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Musica

Gli anni Ottanta e il Neo Romanticismo

Immagine articolo Fucine MuteStrana la vita. C’era una volta un periodo di poco più di cinque anni che ha prodotto, musicalmente parlando, dei capolavori, ed ha visto la nascita di alcuni artisti favolosi. Stiamo parlando del periodo che va, più o meno, dal 1981 al 1986 o giù di lì. Apparvero nuovi movimenti che non si limitavano ad essere catalogati a seconda della musica che veniva ascoltata. In quegli anni, giravi per le strade e bastava un’occhiata veloce per capire tutto di un giovane. Vedevi come fosse vestito o truccato, pettinato o che espressione avesse dipinta sulla faccia e già sapevi tutto di metà della sua vita. Tutto sommato, era anche comodo: si perdeva meno tempo a scoprire i gusti musicali, lo stile di vita, la filosofia del pensiero della persona che avevi davanti. Potevi scartarla a priori oppure avvicinarti senza paura perché sapevi già quali punti in comune avresti avuto e quali no. Come a dire: l’abito faceva il monaco, eccome.

Di gruppi (o, come si chiamavano in Inghilterra, “tribes”, tribù, termine che però non ha mai attecchito qui in Italia) ce n’erano moltissimi. Pur tentando una ricostruzione, sicuramente c’è il rischio di lasciarne qualcuno fuori per dimenticanza. I “Figli dei Fiori” erano ormai lontani, solo un pallido ricordo ancora vivo nella memoria di questi adolescenti degli anni ottanta, o poco più, che erano nati nel periodo che andava dal ’60 alla fine di quella decade, solo grazie ai ricordi di fratelli e sorelle maggiori, cugini nostalgici e genitori che li ricordavano più spesso che volentieri come “i drogati contro il Vietnam”. C’erano ancora i metallari, seguaci più degli Iron Maiden, degli AC/DC e dei Van Halen che non dei Led Zeppelin o degli Who. Anzi, a dire il vero, una cosa bisogna riconoscerla alla tribù dei metallari: sono i più inossidabili, sono gli unici che rimangono sempre lì, al loro posto, generazione dopo generazione, sempre uguali nel look e negli atteggiamenti, da qualche decade ormai.

John Lydon/Johnny RottenMa verso la metà degli anni ’70 era iniziata una grande rivoluzione. Intendiamoci, tutti i movimenti di cui parliamo da ora in poi sono nati in Inghilterra, con forse l’unica eccezione di quelle brave bestiole che erano i paninari, figli della cultura di “Drive In” (AAAlta Cultura davvero). In Inghilterra tirava aria di ribellione, in quegli anni, e ciò ebbe forma e voce grazie ad un gruppo che sovvertì, rovesciò e cercò di distruggere tutto ciò che era venuto prima: i Sex Pistols. Sfatiamo un mito, più che altro per i più giovani che non hanno avuto la possibilità di vivere quegli anni in prima persona perché nati molto, molto dopo. I Sex Pistols non erano dei geni. Non erano nemmeno rivoluzionari, né sovversivi. Non portavano avanti alcun messaggio politico o sociologico. I Sex Pistols, intesi proprio come i componenti della band, ovvero Johnny Rotten (Johnny “Marcio”, un nome che era una garanzia), il cantante, Paul Cook, il batterista, Steve Jones, chitarrista e Sid Vicious (altro nome che parla da sé: in realtà si chiamava John Beverly, un nome troppo da bravo ragazzo visto il caratterino che si trovava), il bassista che sostituirà ben presto Glen Matlock, erano solo delle marionette in mano ad un bravissimo — e soprattutto furbissimo — manager: Malcom McLaren, che non aveva nulla a che fare né con la Formula Uno né con la musica, essendo semplicemente il proprietario di una boutique a Londra. Malcom prese questi fanciulli dalle dubbie capacità lavorative ma dalle ancor più dubbie capacità musicali, e con loro scrisse la storia della musica. Non male per uno che vendeva vestiti. Il suo piano era semplice, e funzionò proprio per la sua diabolica semplicità. Mise insieme la band, e durante il primo concerto, che ebbe luogo nel 1975, accadde di tutto. Rissa, bottiglie rotte sulle teste del pubblico, polizia. Insomma, una pubblicità pazzesca, ma, quel che contava di più, gratis. Da quel momento in poi per il gruppo che non sapeva suonare si trattò di recitare un copione uguale ogni sera. Salivano sul palco, volavano gli insulti, iniziava la rissa, il giorno dopo erano sui giornali e nel giro di poco tempo tutta Londra parlava di loro. Erano anni difficili, con molta voglia di ribellione, di riscatto sociale, per cui i Sex Pistols incarnavano quel desiderio di sfuggire al grigiore della quotidiana tranquillità. Erano ormai troppo noti affinché i discografici non si interessassero a loro. La EMI, il colosso mondiale, fu la prima a cadere nella trappola di McLaren. Fece firmare alla band un contratto (sarebbe meraviglioso poter avere le immagini della firma di quel contratto: chissà se almeno in quel momento qualcuno di loro era lucido). Pubblicarono il loro primo singolo, Anarchy in the UK, e le esibizioni continuarono peggiorando ogni volta. La EMI stava per essere travolta dallo scandalo, le proteste aumentavano e così la casa discografica sciolse il contratto, pagando però alla band una penale. Si fece così avanti la A&M. Nuovo contratto, nuovo scioglimento senza nemmeno un’incisione, nuova penale. I Sex Pistols, ma soprattutto Malcom McLaren, si stavano arricchendo facendo il nulla. Arrivò così la Virgin, per la quale incisero God Save The Queen, un attacco feroce alla monarchia, definito “regime fascista”, ed all’intera società britannica.

Immagine articolo Fucine MuteUscì anche l’unico album da studio della band, Never Mind The Bollocks (per decenza evitiamo la traduzione). Tutti parlavano di loro, tutti li odiavano, tutti li criticavano ma loro continuavano imperterriti sulla loro strada. Lo scioglimento avvenne nel ’78, com’era inevitabile. Sid Vicious morì per overdose l’anno seguente. Per onor di cronaca, sua madre fu arrestata qualche anno fa per spaccio di stupefacenti. Una bella famigliola, insomma. Gli altri membri della band tentarono carriere soliste, senza successo, all’infuori di Johnny Rotten che formò negli anni ’80 i PIL, ottenendo un discreto successo.
Tutta la loro avventura fu immortalata anche in un film, con relativo album doppio della colonna sonora, intitolato in modo significativo The Greatest Rock’n’Roll Swindle, ovvero la più grande truffa del r’n’r. In questo film, che avrebbe la pretesa di sembrare realistico ma che più finto di così non si può, il geniale Malcom McLaren spiega come abbia truffato le case discografiche che avevano avuto la sfortuna di prenderli sotto contratto.
Ormai la porta era sfondata. Il Punk era nato. Da quel momento in poi, nacque tutta una serie di band che ricalcarono le orme dei Pistols. I loro nomi dovevano creare disgusto o scandalo solo a sentirli. La musica era quasi sempre terrificante. Eppure, non era questo il punto: l’Inghilterra insoddisfatta aveva ormai una voce, e niente più avrebbe potuto fermarla. Da qui si mise in moto una macchina incredibile, che avrebbe visto di tutto e di più, e che avrebbe segnato in modo indelebile tutto ciò che sarebbe seguito.
Per essere punk bastava poco. Una cresta da ultimo dei Mohicani, catene dappertutto, abiti stracciati, possibilmente di pelle nera, anfibi e spille da balia dappertutto, anche sul volto, alla faccia del moderno piercing. Ma tanta tristezza, rabbia e violenza non poteva durare a lungo senza suscitare una reazione. Londra era sempre più fremente, e ci fu una risposta che lasciò spiazzati tutti.

Immagine articolo Fucine MuteNel 1978 un’altra band inglese, formata da quattro giovanissimi amici della capitale britannica, cominciava la sua luminosa e velocissima carriera. Come una meteora, solcò i cieli ma lasciò una traccia indelebile, tanto che a distanza di più di vent’anni dal loro scioglimento i suoi dischi continuano ad essere venduti ed amati in tutto il mondo. Erano nati i Japan. Capitanati dal cantante David Sylvian, i Japan erano formati anche da suo fratello, Steve Jansen (il vero cognome di entrambi è Batt), percussionista e batterista, dal tastierista Richard Barbieri e dal bassista Mick Karn. La loro storia ha dell’incredibile, ed è tutta all’insegna della provocazione. Nella scuola che i quattro frequentavano c’era un regolamento che proibiva ai ragazzi di portare i capelli lunghi; allora loro aggirarono l’ostacolo tingendoseli nei colori più improbabili. Le ragazze, invece, non potevano frequentare le lezioni truccate. Appellandosi al fatto che tale regolamento non menzionasse i maschi, i futuri musicisti andavano a scuola truccatissimi. Scattò l’espulsione: Steve, David e Mick lasciarono la scuola, Richard invece si adeguò e riservò le stranezze per l’orario extra-scolastico.

Gli inizi del gruppo non furono particolarmente brillanti. Uscì un album, intitolato Adolescent Sex, che non brillava certo per soavità. David Sylvian aveva una voce che risentiva ancora troppo del punk che furoreggiava all’epoca, ed anche l’album successivo, Oscure Alternatives, non mostrava ancora ciò che sarebbe stato. Di quel periodo si salva solo Life In Tokyo, un brano che contribuì a farli diventare delle stelle di prima grandezza proprio nel Paese di cui portavano il nome, il Giappone. Al punto tale che, paradossalmente, divennero famosi nella loro patria di rimbalzo, per così dire. Ma il lavoro successivo lasciò pubblico e critica esterrefatti: la voce stridente di David Sylvian era diventata calda, pastosa, morbida, e le schitarrate di quello che fu per qualche tempo il quinto Japan, Rob Dean, che nel frattempo aveva lasciato il gruppo, furono sostituite da tappeti sonori creati dalle tastiere di Richard. Mick, dal canto suo, non avendo un background musicale da studio — come d’altro canto anche tutti gli altri — creò un modo unico di suonare il basso, che lo contraddistingue ancora oggi e che gli permise di far diventare uno strumento tradizionalmente ritmico un qualcosa d’unico ed inimitabile. Quiet Life li lanciò definitivamente nel mondo delle rockstar. Purtroppo seguirono soltanto altri due album, Gentlemen Take Polaroids e Tin Drum, probabilmente il loro capolavoro. Ma poi ci fu lo scioglimento, e nemmeno l’uscita del doppio album live Oil On Canvas e la raccolta Exhorcising Ghosts riuscì a mitigare il dolore dei fan. Era il 1981, una data fondamentale per ciò che seguì, poiché se quell’anno vide la fine di un gruppo storico come i Japan, d’altro canto segnò l’inizio di una nuova era.
Ma perché i Japan, che pure erano durati pochissimi anni, che avevano pubblicato cinque album inediti di cui soltanto tre veramente degni di nota, furono così importanti per quel che seguì?
I Japan aprirono nuove frontiere, od almeno portarono al grande pubblico delle cose già viste, ma amplificandole in modo macroscopico. I Japan non erano soltanto un gruppo da ascoltare, ma anche una band da guardare. Cosa significava tutto ciò? Abbiamo visto che il punk esprimeva la sua voce anche attraverso l’abbigliamento e l’intero aspetto fisico, ma questo era sgradevole, colpiva come un pugno nello stomaco. I Japan erano belli, e non solo fisicamente. Erano sempre elegantissimi, ricercati, e quindi colpivano gli occhi prima ancora delle orecchie.

Mick Karn dei JapanSulle ragioni dello scioglimento del gruppo ci sono moltissime versioni, dai problemi personali tra i membri della band al fatto che ciascuno — od almeno due di loro, cioè David Sylvian e Mick Karn — volesse se non imporre almeno far accettare le proprie idee anche agli altri. Un’altra versione ancora, mai smentita dal diretto interessato, ma, anzi, confermata, fu dovuta alla crisi che colpì David Sylvian quando una rivista pubblicò una sua foto in copertina definendolo “l’uomo più bello del mondo”. Sembra che la reazione del cantante sia stata di entrare in una profonda crisi: sosteneva di volere che si parlasse di lui per la sua musica, per la sua bravura di cantante, per la bellezza delle sue canzoni e non per il suo aspetto fisico. Onestamente, guardando le foto della band dell’epoca tutto ciò sembra estremamente improbabile. Con i Japan era nato il concetto di “look”, che dominerà la società da quel momento in poi. Come già detto, avevano una cura maniacale per il proprio abbigliamento. Quello che colpisce poi, riguardandoli, è anche il trucco che ciascun componente usava. Non stiamo parlando di make-up oltraggiosi alla Marylin Manson o clowneschi come quelli dei Twisted Sister, né le maschere caratteristiche dei Kiss. Parliamo proprio di ombretti, fondotinta, eccetera, elementi peculiari, fino a quel momento, delle donne. Sembrava che fossero appena venuti fuori da un salone di bellezza ogni volta che li vedevi. Era un tipo di trucco mirato ad esaltare i lineamenti, non a nasconderli o a mascherarli. Le pettinature poi furono copiate da centinaia di ragazzi in tutto il mondo. Insomma, non erano forse il ritratto della mascolinità, eppure piacevano. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Ciò nonostante, l’effettivamente bellissimo David Sylvian sostiene ancora oggi di aver avuto una crisi esistenziale pazzesca che lo portò a chiudersi in casa ed a trascurarsi. Tagliò i ponti con il mondo e per molto tempo non lo si vide né si sentì parlare di lui. Ricomparve qualche tempo dopo, irriconoscibile. Una cosa è certa: era completamente cambiato, il che può far pensare che la crisi l’abbia avuta veramente. A distanza di due decenni, quello che era il nuovo David Sylvian porta ancora avanti l’immagine trasandata che lo caratterizzò dallo scioglimento della band in poi. I suoi fan lo amano oggi come allora: segno che non era un po’ di make-up a farlo apprezzare. E lo stesso discorso vale per il resto del gruppo.

Steve Strange, epoca VisageL’eleganza portata alla ribalta dal gruppo, che aveva voluto rompere con tutti gli eccessi del glam-rock e del punk degli anni precedenti, influenzò fortemente non solo gli altri musicisti già noti, ma portò addirittura alla nascita di un movimento che si basava soprattutto sul look, sull’aspetto visivo, prima ancora che sulla musica. I giapponesi, che notoriamente hanno una cucina incredibilmente elaborata dal punto di vista visivo, sostengono che il cibo debba appagare lo sguardo prima ancora che lo stomaco, spiegando così la perfezione delle loro composizioni. Sembra che il Neo-Romanticismo abbia fatta propria questa lezione. Era questo, infatti, il nome del movimento che ebbe in Steve Strange il suo Deus ex Machina. È praticamente impossibile, oggi, stabilire chi fu il primo, tra tutti i gruppi che nacquero in questo periodo, a sfondare la porta; ma è certo che Steve Strange fu il portavoce più estremo di questo movimento. L’eclettico Mr. Strange fondò un gruppo chiamato Visage (era questo il nome dato da Steve Strange al suo progetto, perché tale era, più che una band vera e propria), di cui lui era l’unica immagine. Gli altri musicisti, infatti, comparivano come nomi sulle copertine dei dischi ma non lo accompagnavano mai nelle esibizioni, più che altro televisive. Tra tutti, un nome in particolare spiccava tra i suoi collaboratori: era quello di Midge Ure, che sarebbe diventato il cantante degli Ultravox, di cui riparleremo. Steve Strange creò un look che, da quel momento in poi, fece tendenza: una via di mezzo tra il piratesco, il dandy del settecento, l’esotico. Ogni volta compariva vestito in un modo diverso, ma sempre talmente ricercato da sfiorare l’esagerazione. Broccati, damaschi, gioielli, fusciacche, camice con volant e camuffi, e così via. Fu seguito immediatamente da decine e decine di altri gruppi o cantanti. Perché da quel momento in poi sembrò quasi che l’aspetto contasse più della musica. Il gruppo andava prima visto, poi ascoltato. Lo squallore ricercato del punk lasciò il posto alla ricchezza, e jeans e maglioni vennero banditi. Nei primi anni Ottanta sembra che molti negozi della Levi’s dovettero chiudere bottega a Londra, per mancanza di clienti.
Il primo singolo pubblicato dai Visage era chiamato “Fade To Grey”. Una canzone dal fascino ammaliante, cantata metà in inglese e metà in francese, intrisa di musica elettronica, sintetizzatori e simili, che sarebbe stata un’altra delle caratteristiche peculiari della musica di questi anni. Era nato il Neo Romanticismo, un movimento che subito dopo aver chiarito l’importanza fondamentale data all’aspetto fisico, rivendicò anche però parecchie pretese intellettuali. Divennero di nuovo di moda autori come Lord Byron, il poeta maledetto inglese, ed il suo equivalente francese, Charles Baudelaire. Le citazioni dotte, soprattutto letterarie ed in special modo poetiche, si sprecavano in bocca ai neoromantici più convinti. Fu come una reazione a catena. Dalla musica agli stilisti (Vivienne Vestwood, la designer d’abiti inglese che ebbe una parte fondamentale nella creazione del Neoromanticismo, si ispira tuttora ai temi di quegli anni — non come revival, ma come continuazione, visto che lei non ha mai cambiato registro), dai poeti e scrittori ai pittori, tutta l’Inghilterra era in fermento creativo.
E l’Italia? L’Italia stava a guardare, almeno all’inizio. Quello che si trovava — ed era poco, ve lo assicuro: ricordo ancora quanto fosse difficile per me procurarmi i dischi e gli abiti del movimento, all’epoca — arrivava tutto d’importazione. Come al solito, una risposta abbastanza positiva arrivò dalle grandi città come Milano o Roma, ma per il resto il movimento, soprattutto all’inizio, non riuscì ad attecchire. La musica coinvolse molto, questo sì, ma l’impatto visivo — o per usare la parola che proprio in questo periodo cominciò a diventare di moda, il “look” — tardava a prender piede.
In Inghilterra, invece, ormai sembrava quasi che tutto il resto fosse stato dimenticato. Ogni giorno spuntavano nuove band che seguivano la nuova ondata (non per niente chiamata “new wave”) e per molte di queste raggiungere il successo, che si dimostrò a volte effimero, altre ancora duraturo, non fu poi tanto difficile. Molti musicisti erano attivi già dalla fine degli anni ’70, quand’era ancora vivo il mito del punk, e ciò che fecero fu semplicemente di convertirsi alla nuova tendenza.

Adam AntUno di questi fu Adam Ant, che aveva iniziato la sua carriera come esponente del punk moderato: in poche parole, quello in cui non ci si sputava e vomitava addosso durante i concerti. Ma l’ineffabile Malcom McLaren colpì ancora. Conobbe il giovane musicista, evidentemente lo identificò come un’altra possibile slot machine dopo l’avventura con i Pistols e gli fornì materiale vario di studio su pirati e pellerossa. Le cose andarono fino ad un certo punto secondo il progetto di McLaren, però. Adam Ant si fece sicuramente influenzare da queste due culture, ma si staccò da McLaren proseguendo per la sua strada da solo. I primi lavori di Adam Ant, che aveva nel frattempo formato un gruppo dal nome “Adam and The Ants” sono facilmente dimenticabili proprio perché troppo imbevuti di atmosfere punk; ma il primo album che lo vide seguire la sua nuova immagine, “Kings Of The Wild Frontiers” era strepitoso. Adam non si era ancora imposto con la figura del pirata che avrebbe avuto poi, perché in questo periodo era troppo occupato a giocare a fare il pellerossa, con abiti pieni di piume (ed il suo simbolo, per un po’, fu proprio una formica che indossava un copricapo piumato da capo indiano) e colori di guerra dipinti sul volto, sia suo che quello del suo fido chitarrista ed amico Marco Pirroni. Dal vivo le sue travolgenti esibizioni includevano anche una danza pellerossa, al punto tale che gli indiani d’America, venuta a sapere la cosa, si imbestialirono con lui non poco, accusandolo di essersi appropriato di una cultura non sua a fini di lucro. La risposta del Re delle Frontiere Selvagge non si fece attendere: li invitò ad andare ai suoi concerti ed a parlare con lui, affinché potessero capire che lui quella cultura l’amava davvero e la rispettava, e che in fondo il suo era un modo per farla conoscere meglio anche agli altri. Il risultato fu che i pellerossa che dovevano giudicarlo lo “assolsero con formula piena”, accettando come più che valide le sue ragioni ed anzi ringraziandolo per aver contribuito a diffondere la loro cultura. Ma l’epoca di AntMusic era già finita. L’anno successivo gli Adam and The Ants pubblicarono un disco che fu il loro capolavoro: “Prince Charming”. A mio modesto e personale avviso, la title track stessa può essere considerata il manifesto del Neoromanticismo per il testo. L’album era incredibile. Certo, non c’erano di sicuro i virtuosismi musicali dei gruppi storici del rock degli anni ’70, ma d’altro canto nessuno dei gruppi neoromantici ha mai preteso di essere considerato come virtuoso degli strumenti. Il genere di messaggio che volevano convogliare era completamente diverso.

La cover di In quest’album Adam Ant si era trasformato nel pirata gentiluomo con cui sarebbe stato così spesso associato in seguito. I brani stessi parlano di una Londra settecentesca, dei suoi vicoli sporchi e maleodoranti, ma allo stesso tempo c’è anche lo spazio per la fuga, la libertà. Non a caso, forse, l’album si chiude con una breve musichetta caraibica ed il rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia, come a simboleggiare una via di fuga possibile da trovare alla Tortuga.
I concerti di Adam Ant erano travolgenti: i ritmi entravano nei polmoni, grazie all’uso di due-dicasi-due batterie che suonavano all’unisono. Per la tournée di Prince Charming, la formica Adam si era portato dietro addirittura un galeone come parte della scenografia. E i suoi video erano ricchissimi.
Già, i video. Questa novità degli anni ’80 che ora sembra tanto scontata. Fu proprio con il neoromanticismo che prese piede appieno la moda dei video come mezzo di divulgazione di un brano. Perché, ricordiamolo ancora una volta, il neoromanticismo andava prima guardato, poi ascoltato. Proprio come il piatto giapponese di cui si parlava prima. Ormai non si diceva più: “Hai sentito la nuova canzone dei Pinco Pallino?” ma sempre più spesso “Hai visto il nuovo video dei Pinco Pallino?”. Ricorderò sempre che la campagna pubblicitaria del video della canzone “Union Of The Snake” dei Duran Duran — di cui parleremo dopo — fu così martellante che il giorno in cui fu trasmesso per la prima volta eravamo tutti incollati davanti alla tivù ad aspettarlo. E fummo accontentati per la nostra attesa: il video era come un film di tre minuti, con tanto di effetti speciali, trucchi elaborati e costi astronomici, cose che se oggi sembrano assolutamente banali all’epoca invece erano ancora una novità.
Per tornare al nostro pirata, da “Prince Charming” in poi la sua musica lasciò un po’ a desiderare. Seguirono altri album, ciascuno dei quali si distaccava sempre di più dal top raggiunto dal “Principe Azzurro”. D’altra parte, questo fu un ritornello comune a quasi tutti i gruppi di questo periodo. Chi si era basato troppo sull’immagine a scapito della musica non poté avere una vita lunga, una volta che la moda fu passata.
Fu questo il caso dei due gruppi che, forse più per il clamore suscitato da fan impazzite in tutto il mondo che non per le loro reali abilità artistiche, costituirono l’immagine per eccellenza del neoromanticismo: gli Spandau Ballet ed i Duran Duran.

Spandau Ballet

Entrambi iniziarono la loro attività discografica nel 1981, ma è bene specificare che raggiunsero il successo e la notorietà in Italia solo molti anni dopo, quando ormai l’Inghilterra li stava già tagliando fuori dal grande giro.
Gli Spandau Ballet erano cinque bei ragazzetti di Islington, uno dei quartieri operai di Londra. Da giovanissimi iniziarono a suonare, anche perché era un modo come un altro, per loro stessa ammissione, per evitare di cadere nel giro della delinquenza da strada. Rimasero subito affascinati dalla moda neoromantica, e ne adottarono il look. Spandau Ballet era un sinonimo di eleganza, di raffinatezza, di bellezza. Iniziarono come gruppo d’elite, infatti, esibendosi esclusivamente in feste private a cui si poteva accedere solo tramite invito. Celebre rimase il loro concerto a bordo dell’HMS Belfast, un incrociatore ancorato sul Tamigi a pochi passi da Westminster. Furono presi subito sotto contratto dalla Chrysalis Records, ed i loro due primi singoli, “Glow” e “To Cut A Long Story Short” anticiparono il successo del loro primo album, “Journeys To Glory”. Titolo profetico: da allora il loro viaggio verso la gloria era iniziato, e non si sarebbe più fermato per ancora qualche anno. Splendide atmosfere, musiche eleganti anche se trascinanti, ed imposero il loro look fatto di trine, camuffi, pantaloni damascati, sciarpe di seta eccetera. Guardarli era come entrare in un film ambientato nell’Ottocento. Ancora più bello, anche se decisamente più difficile, fu il loro secondo album, “Diamond”. Sembrava incredibile: gli Spands, oltre ad essere belli, sapevano anche suonare e comporre delle canzoni splendide. Con il loro terzo LP, “True”, ottennero la consacrazione mondiale. È triste dirlo, ma da quel momento in poi iniziò la loro parabola discendente. Il quarto lavoro, “Parade”, non era assolutamente all’altezza dei tre precedenti, perché troppo commerciale. Il singolo “I’ll Fly For You” è ancora oggi un incubo per chi abbia amato gli Spands sin dal primo momento. Le vendite furono stellari, perché torme di ragazzine (e non solo) in tutto il mondo svenivano a quelle note, ma chi guardava un po’ più in là non poteva non riconoscere che si trattasse di una canzone orribile, imparagonabile a capolavori come “Innocence and Science”, “Pharaoh” o la stessa “To Cut A Long Story Short”. Prima del loro scioglimento seguirono altri due album, da dimenticare. La band era diventata famosa non solo per le produzioni musicali, ma anche perché avevano dimostrato che sotto il vestito c’era qualcosa, e c’era pure tanto. Gary Kemp, fondatore della band, chitarrista ed autore delle canzoni non aveva mai nascosto la sua fede laburista. Impossibile da dimenticare il momento in cui, durante la tournée di “Parade” ad un certo punto Gary Kemp, John Keeble, Martin Kemp e Tony Hadley si mettevano di spalle al pubblico, con il braccio sinistro alzato e la mano a mostrare orgogliosamente il pugno, mentre Steve Norman correva su e giù per il palcoscenico sventolando un’enorme bandiera rossa. Non solo: l’intellettualismo di Gary Kemp, ma anche degli altri componenti della band, ebbe un’ulteriore manifestazione nella fondazione dell’etichetta “Reformation”, che era molto di più che la “loro” etichetta. Sotto quel nome, infatti, i cinque avevano riunito tutto un gruppo di pittori, scultori, poeti, art designers che potevano esprimere liberamente la loro creatività.

KempLa loro fine è tristissima. Martin Kemp, dopo aver vinto la lotta contro un tumore al cervello, fa occasionalmente l’attore, così come suo fratello Gary (era il fidanzato di Whitney Houston ne “La Guardia Del Corpo”); Steve Norman e John Keeble attualmente sono non pervenuti, mentre Tony Hadley, dopo aver passato tutti gli anni di militanza negli Spands ad osannare la creatività di Gary, autore delle loro meravigliose canzoni, come le definiva lui stesso, gli ha intentato causa per rivendicare la paternità dei brani (!), e quel che è ancora più triste per il cantante di un gruppo osannato per la bellezza dei componenti, è ingrassato in un modo spaventoso diventando una specie di caricatura dell’uomo che fu. Ha inciso un paio di album solisti, in cui è caduto così in basso da arrivare al punto di rifare una canzone dei Duran Duran, loro acerrimi nemici, e comunque sono assolutamente da dimenticare.
Completamente diversa è la storia dei Duran Duran, che pure la tradizione associa sempre agli Spandau, come se fossero vissuti in una parassitaria simbiosi.
Anche i DD erano in cinque, anche loro s’imposero soprattutto per il look, almeno all’inizio, ed anche loro furono osannati dalle ragazzine di tutto il mondo soprattutto a partire dal loro terzo album. Il primo, che portava soltanto il loro nome, conteneva il brano che li aveva lanciati, “Planet Earth”, più l’altro singolo che li aveva lanciati nell’Olimpo delle star, “Girls On Film”. Nell’insieme è un bel disco, ma niente di eccelso. Decisamente migliore fu il loro secondo album, “Rio”, che conteneva brani che sarebbero passati alla storia come la stessa title-track o “Hungry Like a Wolf”. I DD inaugurarono la moda dei video esotici, girandoli in groppa ad elefanti a Ceylon ed in Thailandia. Il terzo album, “Seven and the Ragged Tiger”, aveva ancora degli spunti interessanti, ma in tono minore. Ed anche per loro, da questo momento in poi, è iniziata un’inesorabile parabola discendente, che ha raggiunto a volte dei toni addirittura patetici. Dopo la loro esibizione al “Live Aid”, quell’incredibile maratona musicale che si era svolta tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti per raccogliere fondi contro la carestia che stava affamando l’Africa, Roger Taylor, il batterista, ed Andy Taylor, il chitarrista decisero di lasciare il gruppo. è triste dire che quella loro esibizione rimase storica per una stecca mostruosa di Simon Le Bon mentre cantava “A View To A Kill”, colonna sonora dell’ultimo James Bond di quel periodo. L’aver rinnovato il loro organico con nuovi elementi, tra cui l’eccezionale chitarrista Warren Cucurullo, non è servito a nulla. Tutto ciò che è stato prodotto dai Duran Duran dopo il 1983 può essere facilmente e pietosamente dimenticato.

Duran Duran

Elencare tutti i gruppi che sono nati dal 1981 in poi è praticamente impossibile, come ho detto all’inizio. Tra i più interessanti, oltre a quelli già citati, ci sono sicuramente i Culture Club, capitanati da quel mago del look estremo e della trasgressione che era Boy George. Esordirono con un singolo, “Do You Really Want To Hurt Me” che era davvero bellissimo. La dolce voce di Boy George scivolava addosso come un velluto, e le loro canzoni, pur non essendo particolarmente impegnative, erano davvero carine. Purtroppo anche per loro la storia fu la stessa: qualche album valido e poi la parabola discendente, con Boy George che faceva parlare di sé più per i chili di troppo che aveva assunto e per i suoi problemi con la cocaina che non per le sue canzoni.
Qualcosa di simile accadde anche ai Thompson Twins, che però seppero ritirarsi dalle scene mentre erano ancora prolifici in modo positivo; mentre Howard Jones non riuscì ad azzeccare più di una decina — al massimo — di canzoni giuste, nonostante i numerosi album prodotti. I Men Without Hats invece fecero un’unica canzone eccellente, “The Safety Dance”, che evidentemente prosciugò tutte le loro energie creative perché il resto fu allucinante.
Ci furono anche dei gruppi che si accodarono alla scia ma che dimostrarono di aver capito ben poco dell’intero movimento neoromantico. Tra questi ci furono i Classix Nouveaux, curioso gruppo capitanato da un personaggio ancora più curioso, tale Sal Solo, dalle dubbie capacità vocali che, una volta scioltasi la band, entrò addirittura nei Rockets (avete presente quelli che negli anni ’70 giravano vestiti da extraterrestri tutti dipinti d’argento? Be’, proprio loro…). Dei Classix Nouveaux vale la pena ricordare solo il loro singolo più famoso, “Guilty”. Un’altra band che aveva poche idee ma ben confuse riguardo al movimento in questione furono i Village People, quelli di “YMCA” e “In The Navy”. Travolti da pizzi, trucchi e camuffi abbandonarono le loro divise caratteristiche da indiano, poliziotto, minatore eccetera per vestirsi da damerini e produrre un paio di bei singoli, “Five o’clock In The Morning” e “Do You Wanna Spend The Night” vestiti da neoromantici. Peccato che il resto dell’album contenesse brani di osanna per gli hamburger di McDonald’s ed inviti alla dieta (ma le due cose non dovrebbero essere palesemente in contraddizione?).

Depeche ModeContemporaneamente a tutto ciò, però, si andavano affermando delle band che avrebbero segnato il corso della storia musicale dei successivi vent’anni. Parliamo dei Depeche Mode, ad esempio, che esordirono nel 1981 come quasi tutti gli altri e che produssero degli album notevolissimi, e che, al contrario di tanti loro colleghi, con il passare degli anni migliorarono sempre più invece di peggiorare. “Speak And Spell”, “A Broken Frame” e “Construction Time Again” erano tre album con un crescendo incredibile, anche se il top fu raggiunto con “Some Great Reward” e “Black Celebration”, un vero gioiello sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi. I Depeche Mode non hanno praticamente mai avuto il cattivo gusto di scendere a compromessi con la commercialità, rimanendo fedeli a loro stessi. Ed un altro gruppo che ha avuto un percorso relativamente simile al loro è stato quello dei Simple Minds, che iniziarono nel 1979 con “Life In A Day” e continuarono producendo degli album sempre belli, senza tempo, come ad esempio “Real To Real Cacophony” oppure “New Gold Dream”.
In questa serie non possono mancare i Soft Cell, un duo formato da Marc Almond e Marc Ball, il primo cantante ed il secondo musicista. Insieme regalarono dei piccoli capolavori come “Tainted Love”, “Memorabilia” e molti altri, e neppure la decisione di sciogliersi li fece smettere. Marc Almond proseguì la sua carriera come solista, per fortuna, producendo degli album struggenti nella loro bellezza. Canzoni come “Mother Fist” o “Stories Of Johnny” ti entrano nella pelle e non ti lasciano più. Tra l’altro, recentemente i due ex colleghi si sono ritrovati. Noi aspettiamo fiduciosi.
Da molto tempo, invece e purtroppo, non sono più pervenute notizie degli Human League. Uno dei gruppi di musica elettronica per eccellenza, dopo varie sperimentazioni e cambi di organico incisero un album strepitoso, “Dare!” che conteneva la famosissima “Don’t You Want Me”. Il grande merito degli Human League fu quello di sapersi adeguare gradatamente ma decisamente alle mutazioni storiche che avvenivano negli anni. Abbandonati anche i loro pizzi ed i trucchi pesanti, in occasione della guerra del Libano ebbero il grande coraggio di incidere una canzone come “The Lebanon”, che parlava proprio di questo. La Signora Tatcher, che non era certo diventata famosa per la sua tolleranza e la sua apertura mentale, si scagliò immediatamente contro il gruppo ed il risultato fu che per molto tempo su quel brano calò la censura televisiva e radiofonica in Inghilterra.

Immagine articolo Fucine MuteGli Human League si “vendicarono”, per così dire, raccontando questo fatto a tutta la stampa estera. Il risultato fu che “The Lebanon” divenne un hit e fece conoscere anche a quei giovani che normalmente non si occupavano di politica il tremendo problema che questo martoriato paese stava vivendo. La band continuò a mietere successi anche negli anni seguenti, e talvolta si risente ancora parlare di loro anche oggi.
Le ultime tre band che ricorderemo hanno tutte una storia a sé stante. A cominciare dagli irlandesi U2, di cui si sa ormai tutto ed anche di più. Che cosa si può dire di Bono Vox e soci che non sia già stato detto? Comunque, anche loro cominciarono in quegli anni ed erano anche molto impegnati politicamente, come si poteva vedere da singoli come “Sunday Bloody Sunday” e “Pride (In The Name Of Love)”. Portabandiera dell’Irlanda martoriata dalle guerre dette di religione, ma che di religioso hanno ben poco, ormai, sono diventati il simbolo della lotta in favore della cancellazione del debito dei Paesi più poveri.
Gli Ultravox, che all’inizio si chiamavano Ultravox! con tanto di punto esclamativo, vissero in una sorta di limbo finché il cantante fu John Foxx. All’uscita di questi reclutarono Midge Ure, un giovane scozzese che aveva già collaborato con Steve Strange all’epoca dei Visage, e da allora infilarono un successo dietro l’altro, ad iniziare dalla splendida “Vienna” per proseguire con pezzi come “The Voice”, “Love’s Great Adventure”, “Lament” e “Dancing With Tears In My Eyes”, accompagnata da uno struggente video su un ipotetico disastro nucleare. L’ultimo album che vide la formazione al completo fu “U-Vox”, dopodiché ognuno andò per la sua strada. Midge Ure ha ritrovato il successo come solista, anche se adesso non si sente più parlare di lui da alcuni anni.
Per finire gli Eurythmics. Per raccontare la storia di Annie Lennox e Dave Stewart ci vorrebbe un intero libro. Ottennero il primo successo con il singolo “Sweet Dreams (Are Made Of This)” ed anche loro, dopo questo, infilarono un successo dietro l’altro. Ebbero un momento di calo da “Be Yourself Tonight” del 1985 in poi, fino ad arrivare allo scioglimento. Alcuni anni fa hanno pubblicato un nuovo CD insieme, dopo aver intrapreso delle carriere soliste. Nel 2003 Annie Lennox ha pubblicato il suo album, “Bare”, un capolavoro come sempre. Ancora oggi Annie Lennox rimane una delle più belle voci femminili del mondo, ed ha dimostrato di avere ancora tanto da dire, da dare e da cantare.

Annie LennoxInsomma, il neoromanticismo inglese non fu solo lustrini e trine. è vero, fu soprattutto quello, ma non solo. Se dopo vent’anni molti dei suoi interpreti continuano a toccare le corde della nostra anima vuol dire che c’era anche qualcosa di solido, sotto. E credo si possa dire tranquillamente che dopo il neoromanticismo, ad eccezione forse del movimento dark, non ci sia stato più un movimento capace di manifestarsi con tanta potenza, non solo musicalmente, ma anche visivamente e culturalmente.

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