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Arte

Maria Luisa Runti

Alkymie di sogni

Corrado Premuda (CP): Maria Luisa Runti al Teatro “Miela” di Trieste oggi inaugura la mostra fotografica delle sue opere. Il titolo della mostra è “Alkimye di sogni — La mia finestra sul mondo”. Le fotografie, sia in bianco e nero che a colori, sono dedicate ad una città, Bruxelles, in cui Maria Luisa lavora e che conosce bene. Bruxelles non è una città bellissima come possono essere Roma o Parigi, non è una città stravagante come Londra e Barcellona, però ha un suo fascino, giusto? Che cosa ti affascina di più? Cosa ti ha colpito?

Maria Luisa Runti (MLR): Le tue definizioni sono abbastanza relative, perché la prima volta che ci sono arrivata, per turismo, non m’è piaciuta per niente, ovvero era troppo buia, troppo cupa, troppo grande, troppo barocca, insomma: tutto troppo! Ma questo era prima che io cominciassi a lavorarci. Poi invece un po’ alla volta ho cominciato a conoscerla, ad amarla, a trovare i miei angolini, ad essere conosciuta nelle botteghe, ad avere la tessera del supermercato, a dire: “Ma questo no, non lo devo comprare: questo è solo per i turisti!” e quindi è diventata la mia città Con i suoi teatri che sono splendidi, nel senso non tanto architettonico ma come spettacoli… Gli spettacoli che ho visto sono veramente bellissimi. E poi per le strade c’è festa, c’è musica, c’è teatro, ma nel senso più bello del termine, non nel senso becero di cose che si fanno per strada… assolutamente no. E quindi a saperci vivere, a saperla conoscere è una città veramente bella e piena di fascino. Però bisogna imparare ad amarla e a conoscerla.

CP: Il fotografo per definizione è un po’ voyeur, una persona che può essere anche feticista: s’innamora magari di un particolare, di un frammento d’immagine. Tu prediligi le immagini urbane, quindi gli scenari metropolitani, vedendo anche le fotografie che ritraggono magari persone e personaggi ma anche edifici e un certo aspetto metropolitano. Che cosa ti stuzzica maggiormente quando impugni la macchina fotografica?

MLR: Non è esattamente come dici tu, perché ogni cosa, nel senso di oggetto o persona o edificio o colore o anche atmosfera, una nuvola… Io ho fotografato anche le nuvole, sono un pretesto per una fotografia. Un pretesto buffo può essere una cosa che cade o una persona che scivola. Nelle mie foto forse avete visto il giapponese con il sedere per di fuori, davanti a una bottega di cioccolatini, tutto intento a fotografare non so che cosa. A me affascina il particolare, la cosa vera, vissuta, il gesto… Un momento di un qualche cosa che può essere un’ombra, una nota che si ripercuote come suono, come rumore, e di conseguenza viene rimandata dagli edifici… ed ecco che c’è un riflesso… non c’è un motivo che fa scattare la macchina fotografica, c’è l’attimo di dire: “Accidenti ho la macchina!” e in quel momento hai già scattato. Qualche volta, purtroppo, mi è capitato di dire: “Accidenti: che peccato che non avevo la macchina!” Può essere un uccellino, un bambino, un vecchio… indifferente: dev’essere qualcosa di vero, di spontaneo… altrimenti non m’interessa per niente. Io rifuggo proprio dalle foto in posa, finte e costruite, non le sopporto, non mi piacciono.

CP: Per cogliere questi attimi diventi anche spericolata? Ovvero, ti lanci in strane pose?

MLR: Mi lancio in strane pose nel senso che normalmente o sono distesa per terra o comunque mi faccio venire il mal di schiena, anche se distesa non sono, per una posizione in cui il grand’angolo riesce ad abbracciare delle percentuali visive un po’ particolari oppure mi sporgo da un treno in corsa o da una macchina oppure salgo su una scala… Un po’ come il Lupin dell’Atomium! M’intrufolo per cogliere l’attimo fuggente!

CP: Questa sera al teatro “Miela” c’è stato anche un concerto-evento dal titolo “Musiche dal 33° fuso”, organizzato per il congresso “Real Time GMSS” dal gruppo di lavoro sui sistemi di navigazione satellitare dell’INCE, qui a Trieste. Durante questo concerto si è esibito il gruppo musicale Melody con il maestro Casaccia. Tu hai curato la regia, le luci e i video del concerto. Come ti è venuta l’idea, com’è stata questa esperienza?

MLR: L’esperienza è stata splendida, assolutamente coinvolgente nonché stressante a causa del tempo. L’idea è nata quando il professor Manzoni, che è il coordinatore del Centro di eccellenza in Telegeomatica, ha saputo che inauguravo questa mostra il 9 di settembre, si è ricordato che il convegno che tu hai appena citato si svolgeva il 9 e 10 settembre, così ha pensato che si poteva realizzare un concerto per i congressisti. Poi, idea tira idea, siccome rifuggo o tendo a rifuggire la banalità e i concerti consueti mi annoiano (vedere personaggi che devono cantare fermi come pali non mi piace quando questi, se appartengono per esempio a un’opera o a un’operetta in quel contesto si muovono, vivono, non capisco per quale motivo quando fanno un concerto le luci sono bianche, loro sono vestiti di nero…) e quindi io ho cercato di farli vivere, di fare dei piccoli pezzi d’opera. Poi se questo sia riuscito o no non lo so, spero di sì. Il video invece, quella è un’idea un po’ buffa, nel senso che abbiamo scelto delle musiche che appartenessero alla Mitteleuropea. Il 33° fuso parte da Cortina in Italia, arriva a Lecce ma si può anche un po’ ampliare. Poiché i congressisti erano persone provenienti soprattutto da paesi dell’Est, abbiamo pensato di cominciare col Danubio. Al che il professor Manzoni — anche lui ha delle idee abbastanza geniali — si è ricordato di un film che avevamo fatto per motivi suoi, tecnici, per il suo dipartimento del centro di eccellenza, e ha pensato di far ballare Gigi, cioè una macchina che fa i rilevamenti delle polveri eccetera. Perciò è nata l’idea di fare delle fasi molto raccorciate di vedute in galleria, di mettere su gli ultimi due minuti dei penultimi quattro del “Danubio” coi Berliner diretti da Karajan, dopodiché c’è stato quello che avete visto. L’ombra cinese è la Terra, non so cosa si sia visto, io ero in quinta, spero si sia vista tonda, perché si parla di Terra, “Geo Netlab” è il nome del centro di eccellenza, per cui io mi sono ispirata alla Terra. Per questo ho voluto che i miei artisti rappresentassero una palla che simboleggia la Terra… poi se fosse una Terra o una pera, questo lo dovete dire voi!

CP: Parlando di teatro tu hai diverse cose da raccontare, nel senso che hai avuto l’onore di conoscere il grande maestro Strehler e un ambiente teatrale italiano importante. Credo che per te siano stati momenti fondamentali dal punto di vista artistico, no?”

MLR: Ti dirò che ho fatto la scuola del “Piccolo Teatro”, sono stata ammessa per concorso, sono arrivata undicesima su centodieci… Ma ti parlo di quando ero ragazza, avevo vent’anni, allora avrei dovuto fare l’attrice, poi per motivi personali, visto che avevo fatto Lingue, ho cambiato strada ma quello è rimasto il mio mondo. Quindi ho lavorato con Strehler, con Grassi, ho conosciuto personaggi straordinari, Luigi Nono era mio amico, Luigi Pestalozza, critico musicale, Milly, donna incredibile, splendida, la ricordo con una nostalgia davvero grande, Turi Ferro… Di Turi Ferro vorrei raccontare un aneddoto, se me lo concedete. L’ho conosciuto durante “I giganti della montagna”, la prima edizione di Strehler al “Piccolo”. Durante una delle repliche, nel cambio di costume, lui era vestito da Mago Crotrone, con questo splendido mantello color prugna cupo, e doveva mettersi delle ciabatte… Eravamo nel camerino perché io gli davo una mano nel trucco (già all’epoca m’interessavano la scenografia, il trucco, i costumi…). Io ho guardato i piedi, gli ho detto: “Turi, e le scarpe?”. In un attimo è riuscito a togliersi le scarpe, a infilarsi le ciabatte e come mago è andato in scena. E poi siamo rimasti amici tutta la vita fino a quando purtroppo è mancato, un anno fa circa. E poi tanti e tanti altri, alcuni si sono persi per strada, altri sono ancora vivi. Ecco uno che amo tanto, ci conosciamo ormai da quarant’anni, sebbene io non sia una nonna, è Glauco Mauri. Abbiamo lavorato insieme, ho fatto delle traduzioni per lui, ho tradotto tutto Beckett, abbiamo fatto un filmato per la Titanus che abbiamo presentato nel’91 al Festival di Taormina con adattamento dei testi era “La parola nel silenzio”, e poi ancora Beckett e ancora altre cose per la compagnia di Glauco Mauri e Roberto Sturno.

CP: Bene, io termino con una piccola curiosità: questa mostra fotografica inaugurata oggi al “Miela” è dedicata a Vale. Ci vuoi raccontare se c’è un mistero dietro a questo nome?”

MLR: “Mah, vedi, Vale è una donna fantastica. è la prosecuzione della vita e l’amore. Non posso dirti di più!

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