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Cinema

Silvio Orlando

Cinema italiano e condizione operaia

Immagine articolo Fucine Mute

Fucine Mute ha avuto il piacere e l’onore di incontrare, al cinema Cinecity, Silvio Orlando, ospite d’eccezione a Trieste per presentare al pubblico il film di Riccardo Milani, Il posto dell’anima, che lo vede protagonista.

Umberto Lisiero (UL): Il posto dell’anima torna a riproporre l’incontro tra cinema italiano e condizione operaia, tematica già affrontata, ad esempio, da Visconti nel suo Rocco e i suoi fratelli: lì però Rocco è fiero di essere un operaio, qui invece Antonio è fondamentalmente insoddisfatto; ci potrebbe delineare le caratteristiche salienti del personaggio da lei interpretato?

Silvio Orlando (SO): Sono passati quarant’anni per un operaio del sud della prima generazione, figlio di contadini… indossare una tuta, entrare nel mondo della fabbrica che era il futuro dava un grosso significato di appartenenza e di grande orgoglio… significava appartenere al mondo contemporaneo. Questi operai invece (quelli del film ndr) invece, li registriamo e li vediamo nel momento in cui stanno per essere espulsi dalla multinazionale, dalla fabbrica, e sta per essere detto loro: “Ragazzi quello che avete fatto per vent’anni non serve più; quello che vi abbiamo insegnato a fare, che è l’unica cosa che sapete fare nella vita, non serve più…” senza dare, senza consegnare a queste persone nessuna prospettiva. Il film racconta questo momento di panico, di assoluta disperazione, questo momento di voglia di capire, di reagire, di salvaguardare la propria dignità… che gli esseri umani non sono degli oggetti, non sono degli esuberi, non sono dei numerini sulle lavagnette delle statistiche… e quindi il cinema ha il bisogno, la necessità, l’obbligo di raccontare queste persone…

UL: I toni del film sono drammatici, ma contemporaneamente Milani ha mantenuto un forte registro comico: come giustifica lei questa scelta?

SO: Questo è stato il registro vincente nel cinema italiano per tantissimi anni; dare cioè a dei contenuti importanti, grossi, impegnativi anche una veste di comunicazione popolare attraverso l’ironia e la comicità. Questo è un meccanismo che poi a un certo punto si è inceppato e si è andati verso un cinema di commedia un po’ vuoto, fine a se stesso… questo è successo soprattutto negli anni Ottanta e Settanta, trascinando il cinema italiano in una catastrofe senza precedenti: si è fatto un cinema senza progettualità, in cui si prendeva un comico televisivo di successo e gli si costruiva, gli si imbastiva intorno una quasi storia molto pretestuosa: questo ha distrutto il cinema italiano e il rapporto del pubblico con il cinema italiano. Poi si è arrivati per reazione a un cinema italiano molto serio, che si prendeva molto sul serio, in cui appunto la comicità veniva bandita perché era l’elemento di deterioramento… insomma, credo che sia arrivato il momento di ritornare a un cinema che riesca nello stesso tempo a parlare di grandi temi però con il sorriso, con la capacità di arrivare veramente a tutti. Io in questo mi sono impegnato molto. Credo che le cose più belle che ho fatto erano proprio di questo genere di cinema… posso citare gli esempi come La scuola, come Il portaborse, Ferie d’agosto, film che parlavano di temi importanti però con il guscio della commedia.

Immagine articolo Fucine Mute

UL: Un altro rapporto, nel film, è quello tra le montagne abruzzesi da una parte e la fabbrica, le città, Milano, Bruxelles dall’altra. Poi alla fine del film, nonostante tutto quello che succede, in paese come ogni anno viene festeggiata la festa di Santa Gemma: è una sorta di denuncia, di invito a tornare ai valori di una volta?

SO: No… il film non indica delle strade: racconta delle realtà, racconta il senso di smarrimento di un gruppo di persone che provengono da un paese, sono stati messi in un’altra realtà, completamente, in maniera coatta e violenta, dopodiché finisce quella cosa lì, indietro non si può tornare, perché quel paese lì semplicemente non esiste più, è un paese di fantasmi, sono rimasti il matterello del paese e il barista, poi d’estate si riempie di nuovo degli immigrati che ritornano, ma per quindici giorni… e quindi si racconta questo: il film non vuole dire che il passato sia migliore del futuro o del passato prossimo… semplicemente che a queste persone forse è stata fatta una violenza e non sono state né saranno mai risarcite.

UL: L’idea base del film nasce, a detta del regista, dalla frase di un anziano operaio. “Meglio morti che disoccupati”: come vede Silvio Orlando l’attuale situazione socio-economica italiana?

SO: è inutile dirlo, io non sono un economista … però per in quello che leggo mi sembra che ci sia un aspetto di cinismo veramente esasperato… continuo a leggere articoli che fanno un’analisi del perché del referendum sull’articolo 18… come abili mosse politiche di una parte politica contro un’altra. Gli operai ancora una volta vengono presi in ostaggio da queste persone, per i giochi sporchi della politica… questo fa male, fa male a tutti e soprattutto alla sinistra che in qualche modo dovrebbe garantire gli interessi degli operai e spesso invece si perde in una conflittualità tutta interna sul narcisismo, sulla voglia di emergere di questo leader al posto di un altro… non so dove stiamo andando economicamente; so solo che stiamo andando verso un tipo di società in cui i diritti individuali saranno sempre meno garantiti.

Immagine articolo Fucine Mute

UL: Un’ultima domanda: dal professor Sandulli del già citato Il portaborse all’operaio Antonio de Il posto dell’anima, ci può svelare come si avvicina, come entra nel ruolo dei suoi tanti personaggi?

SO: Io da un lato leggo approfonditamente la storia, cerco di capirla in profondità, sinceramente fino in fondo. Dall’altro però a un certo punto rivendico il diritto di operare con la mia fantasia, di non interpretare l’operaio con la ‘o’ maiuscola, ma un operaio, il mio operaio… in questo caso è un operaio, altre volte è stato un carabiniere, un professore di scuola, un politico… cerco di fare dei personaggi che sono allo stesso tempo lontanissimi e vicinissimi a me… per me è l’unica strada possibile per comunicare fino in fondo gli stati d’animo, le emozioni che un film deve comunicare.

UL: Ringraziamo Silvio Orlando rinnovandogli i complimenti.

SO: Grazie.

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