// stai leggendo...

Musica

Manes: “Vilosophe”

Immagine articolo Fucine MuteNella prima metà degli anni Novanta esplode in Norvegia il fenomeno “black metal”. Gruppi composti da adolescenti o post-adolescenti suonano una musica veloce, grezza e malata, desiderosi di dare uno scossone a una scena rock statica e persa in sterili tecnicismi. Non si tratta solo di musica: a fianco c’è uno stile di vita (più o meno) confusamente composto da un misto di ribellione, blasfemia e nichilismo. Presto arriva il successo commerciale, le case discografiche grosse, quindi le band fotocopia e la noia. I comportamenti e l’immagine diventano gusci vuoti utili solo a fini di marketing. Tutto assume l’aspetto di una “grande truffa”, per citare Malcolm McLaren e agganciarsi al punk, perché sia questo movimento sia il black metal hanno una storia molto simile: lasciano alcuni dischi fondamentali, fiumi d’inchiostro e tante leggende per quattordicenni, ma soprattutto entrambi “battezzano” una generazione di artisti abituati a rompere gli schemi e a stupirci. C’è stato un “post-punk” e adesso c’è un “post-black”, e in tutti i due i casi è l’ingresso della sperimentazione e dell’elettronica a costituire il principale motivo d’interesse per il pubblico.

Pur considerandola un po’ pretenziosetta, questa è quella che ho pensato potesse essere la miglior introduzione a “Vilosophe” dei Manes: conosciuti (?) come band dedita a un cupissimo black metal, si ripresentano con una nuova formazione e un nuovo sound. Basta premere il tasto play dello stereo e la prima cosa che si sente è il campionamento di una voce — si parla forse di quegli adolescenti di cui sopra — poi irrompono chitarre decisamente più familiari, ma la sezione ritmica è jungle: questa è “Nodamnbrakes”, “nessun maledetto freno”, alla creatività forse, o alla rabbia che scaturisce dall’alienazione, perché no? “Vilosophe” è infatti un album estremamente evocativo, ma descrivere esattamente le sue atmosfere è molto difficile; sembra tutto avvolto nel bianco del suo splendido cover artwork, ma non si tratta di un bianco benigno e rasserenante, piuttosto di quello impersonale e deprimente di una stanza d’ospedale, o di qualsiasi posto del nostro mondo moderno, così asettico e privato di colori. Alienazione dunque, ma anche la tristezza e il lirismo di “Diving With Your Hands Bound [Nearly Flying]”, pezzo che nelle sue infinite volute melanconiche dimostra come i Manes abbiano assorbito altre scoperte ritmiche della musica “pop” dei Novanta, cioè il trip hop, e non solo la jungle. La terza traccia, la languida “White Devil Black Shroud”, forte oltretutto di un buon gioco di basso e di chitarra, conferma quanto appena detto, mentre “Terminus A Quo / Terminus A Quem” a una partenza tranquilla aggiunge una sfuriata di broken beats erock’n’roll.

Immagine articolo Fucine Mute

“Death Of The Genuine” è una delle mie preferite, con un nuovo campionamento vocale che sembra ironizzare sul passato “satanico” del gruppo, e soprattutto con quella chitarra iniziale molto “sabbathiana” che prelude ancora a un delirio jungle. “Ende” è, se il termine non scandalizza nessuno, pop-rock molto accattivante, di quel pop che conficca il suo ritornello nella testa dell’ascoltatore, anche se va detto che il messaggio della canzone è piuttosto disilluso. “The Hardest Of Comedowns” ha sempre quell’iniziale andamento trip hop, sempre dalle parti dei Massive Attack, con successivo crescendo di chitarre fino alla deflagrazione, intervallata da momenti più melodici. “Vilosophe” si chiude con un geniale ed estremo tocco di postmodernità, nel senso di contaminazione tra diversi generi espressivi: “Confluence” è una traccia ambient basata sul campionamento di un episodio di “Der Todesking” di Jörg Buttgereit, regista di film splatter che mordono e sputano in faccia, come “Nekromantik”, il cui titolo indica perfettamente con un neologismo i contenuti della pellicola. “Der Todesking” non è splatter a livello intellettuale zero, esattamente come i Manes non sono un gruppo black metal che tenta solo di far più casino degli altri, bensì è un film sul suicidio, nel quale l’episodio citato da “Confluence” mostra semplicemente un uomo sotto la pioggia che racconta a una ragazza la storia agghiacciante del suo matrimonio: sua moglie sanguina inspiegabilmente quando fanno l’amore e lui, con un senso kafkiano di impotenza e disperazione, sentimenti evocati da “Vilosophe”, cerca almeno di farle passare un anniversario decente pur nella mediocrità borghese della loro vita; anche questa ricorrenza però si chiude con la ripetizione di quell’orribile episodio e lui, impazzito perché vittima di una punizione incomprensibile, fa a pezzi la sua donna. A questo punto estrae una pistola per uccidersi, ma l’arma si inceppa. Sarà la ragazza che ascolta questo racconto a tentare il secondo colpo e a ucciderlo. Non so se in questo caso capire il tedesco sia stata una fortuna, io che lo mastico ho provato uno shock notevole e un senso quasi fisico di disagio.

Un discorso a parte merita Asgeir, il cantante: da un lato sembra Ozzy Osbourne (sì, quello dei reality show su MTV… una volta cantava, sapete? Black Sabbath mi sembra…), dall’altro David Bowie. La sua capacità di interprete è — insieme all’atmosfera generale, al mondo nel quale veniamo calati dalla musica — uno dei punti di forza di “Vilosophe”, perché sa essere melodico ma d’impatto, freddo se è il caso, ma allo stesso tempo comunicativo.

Non è tutto nuovo, comunque: varie formazioni di musica elettronica hanno inserito il rock nei loro pezzi, alla ricerca di un maggior calore nel loro sound, ma vale la pena dare un ascolto ai Manes, che, facendo il percorso inverso, hanno saputo sfornare un disco qualche spanna sopra la media.

Biografia


Intervista (interview)


Line up


Asgeir Hatlen – vocals


Eivind Fjoseide – guitars


Rune Hoemsnes – analogue drums


Tor-Helge Skei – guitars, electronics, programming, sequencing


Tommy Sebastian – vocals


Torstein Parelius – bass, words, thoughts


Vilosophe Tracklisting:


Nodamnbrakes


Diving With Your Hands Bound [Nearly Flying]


White Devil Black Shroud


Terminus A Quo/Terminus Ad Quem


Death Of The Genuine


Ende


The Hardest Of Comedowns


Confluence

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

A modo mio mi prendo cura di te

A modo mio mi prendo cura di...

Mio padre era un uomo sulla terra...

Festival internazionale del cinema e delle arti...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Le versioni cinematografiche del tema di Faust...

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

Casomai un’immagine

sir-01 mar-13 mar-14 mar-15 mar-16 mar-24 th-28 26 15_pm petkovsek_07 dobrilovic_04 malleus_09 09 20 tso5big pudorergb cip-01 cip-09 lor-1-big cor06 holy_wood_20 pm-26 murphy-40 galleria-04 tsu-gal-big-03 09 jingler strip2 Dog Eat Dog Face 1 Quarto movimento, 1951 Carol Rama