semplicità disarmante, il che mi fa pensare che le persone non abbiano più voglia di ascoltare tanto barocchismo elettronico, tante seghe mentali, bensì chitarra, basso e batteria. E questo mi fa piacere. Va detto che in realtà questi gruppi hanno avuto indubbiamente successo, ma ad esempio Jon Spencer è già in declino, il meglio lo ha già visto. Io sono fiducioso che ci sia anche in Italia più interesse per la musica rock; è chiaro che dipende sempre da come lo si fa, se si riescono a proporre delle cose interessanti, ma resta comunque un buon momento.

Giulio Favero (chitarra), Pierpaolo Capovilla (basso, voce), Dario Perissutti (batteria)

FM: Questa particolare nuova tendenza e il successo dei gruppi appena citati, che si muovono su territori musicali contigui ai vostri, insieme al fatto che “Rumore” vi abbia definito la migliore rock band italiana, che tipo di aspettative ha generato all’interno della band?

PC: Noi non ci interessiamo affatto a che cosa dicono i critici e i giornali, non ce ne frega proprio niente. Facciamo quello che abbiamo voglia di fare e basta. Quello che sappiamo è che ci sembra che — come dicevamo poco fa — ci sia un buon momento e che si riescano a fare un sacco di concerti. Non abbiamo grandi aspettative: speriamo di avere la possibilità di realizzare un nuovo disco nei prossimi mesi e di suonare ancora in giro, di continuare a fare il nostro lavoro.
Uno dice “la miglior band italiana”, ma cosa vuol dire la miglior band italiana? Non vuol dire niente. Gli Zeena sono un grandissimo gruppo, dal vivo spaccano da paura, mi piacciono da morire. Non mi interessa quello che fanno musicalmente, però dal vivo sono straordinari. E non sono gli unici. Non è che il fatto che “Rumore” ci definisca la miglior band italiana ingeneri in noi qualche aspettativa, non cambia proprio niente.

FM: “One Dimensional Man”, ovvero “L’uomo unidimensionale” di Marcuse, senza capacità critica, passivo nei confronti del mercato. Al di là del discorso politico, sembra che voi vi riferiate al mondo del music business. Vi va di analizzare questo aspetto alla luce del vostro nome?

Herbert MarcusePC: No, guarda, noi ci chiamiamo One Dimensional Man soltanto perché abbiamo trovato molto fascinoso questo nome e ci è piaciuto. Il contenuto del libro io lo conosco molto bene, ma non è che noi vogliamo andare in giro a spiegare le cose alla gente, che l’uomo non ha senso critico o che è diventato una macchina consumistica. Vedi, One Dimensional Man era un libro che gli studenti dell’Università di Berkeley si portavano dietro un po’ come altri studenti si portavano dietro il Libretto Rosso di Mao. Era una specie di piccola Bibbia. In generale questo nome vorrebbe rappresentare la speranza di un nuovo momento scossa sociale, di rivoluzione, di ripensamento di una società che così com’è non può stare bene a nessuno. Vuole essere evocativo, non abbiamo una linea politica da difendere.

FM: Però secondo te si può parlare di assenza di capacità critica da parte degli acquirenti di musica o magari il nome era mai stato pensato in questo senso?

PC: Sì, è un bel problema questo della mancanza di capacità critica di chi fruisce della musica pop oggi. è un problema che ci sarà sempre. Credo che i One Dimensional Man facciano una musica che in qualche misura imponga ad esempio all’ascoltatore di leggersi il testo. Io mi auguro che tutti quelli che comprano il disco abbiano quel minimo di senso della responsabilità della propria fruizione, che cerchino di capire cosa stanno ascoltando. Credo che la nostra musica possa indurre delle persone a comportarsi in questo modo che ho descritto, a non mangiarsi la merda e basta, a non subire passivamente quello che suoniamo. Questo dipende da quanto interessanti sono le canzoni e se hanno qualcosa da dire. Io spero che almeno questo piccolo grande risultato sia stato raggiunto, cioè di aver scritto canzoni che abbiano avuto qualcosa da dire alle persone. Tutto qui.

FM: “You kill me”, il vostro ultimo album, è stato pubblicato in vinile e in edizione limitata dalla Wallace Records di Mirko Spino, il quale ha affermato di essere un vero feticista del vinile o più in generale del “packaging”. Perché quest’operazione e quanto per voi conta l’artwork di un album?

You kill me, terzo album dei One Dimensional ManPC: L’artwork conta moltissimo, ovviamente non quanto le canzoni stesse. Conta nella misura in cui il prodotto deve essere venduto ed attraente, fatto in maniera intelligente; deve dire qualcosa anche in questo caso. Difatti abbiamo affidato l’artwork del nostro ultimo disco a una persona che fa solo quello nella vita e basta.
Il vinile è una figata, è un supporto meraviglioso, suona meglio del cd. Ripeto: suona meglio del cd, c’è poco da fare. Abbiamo stampato il disco su duecento grammi di vinile vergine, non lo fa più nessuno al mondo, solo questo artigiano a Praga, scovato dal nostro amico Mirko Spino. è un supporto che dura nel tempo: dopo quattro-cinque secoli tu potrai prendere il vinile e metterci uno spillo sopra e suonerà ancora. Il cd non suonerà più. Quando ho avuto per la prima volta il vinile in mano mi sono emozionato, ho quasi pianto, guarda, per me era meraviglioso. Mi piacerebbe che tutti ricominciassero a stampare dischi in vinile, perché col vinile si ascolta meglio la musica, non ci sono dubbi. Io spero di riuscire a stampare anche “1000 Doses of Love” in vinile e credo che ci riusciremo, magari grazie proprio a Mirko Spino.

FM: Sempre per la Wallace Records avete partecipato alla compilation “Tracce”, con il brano Alanamina. La scelta di collaborare con questa giovane label così “sotterranea” sembrerebbe essere quasi una vostra precisa dichiarazione d’intenti…

PC: Non è l’unica compilation alla quale abbiamo partecipato: abbiamo fatto “Loser”, poi “Fifteen italian dishes”, che è uscita qualche settimana fa per dei ragazzi di Pisa. è bello e interessante partecipare a queste operazioni, perché si mettono in moto delle cose, perché si dà una mano a delle persone che stanno agendo nella scena musicale italiana per fare circuitazione della cultura. Per noi la circuitazione della cultura è fondamentale: a che ci serve stare a questo mondo se non abbiamo voglia di fruire di un po’ di cultura? Far parte di una compilation è interessante e divertente e dà una mano a te e agli altri.

Cover di Loser, my religion #2FM: “Loser, my religion” è il titolo di due compilation che raccolgono brani di gruppi della scena “indie” italiana, scaricabili gratutitamente da internet. è un’iniziativa di “Loser“, un programma “web-radio” che si occupa di musica alternativa: sulla seconda ci siete anche voi insieme ai Red’s Worm Farm. Cosa pensate e siete soddisfatti di questa iniziativa?

PC: Sicuramente sì. è una splendida iniziativa ed è bellissimo poter scaricare gratuitamente da internet nuovi brani musicali.

FM: Il brano presente in quest’ultima compilation è orientato molto verso l’elettronica, specie nella sezione ritmica, che sembra avvicinarsi al break beat. Volete raccontarci qualcosa della sua genesi e avete percepito una vostra crescita artistica dopo questa collaborazione così sperimentale?

PC: Parliamoci chiaro,quel pezzo lì lo ha fatto Giulio (il chitarrista) insieme ai Red’s Worm Farm, di nostro c’è soltanto un pattern di batteria e alcune cose. è stato fatto col computer, è Giulio che si diverte con questo.
Nel nostro futuro prossimo e remoto non vediamo nessun tipo di brani simili

FM: Secondo te è concretamente praticabile la via dell’autoproduzione per una band che voglia sopravvivere con la sua musica, oppure a certi livelli il ruolo di un’etichetta diventa indispensabile?

PC: L’etichetta è utilissima, perché ti promuove e ti sa indirizzare un po’. L’autoproduzione è difficilissima e costa molto. Come fai a promuoverti e a fare concerti autoproducendoti, a renderti appetibile per tutta una serie di realtà? La Gamma Pop ha poche risorse, ma le ha messe tutte a nostra disposizione vincendo la sfida. Il disco ha venduto e la stiamo ristampando. Fare tutto da soli non è facile.

Dario Perissutti, Pierpaolo Capovilla, Giulio Favero

FM: Quali sono i vostri progetti futuri?

PC: Il nuovo album. Stiamo cercando di fermarci con l’attività live per fare un paio di mesi di studio e lavorare sui nuovi pezzi. Non abbiamo ancora idea di come suonerà l’album, però ci stiamo lavorando su. L’altro grande progetto — fondamentale per noi — è suonare in Europa: ci suoneremo in marzo e aprile del 2003. Andremo in Germania, Olanda, Danimarca, Inghilterra, Belgio e spero in Francia. Cercheremo di fare un bel giro e di trovare degli spazi fuori dall’Italia.

Discografia: 


“One Dimensional Man”

Recorded & mixed by Massimo Sartor at 
Maximum Volume Studio
Venice – Italy – October 1996
produced by One Dimensional Man
1997 Wide Records – WD025CD


“1000 Doses Of Love!”

Recorded & mixed by David Lenci at 
Red House Recordings vocals recorded by A. Venetis Senigallia – July 1999
mastered by G. Versari at Nautilus – Milan
2000 Wide Records – WR030CD
disribuited in Europe by Southern Studios- London – UK


“You Kill Me”

Recorded & mixed by Giulio Favero at 
Red House Recordings vocals recorded by A. Venetis Senigallia – September 2001
produced by Gammapop
2001 Gammapop Records


Fonte:
www.gammapop.com


Biografia, discografia, contatti, mp3 scaricabili gratuitamente dal sito della band.

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