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Cinema

Non sono il Messia, lo giuro su Dio! (IV)

III. Altri film e altri Messia

Immagine articolo Fucine MuteLe storie tratte dalla Bibbia hanno sempre affascinato il cinema lungo tutta la sua storia fino ai giorni nostri. Nei primi tempi di vita della settima arte, i soggetti preferiti erano avvenimenti quotidiani, senza nessuna pretesa oltre quella d’illustrazione del funzionamento del nuovo fenomeno da baraccone che era il cinematografo. Però, dopo il primo breve periodo d’entusiasmo dovuto alla novità, l’interesse del pubblico scemò ben presto. Arrivi dei treni alle stazioni e uscite di operai dalle fabbriche non potevano incuriosire a lungo la gente, una volta passata la sorpresa della prima visione del nuovo giochetto passatempo della Belle Epoque; per farlo durare bisognava farne un’arte, e per farne un’arte ci volevano degli artisti, non degli operai. O perlomeno, ci volevano delle opere d’arte.
“In the late 1890s, the producers of the earliest motion pictures quickly realized that greater profits could be earned only through the presentation of a more respectable product.”[1] Sappiamo tutti cosa si poteva intendere per respectable: morale, edificante, didattico, “vittoriano” si potrebbe azzardare applicandolo anche ad altre società al di fuori dell’Inghilterra. Oppure: di tono medio, senza particolari pretese al di fuori di quelle di conservare un’immagine esteriore di sé immacolata. Cosa si poteva trovare di meglio che attingere ad un corpus di narrativa di consolidato successo (e quindi rispettabile)? Narrativa già bella e confezionata senza bisogno di arrischiarsi ad inventare soggetti in un periodo delicato, in un’arte appena agli inizi. Meglio stare sul sicuro: la Bibbia, di sicura attrattiva popolare. Pensandoci bene, è una legge della vita: in periodo incerto, meno rischi e più beni rifugio.
Il cinema, come tutte le arti, amerà poi ritornare a queste produzioni a carattere religioso che si ripresentano periodicamente sotto forma di “filoni” in tempi di crisi, oppure a seguito del lancio di una moda (nella maggior parte dei casi proveniente da Hollywood).
A fronte di innumerevoli film a soggetto religioso “serio”, anzi, diciamo piuttosto “dogmatico”, in quanto trasposizioni in cerca di ampio consenso popolare e quindi il più possibile fedeli ai canoni, corrispondono pochissimi film che hanno prodotto una rottura col modo tradizionale di leggere la Bibbia, dandone un’interpretazione fresca e nuova, o apertamente dissacrante. Troviamo, tra quelli che si sono concentrati sulla figura di Cristo: Il vangelo secondo Matteo, film di Pasolini del 1964, trasposizione assai scarna ma evocativa del racconto del primo degli evangelisti; Jesus Christ Superstar e Tommy, due musicals inglesi degli anni ’70, dove la figura di Cristo è quella di un trascinatore di folle molto umano e poco divino; Cercasi Gesù, film di Comencini del 1982 dove un esordiente Beppe Grillo è un ragazzo buono come un pezzo di pane che riesce a vedere solo la bontà nella gente che incontra, mentre in realtà il mondo intorno a lui (specialmente l’ambiente ecclesiastico) è corrotto e terreno. Non finirà sulla croce, ma il mondo cercherà di dimenticarlo come un elemento estraneo, capitato per sbaglio al suo interno; Jesus of Montreal (Jésus de Montréal) di Denys Arcand, film canadese del 1989, dove i protagonisti di una Passion Play ritrovano nella loro vita reale le situazioni che provano per la rappresentazione, ognuno immedesimandosi inconsapevolmente nel suo personaggio.
Il Messia di Brian ha dei punti in comune con tutti questi film, perché riporta l’enigma della figura del Salvatore ad una dimensione più vicina alla nostra modernità. Sembra paradossale, vista l’ambientazione in costume d’epoca del film al centro del nostro discorso, ma come al solito, trattandosi dei Monty Python, il paradosso è quasi un obbligo. Vedremo, in ogni caso, entro quali termini si può parlare di un avvicinamento al pensiero moderno della figura del Messia tramite appunto un confronto con i sopraelencati film.
Prima di tutto, però, vista la confusione che ormai si è creata attorno al termine (se non si è creata provvederemo senza dubbio noi a crearla presto), è necessario chiarire qual è il senso preciso che è dato alla figura del Messia nelle religioni ebraica e cristiana (con un’occhiata anche ai falsi Messia), cioè chi sia o chi dovrebbe essere il Messia. Ed è ciò che ci accingiamo a fare.

Nella vita dell’uomo moderno trovano spazio molti interessi, molte attività culturali che un tempo non esistevano, come il cinema, accanto ad altre che invece sono sempre esistite, come la religione. Si può affermare, senza paura di essere smentiti, che l’uomo moderno è più “complicato”, perché i riflessi di questi interessi sfaccettano il carattere personale molto più finemente di quanto avrebbero potuto fare in un uomo, poniamo, dei tempi di Cristo. In mezzo a questo mare multidisciplinare, a noi interessa studiare l’intersezione fra il cinema e la religione.
L’accostamento di due mondi così diversi secondo me ha un senso se è letto in questo modo: quasi ogni essere umano su questo pianeta, ai giorni d’oggi, ha avuto a che fare almeno una volta nella sua vita sia con delle pratiche religiose che con dei film. Sono due fattori culturali importantissimi, imprescindibili. Entrambi influenzano, in misura variabile secondo i luoghi e le tradizioni, la vita delle persone con i loro insegnamenti e le loro rappresentazioni. Eppure, occupando due sfere dell’interesse umano così apparentemente diverse (da una parte il cosiddetto “tempo libero”, e dall’altra la sfera spirituale), raramente s’incrociano, e se lo fanno, è a senso unico: è il cinema che parla di religione, mai la religione che parla di cinema. Questa mancata corrispondenza è forse dovuta ad un fattore di età: le pratiche religiose si può dire che siano sempre esistite, col cinema abbiamo a che fare da appena un centinaio d’anni. Ad ogni modo, un cittadino che passa del tempo al cinema non cessa per questo di essere, allo stesso tempo, anche un fedele (o un ateo/agnostico[2]) perché le due cose, almeno apparentemente, non collidono.

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Una prima osservazione da fare è che il cinema è forse la più giovane delle arti, mentre la religione è forse la più antica esteriorizzazione delle sensazioni inconsce umane. Questa differenza d’età si fa sentire, e non è un caso che, se si continua imperterriti ad andare al cinema a guardare un buon film perché ne escono di continuo, si va sempre meno in chiesa (o in sinagoga, o in moschea) a seguire le religioni tradizionali e consolidate, piuttosto ci si rivolge a qualche nuova sètta o a delle filosofie orientali, parlando ovviamente da una prospettiva occidentale.
Le Chiese di cui ci occupiamo, quella ebrea e quella cristiana, hanno funzionato nonostante tutto abbastanza egregiamente senza aver avuto mai bisogno del cinema. Il cinema invece ha avuto bisogno anche delle Chiese e delle Scritture, all’inizio ma anche in seguito, specialmente di quelle cristiane, un po’ (ma questa volta non azzardiamo paragoni troppo distanti) come successe al teatro nella sua difficoltosa rinascita bassomedievale. La Chiesa e tutte le Scritture erano, e sono ancora tutt’oggi, a volte, nient’altro che un mezzo per accaparrarsi pubblico con materia di sicuro successo e di facile diffusione. Il presunto soggetto “sacro” o “nobile”, secondo quest’idea che stenta a sradicarsi, dovrebbe di per sé conferire autorità anche al mezzo usato per rappresentarlo, soltanto per la sua presenza: “The Holy Bible was one of the first dramatic works adapted to the screen, simply because it presented filmmakers with material that was not only popular but dignified.”[3] Fu semplicemente questo il motivo che portò i primi cineasti a scegliere soggetti “sicuri”: acquisire dignità d’artisti presentando prodotti già famosi e rispettati (romanzi e novelle di successo erano altre fonti sicure). Naturalmente dalla Bibbia saranno presi soltanto i passi a più alto effetto cinematografico, più drammatici, più spettacolari e più intensi. Dell’Antico Testamento ovviamente la genesi, il diluvio, Mosè, Giuseppe e i suoi fratelli; del Nuovo, praticamente tutta la vita di Gesù, e a volte anche qualcosa degli Atti degli apostoli.
Evolvendosi le arti, le tecniche si affinano. Dalla rappresentazione della vita di Cristo tout court, si è passati, a volte senza soluzioni di continuità, alla rappresentazione di figure che riflettono dei tratti cristologici: personaggi che predicano un loro messaggio, profeti che predicano la bontà per ottenere la salvezza (o anche soltanto una vita migliore) inascoltati o martirizzati, passioni per delle cause sostenute contro tutto e tutti, fondazioni di movimenti spirituali popolari, ecc.
Nei film che abbiamo voluto proporre per un confronto con il tema centrale di questa tesi, vi sono film di entrambi i tipi (vite di Cristo, personaggi dai tratti cristologici): Il vangelo secondo Matteo, da molti critici, cristiani e non, considerato il capolavoro cinematografico sul tema biblico, è niente più che una trasposizione fedele del lavoro dell’evangelista che va sotto il nome di Matteo. Jesus Christ Superstar e Tommy sono dei musical. Il primo volge la materia evangelica in rime e musica, ma senza troppi balzi logici nella narrazione canonica, che viene sostanzialmente rispettata (anche se elementi moderni compaiono spesso nelle riprese). Il secondo traspone invece senza scrupoli la storia del profeta divenuto tale in seguito ad una specie di miracolo, che poi fonda una sètta basandosi sulla sua storia, e raduna le folle grazie al suo carisma. Alla fine è abbandonato dai suoi seguaci, che si stufano di essere presi in giro e sfruttati economicamente. Cercasi Gesù e Jésus de Montréal affrontano l’argomento ponendo in chiave moderna la figura di personaggi che possiedono dei caratteri molto simili a Gesù, predicano il bene, la bontà, la carità, e sono destinati ad essere sconfitti, chi semplicemente uscendo di scena, chi invece morendo proprio per la sua causa.

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III.1 Il rigore: “Il vangelo secondo Matteo” (regia P.P.Pasolini, Italia-Francia, 1964)

“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me” [4].

Pare che siano state queste parole del vangelo di Matteo, il più “terreno”, il più rivoluzionario dei quattro, a spronare Pasolini a dirigere un film sul racconto dell’evangelista, dopo averlo letto tutto d’un fiato, come un romanzo[5]. Destino strano per un marxista, ateo ed omosessuale, come Pasolini, ricevere il premio dell’OCIC (Office International Catholique du Cinéma) come miglior film religioso dell’anno, motivando la scelta con il rispetto e la delicatezza mostrati da Pasolini nell’affrontare l’argomento, sebbene l’autore non fosse un fedele cristiano, e meritare perfino l’inserimento del suo film nella lista ufficiale del Vaticano dei grandi film religiosi, redatta nel 1996 da un’appositamente costituito Comitato, nominato dalla Commissione Pontificia per le Comunicazioni Sociali[6].
Il vangelo secondo Matteo, nelle intenzioni dell’autore, doveva ritrarre il Gesù agitatore e sollevatore di folle di reietti, il Messia rivoluzionario che doveva spronare il popolo a lottare contro gli oppressori romani. A questo scopo servivano le locations nella povera Italia del sud degli anni ’60 (Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, con solo qualche sporadica puntata nei dintorni di Roma e nel Lazio), preferita allo stesso Israele già modernizzato, e i visi duri, rassegnati, degli uomini di quei posti, attori non professionisti. Contrariamente a quello che sarebbe stato il Gesù di Zeffirelli (Gesù di Nazareth, 1977), ricostruito storicamente, e quello di Scorsese (L’ultima tentazione di Cristo, 1988), nevrotico e introspettivo[7], il Salvatore di Pasolini è presentato come un profeta arrabbiato, collerico per la cattiveria e ottusità degli uomini, ansioso di portare a termine il cammino terreno tracciato dal Padre e adempiere la redenzione per coloro che crederanno in lui. Il titolo italiano non contempla l’apposizione Santo per l’evangelista Matteo, quando invece la traduzione inglese del film lo fa: The Gospel According to St. Matthew. Già questo dovrebbe essere un segnale di quanto sia “sociale”, più che “spirituale”, il taglio che il regista vuole dare a questo personaggio.
È un Gesù sicuro di quello che dice, non ha nessuna esitazione nel ricordare le profezie che lo riguardano, specialmente quelle d’Isaia, come quando ordina agli apostoli di procurargli un’asina perché il figlio di Dio doveva entrare nella città seduto appunto su quella cavalcatura; o quando, subito dopo, caccia i mercanti dal Tempio citando ancora il profeta che parla della casa di Dio occupata come una spelonca di ladri [8]. Non teme nessuno e nessuno può surclassarlo nella lettura e interpretazione delle Scritture: è proprio un Maestro. Come Maestro, Pasolini lo vuole forte, senza esitazione, leader. Non è un caso che le scene del processo (prima davanti a Caifa e ai sacerdoti, poi davanti a Pilato) siano riprese in campo medio-lungo, con i protagonisti lontani, schiacciati contro il muro che fa da fondale, a volte coperti (impallati) dalla folla che gioca il vero ruolo di giudice arbitro in questa faccenda, la folla che non capisce il messaggio della ribellione contro i padroni, pardon, gli oppressori, ed è più conservatrice di un caritatevole Pilato e tanto accanita quanto i sacerdoti a condannare il Re dei Giudei. Il portatore del messaggio nuovo non è capito ed è destinato a perire proprio per mano di coloro che voleva salvare. Tutto ciò ha un fortissimo significato politico, come d’altronde tutta l’opera di Pasolini, ma qui forse è stato più frainteso che altrove.

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Gran parte nel film, anche se molti critici sembrano non essersene accorti[9], hanno le reazioni e le emozioni del Cristo. Il Gesù del vangelo è vero che è deciso e spesso in collera, ma ride, specie quando è assieme ai bambini, o quando raduna gli amici (apostoli), e piange, come quando apprende della morte del Battista; è comprensivo, come quando riprende bonariamente della gente del popolo che gli domandava ingenuamente delle norme di comportamento nella vita di tutti i giorni, e dell’indissolubilità del matrimonio nei cieli.
In sostanza, certamente Il vangelo secondo Matteo non è il classico film sulla vita di Gesù, agiografico, compiacente o spirituale. È un film duro, rigoroso, aspro, ma fortemente umano, vicino a quello che poteva essere il messaggio che un Salvatore poteva voler portare alle povere masse della Palestina, oppresse e sfruttate dai Romani, ma forse soprattutto dai sacerdoti e anche un po’ da se stesse.
Voglio dunque portare questo film come esempio di come può essere fatto un film sulla vita di Gesù, senza trapianti o distorsioni, rispettando alla lettera il testo biblico, che d’altronde dovrebbe essere la prima ed indiscutibile fonte per chi voglia parlare del Gesù personaggio storico-politico, senza addentrarsi nei meandri della letteratura commentaria successiva, che ci avvolgerebbero e disperderebbero senza pietà con la loro storia e la loro mole. Vedremo infatti adesso come si possa narrare in musica la vita di Gesù (Jesus Christ Superstar) e la vita di un giovane qualsiasi che diviene qualcosa di molto simile a Gesù, ma anche molto simile ad un divo dello star-system (Tommy).

III.2 I musicals: “Jesus Christ Superstar” (regia di Norman Jewison, Stati Uniti, 1973) e “Tommy” (regia di Ken Russell, Gran Bretagna, 1975)

Jesus Christ Superstar

Judas sostituirebbe senza problema alcuno Jesus Christ nel titolo, e forse nessuno noterebbe la differenza. Ovviamente è una provocazione, ma non si può sottovalutare il ruolo affidato all’apostolo traditore in questo musical: è lui il primo a cantare, è lui che cerca di riportare Gesù con i piedi per terra e di farlo smettere di atteggiarsi a idolo delle folle, per tornare a predicare il messaggio umile dell’inizio, è lui che lo esorta a stare attento perché troppa popolarità urterà i Romani e segnerà la morte precoce del loro movimento; è sempre lui lo strumento di Dio per consentire alla profezia di adempiersi, tradendo il Maestro, e il rimorso che lo perseguita è pesante ed oppressivo come i tank che lo inseguono nel deserto del Negev (Israele).
Insomma, con un calco azzardatissimo, potremmo affermare che è lui il Grillo Parlante del Pinocchio-Gesù. Persino i trenta denari della vendita sembrano non avere importanza per chi sta cercando, con mezzi estremi, soltanto di salvare Gesù dalla morte, consegnandolo alle carceri, o almeno così credendo ingenuamente. Il suicidio per impiccagione sembra in questo modo molto più logico, più verosimile di quello narrato dai vangeli (e rappresentato molto bene ne Il vangelo secondo Matteo): lì Giuda vende Gesù per denaro e successivamente si pente e s’impicca. Qui Giuda vuole innanzi tutto fermare Gesù; il denaro è gradito, ma è un beneficio secondario. Gesù in questo film sembra un po’ in balia degli eventi, forse perché, per esigenze di genere, tutti i personaggi hanno la loro parte cantata e rubano un pezzo di scena al protagonista. La voce quasi in falsetto di Ted Neely (Gesù) è sopraffatta dalle potenti doti canore di Carl Anderson (Giuda), e perfino dalla soffice voce di Yvonne Elliman (Maddalena): è un canto corale piuttosto che un assolo.

È interessante notare come il film si presenti ad ogni modo senza nessuna pretesa di aderenza storica, Gesù deliberatamente non invoca mai il “Padre”, bensì il “Dio”, come se fosse distante da lui[10]. Immagine articolo Fucine MuteÈ piuttosto una rappresentazione in chiave moderna (e cinematografica) di una Passion play di paese, con gli attori che arrivano su uno sgangherato ma moderno pulmino (rispetto ai poveri mezzi di trasporto di un contado) sul luogo della rappresentazione, trasposizione anch’esso dell’antico sagrato della chiesa, e inscenano con pochi stracci e suppellettili moderne l’essenziale servente a travestire la storia, a dare gli indizi d’antichità della messa in scena, pochi ma sufficienti a creare la sospensione d’incredulità da parte del pubblico, come accade sempre in qualsiasi rappresentazione popolare. Ad aumentare la dimensione teatrale del tutto contribuisce proprio l’accostamento di questi oggetti a quelli antichi o pseudo-antichi: accanto a resti di colonne romane, impalcature metalliche, sopra le quali camminano Caifa e gli altri sacerdoti; sopra le bancarelle dei mercanti nel Tempio, oggetti moderni (cartoline, pezzi d’artiglieria, specchietti, ecc.); divise dei soldati romani messe assieme alla bell’e meglio con caschi di sicurezza, corpetti color lavanda e pantaloni color kaki.
Tanta conclamata irrispettosità del testo e dei canoni non vale nemmeno il tempo di un’analisi approfondita, e infatti lo stesso regista afferma che il film è “a pastiche, that’s all it is! Try to make it more important than it is and you get into trouble.”[11] Godiamoci dunque la musica e il testo, bellissimi e poetici, che sono i fili conduttori della storia, senza badare troppo all’intreccio, che è al loro servizio. D’altronde, il film è una trasposizione su pellicola del famoso musical di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, campione d’incassi a Broadway e in tutto il mondo, che fu pensato per la messinscena teatrale, dal vivo, messinscena che ha esigenze ben diverse da quella del film.

Tommy

Un altro musical, d’argomento diverso dal precedente ma con gli stessi motivi che ricorrono ad inquietare le nostre analisi: qui sarà necessario ripercorrere la trama, visionaria e complessa, per comprendere il messaggio del film.
Tommy è il figlio di un pilota della RAF (Royal Air Force, l’aviazione britannica), concepito prima della partenza del padre per il fronte, venuto alla luce il giorno della vittoria inglese nella 2° Guerra Mondiale. Il padre, creduto morto in battaglia, ritorna inaspettatamente una notte, ma il nuovo compagno della madre di Tommy lo uccide (stavolta per davvero) credendolo un ladro. Tommy ha visto tutto, ma i genitori gli dicono di dimenticare. Per protesta, il piccolo si rinchiude nel silenzio, e il giorno di Natale, mentre tutti sono allegri e celebranti, lui non sente e non parla, non è gioioso come si deve per la nascita di Gesù. Tommy è diventato muto e sordo. Nasce da qui la vena religiosa del film: credendolo destinato alla dannazione per la sua impermeabilità al messaggio cristiano, dapprima si recano nel luogo di culto della statua di Marilyn Monroe, con officiante chitarrista Eric Clapton, che dona “Eyesight to the blind” (titolo anche della canzone del rito), dove però Tommy non trova miglioramento alla sua condizione; successivamente il patrigno crede di curarlo con una buona dose di droga e sesso a pagamento dalla prostituta Tina Turner, ma, in una delle sequenze più acide del film, viene rinchiuso in una “vergine di ferro” di siringhe che lo trasformano nell’impossibile (e impossibile è anche per me riferire cosa si veda, senza dare un’idea distorta: forse è proprio il film in questo punto che è distorto).
Seguendo un’immagine di se stesso attraverso lo specchio, Tommy finisce in una discarica dove scopre di avere magiche doti al flipper: quando viene ritrovato, la sua abilità viene presto sfruttata. È una superstar, sfida i campioni e li batte tutti, pur non vedente e non udente. Una volta milionario, può permettersi una difficile operazione presso il medico dal viso più inaffidabile del mondo (Jack Nicholson), e successivamente riacquista favella e udito. La madre, fiutando un nuovo business, grida al miracolo, e assieme a Frank (il patrigno di Tommy), imbastisce un apparato miracolistico attorno a Tommy, che successivamente sembra che i miracoli li faccia davvero. I suoi devoti affollano i concerti dove fa toccare il microfono a forma di croce e distribuisce benedizioni al pubblico. Appare in deltaplano a sedare risse ed a portare la pace, insomma è davvero un New Messiah. Il crollo della montatura si ha quando, inaugurato il “Tommy Camp” (una specie di parco divertimenti a tema, dove si possono comprare gadgets e indulgenze a caro prezzo), la gente si rende conto che è tutto un business, comincia a distruggere i flipper benedetti e annienta la resistenza delle forze dell’ordine, bruciando tutto. La madre di Tommy e Frank muoiono nella ribellione, come praticamente tutti gli altri, ma il profeta si salva, e torna alle origini, si vede nuotare nel laghetto sulle cui rive fu concepito e parlare al sole, dicendo che vuole ascoltarlo.

Immagine articolo Fucine MuteUn giudizio qui è veramente difficile da formulare: troppo è il visionario, e troppi sono gli elementi concomitanti e mescolanti per discernerne una linea chiara. Ci limiteremo ad evidenziare come il profeta Tommy sia molto simile a quello che sono stati gli altri profeti prima di lui (o i sedicenti tali, visto che qui si tratta di truffa, anche se ad un certo punto sorge il dubbio che sotto sotto ci sia qualcosa di vero), poiché la sua figura emerge come ispirata e genuina, specialmente alla fine, quando si rifugia nell’elemento primigenio, l’acqua, e ritorna alla purezza delle origini, mostrando indifferenza per i soldi fatti girare dal baraccone messo in piedi dalla madre e dal patrigno attorno alla sua presunta divinità. Lui, infatti, non sembra trarne beneficio diretto, mentre la madre ed il padre si vedono progressivamente sempre meglio vestiti, e circondati da comforts d’ogni genere, stipati in lussuose camere e pompose automobili.
La religione, conformemente ai moti ideologici avvenuti alla fine degli anni ’60, è vista nel 1975 come qualcosa da svecchiare, da portare fuori da luoghi oscuri e ammuffiti, oppure da rinnovare nel rituale, colorandolo (come nel culto di Marilyn), dandogli nuove forme e nuove icone. La musica è l’elemento che unisce, è la musica il nuovo veicolo di religione, il nuovo credo in cui ognuno può vedere ciò che vuole. Continueranno ad esserci profeti e religioni, ma oggi tutti possono costruirsi il credo che preferiscono, interpretando a modo loro le religioni tradizionali, oppure proporre variazioni sul tema consueto. L’ammonimento finale riguarda come al solito le basse spinte voluttuarie dell’animo umano: chi cerca di arricchirsi o trarre beneficio a scapito di coloro che sono genuinamente fedeli, finisce inesorabilmente per essere sopraffatto dalla furia popolare, dalla rabbia di chi si sente tradito dal suo profeta. Il vero profeta, come lo è Tommy, è sempre puro, ed è salvato perché di sentimenti buoni.

III.3 I moderni: “Cercasi Gesù” (regia di Luigi Comencini, Italia 1981) e “Jésus de Montréal” (regia di Denys Arcand, Canada 1988)

Cercasi Gesù

Questo film è un altro caso di rappresentazione piuttosto semplicistica e maligna della Chiesa, intesa in questo caso sia come Chiesa Cattolica, sia come apparato che si crea, simile a una burocrazia statale, attorno alla figura del profeta portatore del messaggio originario. Giovanni (Beppe Grillo, nella sua prima interpretazione cinematografica) è un giovane dai tratti marcatamente buoni, sembra possedere tutte le qualità del mondo già dopo i primi cinque minuti di film: la parlata pacata, mai nervosa, è il veicolo di tutte le sue parole di pace, ovattate, che invitano tutto il mondo attorno a lui, che al contrario si dimostra piuttosto ruvido e a volte cinico e crudele, a cercare una via di conciliazione, di comprensione e di bontà.
L’incontro casuale con un prete dell’ordine dei Faustini, che è padrone di una casa editrice a Roma[12], lo porta alla ribalta come volto di Gesù per una pubblicazione a dispense. Guadagna i primi soldi, ma li impiega tutti per aiutare la povera gente che incontra sul suo cammino, tenendosene pochi o niente per sé, restando alloggiato presso la bottega di un falegname (non è un caso). Un bimbo in carrozzella e una giovane terrorista saranno i compagni di viaggio nel suo ambiente naturale, che è la strada, mentre sarà solo e preda d’avidi méntori all’interno del “palazzaccio” della casa editrice, proprio come Gesù davanti ai sacerdoti. Cercherà, senza successo, di redimere la ragazza, ma finirà per essere rapito da lei, in cerca di riabilitazione presso i suoi compagni rivoluzionari dopo essere caduta in disgrazia per un attentato non riuscito per causa sua. La bontà infinità di Giovanni commuoverà la ragazza, che lo lascerà andare, mentre lei finirà uccisa misteriosamente (presumibilmente dai suoi ex-compagni).
Visto il successo di questo messaggio troppo “proletario” per l’immagine delle loro dispense a fascicoli (Giovanni istigherà anche gli operai della stamperia dove si producevano i manifesti, in pericolo di cassa integrazione e licenziamento), i Faustini decidono di confinare Giovanni con le buone in una casa di cura vicino a Varese. Il bimbo in carrozzella, giunto alla macchina che lo stava portando via per salutarlo, gli chiede di guarirlo dalla sua infermità, ma Giovanni scherza dicendo che non può. Si vede però che, dopo che la macchina si è allontanata, con qualche sforzo il bimbo si alza e comincia a camminare.
Non ci sono eventi magici o guarigioni miracolose (a parte quella poco convincente del bambino nel finale) che caratterizzano questo Messia dei poveri e degli emarginati. Volendo prenderla alla lontana, anche Gesù aveva cominciato predicando in mezzo alla povera gente, invitando tutti a seguirlo nella speranza di un mondo migliore. Giovanni invita soltanto al buon senso, alla bontà verso il prossimo, all’amore universale, e alla divisione delle ricchezze, che invece i Faustini si tengono avidamente ben strette. Non è molto, ma è quanto di più pericoloso c’è per un ordine che a questo punto si confonde con un’impresa a scopo di lucro (com’è una casa editrice, e grossa per di più). Ci si potrebbe lasciar tentare da un’interpretazione in chiave simbolica di molti elementi del film, quali potrebbero essere il prete incaricato dall’Ordine di sorvegliare Giovanni, che in realtà è un poveraccio sfruttato, e crederebbe in cuor suo piuttosto a lui che alla ”missione” del suo ordine. O anche l’esortazione agli operai a protestare e bruciare i manifesti con proprio la sua foto sopra, operai che però perdono lo slancio alla notizia di un gol dell’Italia, e restano contenti dello status quo. E poi, la ragazza perduta, terrorista, emarginata, piena di odio verso il mondo e da esso reciprocamente odiata, non assomiglia tremendamente a Maria di Magdala vicino a Gesù? Ma fermiamoci qui.

Jésus de Montréal

Immagine articolo Fucine MuteIn questo film in cui i discorsi sono quasi sussurrati in un silenzio irreale per una città metropolitana com’è Montréal, l’opulenza e l’avidità sono i sentimenti sovrani. L’enorme cattedrale in cui è prete Raymond Leclerc crea un ambiente che rimane nel film sempre vuoto, anche se veniamo avvisati, non si sa se con malizia, che durante le funzioni essa trabocca di gente povera e diseredata in cerca di consolazione. Raymond, prete decisamente poco modello, è appassionato di teatro ed è entrato a far parte della Chiesa Cattolica da giovane, per sfuggire alla povertà e poter frequentare le rappresentazioni teatrali che tanto gli piacciono: non conosce altro lavoro che quello del pastore di anime ed è questa consapevolezza che si fa strada nella sua mezza età, portandolo ad una vile ipocrisia unita al terrore di perdere la ricca diocesi per essere trasferito in un ospizio in una delle lande desolate del freddo Canada, come può essere la cittadina di Winnipeg. La sua paura è fondata dal fatto che egli intrattiene una relazione con una donna, attrice un tempo nella sacra rappresentazione pasquale della Passione (la Via Crucis) che Raymond continua ad organizzare da anni sulle colline attorno la città.
Proprio questo testo, ormai un po’ datato, è affidato dal prete all’attore Daniel Coulombe, appena tornato in città dopo un certo periodo di assenza, per essere svecchiato un po’. Il giovane attore prende il suo compito troppo sul serio, affidandosi ad un professore universitario di teologia che gli suggerisce, quasi tra i denti per via dello stretto controllo diocesano sulle idee propagate nell’università (diocesi finanziatrice = diocesi censora), di leggersi gli articoli sulle delle recenti scoperte archeologiche mediorientali: Gesù risulterebbe figlio di un legionario romano e di una donna ebraica, e si sarebbe chiamato Yeshua Ben Panthera; sarebbe inoltre stato un mago, allo stesso modo in cui Simone Mago lo era, e i suoi miracoli tutti trucchi imparati in Egitto. Il reclutamento degli attori avviene tra i vecchi amici di Daniel: Constance, l’ex-attrice, donna del prete (fatto che Daniel scopre dopo), due doppiatori (uno di film porno, l’altro di documentari) piuttosto male in arnese, e un’attrice di spot, Mireille, conoscenza di uno dei doppiatori.
La vita dei cinque, che vanno tutti ad abitare a casa di Constance, s’intreccia fittamente con la messa in scena della Passione, la quale è preparata e recitata davanti ad una numerosa folla che gradisce lo spettacolo ed applaude molto. La fama non si fa attendere: tutti parlano della rivoluzionaria Passione di Montréal, la radio, la televisione, i giornali. I superiori del prete, però, ovviamente non gradiscono ed impongono revisioni oppure la censura ed il ritorno al vecchio testo.
Daniel e la sua compagnia, che ormai hanno assimilato il messaggio del “loro” Gesù, vivono ora cercando di liberarsi dei pregiudizi e delle ipocrisie della società che li circonda, rinnegando le loro vite precedenti e imponendosi di seguire principi morali più retti. Il provino per un nuovo spot pubblicitario di Mireille, scelta imposta dalla censura dello spettacolo, fa infuriare Daniel, innamorato di lei e ormai insofferente alla cattiveria ed alla prevaricazione della gente che detiene un minimo di potere nei confronti dei poveri e degli indifesi. Per la rabbia distrugge le apparecchiature per l’amplificazione e la registrazione, e viene portato in tribunale per questo. L’avvocato che Mireille vorrebbe affiancargli, che lui rifiuta dichiarandosi colpevole, è un altro esempio di persona che bada soltanto agli affari, al denaro, alla rendita: una specie di falco finanziario vestito e calzato, parente del Satana tentatore che mostra al Gesù-Daniel da dietro le vetrate di un alto grattacielo tutta la città ai suoi piedi, sua se avesse voluto piegarsi a “vendere” la sua immagine per soldi.[13]
L’ultima replica della rappresentazione, condotta contro il volere delle autorità ecclesiastiche, viene infine interrotta dalla sicurezza. Il pubblico vorrebbe vedere la fine, e si scatena una zuffa che termina con l’abbattimento della croce sulla quale era ancora appeso Daniel, che cade schiacciando l’attore.
La corsa negli ospedali si prolunga ed egli patisce una lunga agonia tra corridoi straripanti di gente e infermieri insensibili alle sofferenze dei malati. Riesce a rialzarsi e ad uscire dall’ospedale, ma il suo corpo è ormai colpito irreparabilmente, e subisce presumibilmente un’emorragia interna, dopo aver predicato il suo vangelo di non-credenza ai valori che vengono costantemente propugnati dalle Chiese di tutti i tipi, in una spoglia e semivuota stazione della metropolitana. Di nuovo portato all’ospedale, muore dopo poco, e i suoi organi vengono donati dalle due donne, ridonando vita e vista ad altri malati.
Particolarmente vibrante e caustico mi sembra il finale, dove i rimanenti membri della compagnia, riuniti nell’ufficio dell’avvocato, pensano di costituire su consiglio di quest’ultimo una compagnia “ad memoriam” di Daniel, con tanto di società, presidente e statuto. Quando però l’ex doppiatore di documentari suggerisce che il teatro dovrà rispettare la linea che aveva voluto dare Daniel, Mireille se ne va, lasciando la compagnia che si stava trasformando in un gruppo di approfittatori della figura del “martire” Daniel. Credo sia una superba satira del modo in cui nascono le Chiese attorno al Redentore, affine per costruzione alla sequenza centrale di Brian, in cui la folla si coagula attorno a lui in maniera rapidissima e viene stabilita in quattro e quattr’otto un’ortodossia del pensiero del Salvatore.
A ben vederlo, anche questo film pullula di riferimenti alla vita di Gesù come è narrata nei vangeli; esso è però più ricco del messaggio originale del Messia, del quale sono sì svelate delle origini ancora più umili, ma al quale è tributata ancora più grandezza per la semplicità e la forza del suo messaggio contro l’ipocrisia, ed a favore di un amore e di una carità verso i più poveri ed emarginati. Le ampie vedute della città che fanno da raccordo fra scene in un paio di occasioni, sottolineate da una musica moderna di chitarra elettrica, secondo me vogliono ricordare che “questo” Gesù, al contrario dell’”altro”, opera in una grande città dei giorni nostri, dove i poveri sono tanti e molto più bisognosi dei poveri di un tempo; ma allo stesso tempo significa che nella stessa grande città il contatto umano può non essere perduto, come si usa dire, ma recuperato con un atto di comunità, come può essere una sacra rappresentazione, o come potrebbe essere il dimostrare un po’ più di amore verso il prossimo che non conosciamo e che dovrebbe interessarci di conoscere. La massa ci porta ad ignorarci l’un l’altro anche di fronte ad atroci sofferenze, come capita in una stazione della metropolitana o nei corridoi di un Pronto Soccorso: quello che dobbiamo fare è soltanto amare ed avere pietà, e non rifugiarci in comode ideuzze bigotte e tanto ipocrite, belle parole e pochi fatti concreti, dove la paura di perdere un beneficio sopraffà la volontà di essere sinceri e vivere pienamente la propria vita.

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La cosa più evidente che si può ora notare, è come in tutti questi film fin qui analizzati, si usi la figura di Cristo come viatico per portare in realtà un altro messaggio, molto semplice e molto profondo: le religioni, tutte, dopo un generoso slancio iniziale perdono la genuinità delle origini, si lasciano corrompere da apparati sorti intorno ad esse, apparentemente per aiutarle nella diffusione, in realtà per sfruttarle. I profeti, nel nostro caso Gesù o chi ricalca la sua orma, sono le figure che si salvano sempre. Con le dovute differenze di rappresentazione, il loro tratto comune è quello di voler portare alla gente, alle masse vere e proprie, un messaggio nuovo e di speranza, disinteressato, puro e rivoluzionario, e di dover subire proprio a causa di questa predicazione spontanea le conseguenze che l’ordine costituito prevede per chi osa turbare la stabilità, l’ordine e la tradizione: la morte, o il confino, il silenzio fino alla fine dei propri giorni.
Prima di vedere quali punti ci siano in comune tra tutte queste figure e Brian, e di trarre quindi le nostre conclusioni, occorre ancora dare uno sguardo alla figura del Messia come è concepita e come si è tramandata fino ai giorni nostri.

III.4 L’attesa messianica tra Ebraismo e Cristianesimo

“L’origine del concetto di Messia si trova nella Bibbia, precisamente nel libro del Levitico (4,3), dove è riferito al sacerdote unto (in ebraico mashiah). Lo stesso termine è adoperato anche in riferimento ad altri personaggi investiti di un compito divino, come re e profeti; […] Il Messia non è pertanto un individuo: si tratta piuttosto di un nome riferito a un genere di persone o, se si preferisce, è il nome di un compito”. [14]

Il Messia è pensato oggi non come re o profeta investito (unto) di un incarico divino, com’è inteso nei libri più antichi della Bibbia, bensì come Salvatore. Questa figura controversa è il pilastro centrale delle due religioni che abbiamo chiamato in causa. Tutte le profezie, tutte le leggi e i dogmi acquistano senso soltanto alla luce della figura dell’Eletto mandato da Dio: senza Messia non esisterebbe fede, ma soltanto belle favolette.
Il punto cruciale è proprio questo: perché un messaggio diventi autorevole, è necessario che a proferirlo sia una persona dal carisma e dall’autorità indubitabili, perché il legame dell’uomo a tutto ciò che è terreno non è ancora così labile da poter dissociare un pensiero di divinità da una manifestazione in carne ed ossa. Abbiamo ancora bisogno di provare con i nostri sensi la “presenza” di qualcosa che sentiamo superiore, per poter davvero incominciare a credere che esista.
Il Messia è questa presenza necessaria, perché deve essere inviato, o “incaricato” direttamente da Dio, e con la sua esistenza e le sue opere portare conferma a ciò che è stato scritto da coloro i quali l’hanno preceduto, i profeti.
Ebrei e Cristiani credono comunemente solo nella prima parte delle Scritture, l’Antico testamento, mentre il Nuovo è ciò che distingue le due confessioni, perché parla della vita e delle opere di Gesù, che i Cristiani ritengono il Messia atteso e annunciato dai profeti dell’Antico Testamento. Gli Ebrei, al contrario, non ammettono che Gesù sia il Cristo, l’Eletto scelto da Dio per redimere e guidare il popolo d’Israele, pertanto nei loro Libri Sacri il Nuovo Testamento non è incluso: essi sono ancora nell’attesa del Messia. Chi è e cosa rappresenta dunque Gesù Cristo per gli Ebrei, se non è il Messia?

Domanda — Chi è Cristo per gli Ebrei?
Risposta — Un Maestro che discuteva con gli altri Maestri dell’Ebraismo nel Tempio.[15]

Così risponde Elio Toaff, Rabbino capo per oltre quarant’anni della comunità israelitica di Roma, alla domanda del giornalista Alain Elkann. Un parere autorevole che riflette l’orientamento ufficiale dell’Ebraismo: Gesù non fu nient’altro che un Maestro come tutti gli altri Maestri nel tempio, un “esperto” nelle Scritture e nella loro interpretazione. Ma allora la specialità, l’innovazione del suo messaggio, l’esempio nelle parabole e nella lettura più trascendentale e meno terrena della Legge mosaica, i miracoli, sono tutte cose che facevano anche gli altri Maestri del Tempio? Documentandoci appena un po’ meglio, veniamo a scoprire che questi non sono i requisiti fondamentali richiesti al Messia. Toaff più avanti specifica meglio la lettura ebraica della figura di Cristo:

Domanda — Quindi il Messia, secondo lei, non è il figlio di Dio?
Risposta — No, tutti sono figli di Dio. Il Messia è quella persona o quell’epoca che porterà la fraternità universale, l’abbandono delle armi.[16]
Il Messia è l’epoca messianica, e cioè quella in cui, come dicevo, tutti gli uomini si sentiranno fratelli, ci sarà la pace universale e ci sarà un contatto diretto con Dio.[17]

Immagine articolo Fucine MuteIl rabbino Levinson specifica meglio le diverse tendenze:
“Indubbiamente i profeti avevano parlato di un salvatore, che avrebbe ricondotto gli uomini a Dio e avrebbe posto termine allo stato di schiavitù e oppressione. Poiché in tali contesti si fa riferimento a un tempo di pace e di felicità, in epoche successive si è finito per parlare di un Messia personale e di un’era messianica. Di conseguenza vi è sempre stato chi ha sottolineato la natura personale del Messia e chi ha invece ritenuto più importante una futura era messianica”.[18]

Per gli Ebrei, il Messia sarà dunque colui che creerà le condizioni per la stipula della Nuova Alleanza e il raggiungimento della pace universale. La Nuova Alleanza inoltre non sarà stretta soltanto con Israele, ma con tutti i popoli della terra, che potranno ricevere e comprendere il messaggio che fino a quel momento sarà stato un’”esclusività” del popolo ebraico. Ne seguiterà poi appunto un periodo di pace universale, dove tutti gli uomini vivranno in armonia, e non ci saranno né guerre né divisioni[19]. Le interpretazioni più recenti accordano maggiore attendibilità all’idea di un’era messianica piuttosto che a quella di un Messia personale, giacché l’idea ebraica della pace tra i popoli ha un’impronta marcatamente pragmatica, terrena, indissolubile dal conseguimento e della pace fra i singoli individui e della spezzatura dei gioghi economici e politici.[20]
Toaff precisa ancora che in aggiunta a tutto ciò “ci sarà un contatto diretto con Dio”: ai tempi nostri, gli uomini conoscono Dio solo indirettamente e in maniera imperfetta, ma quando sarà stretta la Nuova Alleanza avranno finalmente la visione non mediata di Dio e potranno distinguere senza più alcun dubbio il Bene dal Male, e optare ovviamente per il Bene. 

Domanda — […] A chi sarà destinato il messaggio del Messia degli Ebrei?
Risposta — A tutti i popoli della terra. Gli Ebrei sono convinti che il loro credo religioso sarà quello che verrà accolto da tutti i popoli della terra nel momento dell’avvento del Messia, cioè quando tutti si riconosceranno figli dello stesso Padre e ognuno vedrà nel proprio prossimo l’immagine stessa di Dio.[21]

Vediamo bene che per gli Ebrei non contano molto le azioni compiute su questa terra dal Maestro Gesù[22], le quali d’altronde ci sono state riferite in molteplici versioni, la maggior parte delle volte discordanti[23]: egli non ha rispettato le richieste di chi crede nella Legge mosaica, non ha portato nessuna era di pace e di fratellanza, e non c’è stato il contatto diretto con Dio promesso dai profeti, ergo non può essere considerato il Messia atteso, bisognerà aspettarne un altro.
Levinson elenca più dettagliatamente tutte le ragioni per le quali un ebreo non può accettare Gesù come suo Messia. Innanzi tutto, spiega, “le correnti apocalittiche e mistiche giudaiche si sono conservate sempre ben distinte da quelle cristiane: nel mondo giudaico, infatti, non è stata mai trascurata la realtà storica concreta”, poi “la seconda differenza fondamentale rispetto al messianismo cristiano è costituita dalla natura collettiva della salvezza.”[25]

Ne conclude che per gli ebrei l’idea cristiana del Messia è inaccettabile, per i tre seguenti motivi:

  1. Come re di Israele, che avrebbe dovuto liberare il popolo dall’oppressione romana e riportarlo allo splendore di un tempo, Gesù si è comportato in maniera deludente. Dopo la sua venuta non è cambiato nulla nel mondo, poiché non è sorto alcun regno di pace.
  2. Come salvatore, che perdona i peccati con funzione vicaria e, secondo la concezione paolina, sostituisce la Torah, egli poteva essere solo motivo di scandalo per gli ebrei fedeli alla legge.
  3. Il fatto che secondo la dottrina dell’Incarnazione egli si sia fatto uomo e che formi nella Trinità una cosa sola con il Padre e lo Spirito Santo, poteva significare solo un’apostasia della fede giudaica per coloro che si attenevano a un rigido monoteismo.

“Dal punto di vista degli ebrei Gesù non poteva pertanto essere considerato il Messia né in quanto re di Israele né in quanto salvatore, in quanto colui che porta la salvezza ad ogni uomo. Egli può essere perciò soltanto il Messia dei cristiani”.[25]

Esistevano in seno al giudaismo tre correnti religiose, che si distinguevano anche per il loro diverso atteggiamento riguardo alla venuta del Messia ed alla fine dei tempi: i Sadducei, partito dei sacerdoti e della classe dominante, rifiutavano ogni interpretazione soprannaturale della fine dei tempi messianica; i Farisei, partito dei rabbini e del popolo, conservavano una posizione intermedia tra la concretezza e la speranza di una salvezza finale; il terzo raggruppamento era composto da varie sètte che speculavano su ipotesi apocalittiche. Fra di esse c’erano gli Esseni, il gruppo di Giovanni Battista, i primi Cristiani e altri gruppi. Tutti però erano concordi sul fatto che la venuta del Messia sarà il segno che la fine dei tempi è vicina, sarà preceduta da un periodo di sconvolgimenti e sofferenze che giungeranno al colmo dell’insopportabilità (le “doglie del parto”) e sarà seguita dal giudizio finale di Dio, che riguarderà tutte le generazioni, passate e presenti.
I Cristiani, riprendendo in parte la tradizione farisaica, sosterranno la resurrezione delle anime (rifiutata dai Sadducei, che sostenevano un’adunata finale di anime e corpi in Terrasanta e una pace terrena), “negandola soltanto per chi fosse stato radicalmente malvagio.”[26] Il Messia riedificherà il Tempio, stringerà la Nuova Alleanza con Israele e con tutti i popoli, e la Torah sarà pienamente osservata e abolite saranno le prescrizioni strettamente legate alla cultura. Saulo (poi Paolo) di Tarso è colui che ha condotto a termine il distacco con un ragionamento del genere: “Se Gesù è il Messia (e noi cristiani siamo convinti che lo sia), allora la fine dei tempi è prossima, arriverà presto il momento in cui la Torah sarà osservata spontaneamente da tutti e non sussisteranno più obblighi. Possiamo dunque fare già a meno della Torah.”

Immagine articolo Fucine MuteDue date precise, il 70 d.C. e il 132-135 d.C., segnano il distacco netto e definitivo fra Cristiani ed Ebrei. Sono quelle infatti rispettivamente le date della presa di Gerusalemme, della distruzione del Tempio di Salomone da parte del futuro imperatore Tito (la “delizia del genere umano”[27]) e della Diaspora (dispersione) del popolo ebraico in ogni parte del mondo (70); e della rivolta ebraica di Bar Kokba (132-135), repressa nel sangue e terminata con la distruzione totale di Gerusalemme (da quel momento ribattezzata Aelia Capitolina), seguita dall’interdizione alla città agli Ebrei, dal divieto di osservare il sabato, di praticare la circoncisione e di studiare la Torah.
Il momento più importante fu senza dubbio quello della rivolta del 68-70: il popolo ebraico da allora in poi fu considerato fucina di sobillatori di rivolte contro l’Ordo imperii, e fu nell’interesse dei Cristiani prendere le distanze da chi non era nelle grazie dei conquistatori: l’effetto di questo mutamento di rotta è evidente nella ricerca di protezione dagli alti livelli dell’Impero mediante quei formidabili mezzi di propaganda che sono i Vangeli. Nei Sinottici (Marco, Matteo, Luca), composti tutti attorno a quella data, ma soprattutto in quello di Giovanni, probabilmente molto più tardo degli altri (si pensa sia stato composto attorno al 100 d.C.), i Sacerdoti del Tempio, rappresentati da Caifa, loro portavoce, al momento di giudicare Gesù cercano ogni appiglio per liberarsi di lui, lo spediscono da Pilato per averne una condanna a morte, giacché la legge giudaica non prevedeva la pena capitale. Pilato poi, che la storia conosce bene essere stato un brutale tiranno, si rivela qui pietoso e comprensivo, quasi volenteroso di salvare Gesù dalla condanna ingiusta dei Giudei. Lascia il giudizio alla folla (composta ovviamente in maggioranza di Giudei), che lo condanna preferendogli un ladrone. Si vede bene in quale modo abbastanza meschino si cercò di dimostrare l’estraneità del Cristianesimo all’Ebraismo.

Sarà utile e curioso ricordare che l’Ebraismo, non riconoscendo a Gesù il ruolo di salvatore, e non avendolo riconosciuto a nessuno fino ad oggi, ha avuto nella sua storia diversi personaggi che si sono spacciati per il Messia atteso, portando con sé a volte moltissime persone, salvo poi rivelarsi dei truffatori, ricchi di carisma e capacità oratorie, ma pur sempre truffatori. Fra i più importanti bisogna ricordare Sabbatai (Sabbetai) Zevi (1626-1675), originario di Smirne, in Turchia, che radunò attorno a sé una moltitudine di fedeli propugnando il raggiungimento della santità attraverso il peccato, sostenendo che solo raggiungendo gli abissi si possono liberare scintille di santità dall’anima. Ovviamente era un modo come un altro (lo vediamo anche in alcune sètte moderne), per dare fondamento ad ogni genere di aberrazione morale. In questo caso, comunque, Zevi si proponeva di andare deliberatamente contro ogni precetto ebraico, sostenendo che lui era il Messia e la fine dei tempi era ormai prossima a compiersi. Viaggiò per tutta l’Europa e raggiunse un livello di potenza notevole, raccolse seguiti di folle deliranti, affiancato dal carismatico personaggio di Natan di Gaza, visionario, chiaroveggente e profondo conoscitore della Cabala. Ma urtò i piedi di qualcuno e fu costretto dal Sultano turco a scegliere fra la tortura e la conversione immediata all’Islam. Scelse di convertirsi e così sopravvisse.
Jacob Frank (1726-1791), polacco, superò, se possibile, le dissolutezze di Zevi, predicando il comportamento deliberatamente immorale e la legittimazione dell’inganno: la cosa era credibile perché, come abbiamo visto nel caso di Paolo, al momento della venuta del Messia, la Torah perderebbe la sua validità e ogni regola verrebbe a cadere, pertanto qualsiasi comportamento sarebbe lecito. Anche lui, come Zevi in Turchia, riuscì a mantenere presso la sua residenza (nel suo caso proprio un castello, quello di Offenbach sul Meno) qualcosa di molto simile ad una corte, vivendo nel lusso e nella sregolatezza, limitandosi ad impartire ordini per i suoi “missionari”. In seguito a delle dispute teologiche perse con i Cristiani, lui e i suoi seguaci si convertirono in massa al Cristianesimo: Frank ebbe per padrino addirittura il re di Polonia, cosa che in seguito lo salvò dal rogo come eretico, in quanto sebbene convertito continuava a permettere ogni genere di dissolutezze ai suoi seguaci. Riuscì ad ogni modo a vivere venti anni nel lusso e nell’agiatezza prima di morire nel suo castello, ormai barone von Frank.

IV. Conclusioni

Abbiamo visto come nella concezione ad oggi consolidata, il Messia sia un uomo, designato da Dio in persona, consapevole della sua missione e riconosciuto come guida dagli uomini, cui deve portare la sua Parola. Abbiamo anche esaminato brevemente due vicende di falsi Messia che nella storia degli Ebrei hanno avuto una certa importanza, trascinando dietro sé folle anche ragguardevoli, che pure sembravano soddisfare i requisiti del Messia atteso e profetizzato dall’Antico Testamento; a posteriori, si sono però rivelati dei truffatori e dei voltagabbana, bramosi soltanto di sfruttare i poveracci ed arricchirsi a spese loro e dei potenti che fornivano loro asilo. È il momento di sapere dove possiamo collocare Brian, e di trarre le nostre conclusioni.

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IV.1 Brian Messia controvoglia

Brian Cohen, il personaggio protagonista del nostro film, è completamente agli antipodi di queste figure, e francamente non si capisce come certi gruppi sedicenti religiosi, sicuramente fanatici, abbiano potuto travisare la caratterizzazione del “Messia controvoglia”, nome col quale propongo di battezzare questo curiosa inversione dei ruoli. Qui è la folla che agisce, al contrario dell’uomo che comincia la sua pubblica vita di predicatore[28], imponendo alle folle il suo messaggio, ricercando consenso e discepoli, anche a rischio di sfidare la Legge religiosa e le leggi dello Stato. Brian è fondamentalmente pavido, badante più ai fatti suoi ed al suo diretto ed immediato tornaconto, interessato indubbiamente a ciò che raccontano i tanti profeti dell’epoca, ma totalmente disinteressato ad intraprendere una vita pubblica. Meschinamente ed egoisticamente solitario, antiromano fino al punto di seguire un movimento terroristico (che non farebbe paura a nessuno), ma romano quando si tratta di salvare la pelle dalla certa crocifissione, che comunque arriverà implacabile alla fine, a sancire che la giustizia imperiale è uguale per tutti, profeti falsi e veri. La poca predicazione che fa, la fa male e soltanto per salvarsi al momento, per evitare di essere scoperto dalle guardie. Abbandonato il campo da queste, egli lascia la frase a metà e fa per andarsene, ed è il suo errore fatale. L’ultima cosa che vorrebbe, sono dei seguaci: non si contano le volte che dice ai pressanti fedeli “Leave me alone”, corre per seminarli, e quando riescono tuttavia a metterlo con le spalle al muro, li “benedice” esplicitamente così: ”Now, fuck off”. Dobbiamo continuare?
Dire che è un Anti-Messia, implicherebbe delle sfumature di significato che il personaggio Brian non possiede: non ha niente contro il messianismo, non lo combatte, non predica nemmeno cose totalmente opposte alla, diciamo così, “normale” predicazione dei sovrabbondanti profeti a lui contemporanei. Sembrerebbe piuttosto indifferente all’argomento profeti a dire il vero, l’unica cosa che lo interessa è che i Romani se ne vadano dalla sua terra. Se fosse però un vero estremista, nello stesso tempo non accetterebbe e svolgerebbe un lavoro sotto padrone romano (la vendita di snacks al colosseo). C’è da aggiungere che l’incontro con la stessa organizzazione alla quale poi aderisce, avviene sugli spalti del colosseo, durante la Children’s matinée, o spettacolo per le scuole. Cosa ci facevano lì i membri del gruppo, a discutere di come ribaltare lo Stato imperialista romano? Non era più prudente affrontare certi argomenti in un luogo più appartato, invece che in uno stadio, tra l’altro quasi vuoto, dove ogni mossa è sotto i severi occhi romani? E lì cosa ci facevano, anzi faceva, l’unico membro residuo del concorrente Fronte del Popolo? Viene il dubbio che tutti gradissero lo spettacolo feroce che si consumava all’interno dell’arena: Panem et circenses. L’applauso di Reggie (John Cleese) e dei compagni alla vittoria del contendente in quel momento sfavorito, toglie ogni dubbio sulla serietà delle intenzioni rivoluzionarie, del gruppo e di Brian, e mette al contrario in luce quanto il personaggio di Brian sia in realtà lontano da quello che noi intendiamo oggi come Messia.
Confrontiamo ora il Profeta con l’essenziale rappresentazione che Pasolini ne dà nel suo Il vangelo secondo Matteo: vediamo tutto quello che abbiamo già detto poc’anzi, cioè che il Messia, come lo immaginiamo tutti, è un personaggio rigoroso, severo, anche lui con le sue contraddizioni certamente, in quanto uomo (l’umanità e la sensibilità è uno dei tratti che a Pasolini stava più a cuore rimarcare nella sua pittura di Gesù), ma mai codardo e opportunista come si dimostra Brian quando vuole salvarsi la pelle, come un qualsiasi altro uomo qualunque al posto suo farebbe, cercando di appigliarsi a quanti più alibi trova, arrivando a proclamarsi romano, nonostante volesse compiere un’azione terroristica proprio ai danni della sua “patria”. Uomo, appunto: Brian non è un Messia. È un uomo come tutti gli altri, forse anche peggiore, come dice sua madre alla folla radunata sotto casa sua:

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He’s not the Messiah. He’s a very naughty boy!

Tuttavia, nella bellissima sequenza di scene centrali del film, quando Brian è frainteso e si genera in maniera rapidissima attorno a lui un manipolo d’invasati, poi seguiti da altri “fedeli”, vediamo come sia importante il ruolo della massa che recepisce il messaggio del profeta. Nei vangeli non è messa in risalto quella potente macchina di consenso che è il popolo, né potrebbe davvero esserlo, visto che il favore popolare comincerà a crescere in numero e in importanza soltanto dopo; la possiamo vedere invece in piena opera in film come Jesus Christ Superstar e Tommy, dove le due figure cristologiche al centro della narrazione sono fatte oggetto di venerazione della folla (grazie anche ad un’abile macchinazione dell’entourage del protagonista, nel secondo caso), che in breve tempo le porta alla gloria e al successo, ma altrettanto velocemente le abbassa fino alla distruzione totale, all’annientamento nel momento in cui si rendono scomode o traditrici degli ideali che loro stesse proponevano. Con un calembour, potremmo dire che il Messia non è solo un capo, ma è anche un capro (espiatorio), perché con sé e su di sé porta le speranze di molti oppressi in cerca di liberazione o motivazione, e in caso di fallimento è lui che è punito e la sua condanna funge da espiazione della colpa di averlo seguito di tutti i suoi fedeli. Per Gesù è successo così, dicono i vangeli, e così è successo anche nel caso di molti falsi Messia[29]. Così anche in Cercasi Gesù, dove il protagonista è ridotto al silenzio, confinato in casa di cura, senza possibilità di nuocere, e similmente in Jésus de Montréal, dove il protagonista muore sulla scena come nella realtà.Nel caso di Tommy, la situazione finale è leggermente diversa: la Chiesa di Tommy è distrutta e abbandonata dai fedeli, la madre ed il patrigno vengono uccisi, ma Tommy è ancora vivo e porta il suo genuino messaggio di speranza ancora in giro per il mondo, libero dall’apparato istituzionale attorno a lui, indipendente, semplice. Forse voleva questo essere un richiamo alle Chiese d’ogni confessione, perché tornassero (o tornino?) alla purezza ed alla semplicità originale, e specialmente alla Chiesa Cattolica, la più appesantita di tutte nel campo dei dogmi e dei “condimenti” del nucleo originale della fede. Le aggiunte e gli aggiornamenti, se da un lato possono giovare alla conservazione dell’integrità comunitaria, dall’altro creano pericolose alterazioni, e successive, inevitabili corruzioni di quello che s’intendeva all’inizio: “Codesto è il limite, e il prezzo, dell’immortalità.”[30]
La ricchezza, il denaro: è un aspetto delicato della questione della fondazione delle Chiese, ed esso viene affrontato nei nostri film in maniere affatto diverse. Sappiamo bene il potere che hanno i soldi nella corruzione di anime originariamente benintenzionate, non serve riandare ai vangeli per scoprirlo. È invece nella stessa storia della Chiesa, e nelle sue rappresentazioni (e semplificazioni) all’interno dei film, che si può notare lo stretto rapporto fra arricchimento dell’apparato ecclesiastico e progressiva degradazione dei costumi morali da parte di coloro che dovrebbero, invece, provvedere alla conservazione e trasmissione del messaggio messianico nella sua integrità. È il caso ancora una volta di Tommy, dove in brevi tappe è illustrata la costruzione di una vera e propria multinazionale della salvazione, la Chiesa di Tommy, basata sullo sfruttamento dell’immagine del profeta miracolato e miracolante ai fini dell’arricchimento. In Brian vediamo come in pochi minuti sia illustrata dai Monty Python l’intera progressione[31], efficacemente sottolineata da un continuo movimento e ingrossamento della folla attorno a Brian, dall’origine e dal riconoscimento del Messia, alla creazione di un seguito, alle prime divergenze d’interpretazione dell’ortodossia[32]. Ma anche qui, non è Brian ad arricchirsi, bensì il suo movimento che, fiutando bene l’affare, s’interpone subito come mediatore fra la folla e il Prescelto, organizzando la vita al malcapitato Messia controvoglia, e percependo doni e pagamenti dai devoti fedeli. È indicativo notare come, con opportunismo degno degli sciacalli più in forma, il movimento si trasformi all’occasione in organizzazione religiosa da formazione politica militante e terroristica (nelle intenzioni più che nei fatti), salvo poi ritornare alle origini una volta visto perduto l’elemento martirizzato, e sfumato conseguentemente il ricavo in importanza derivato dalla sua presunta santità. La ricchezza cozza inesorabilmente contro l’idea che noi possiamo avere del Messia: nei vangeli e nella nostra logica i due non possono coesistere. Ben si domandavano i Francescani, all’apparenza ingenuamente, se Gesù avesse posseduto o meno i propri vestiti e gli apostoli i propri poderi[33].

IV.2 Brian Messia moderno

Tuttavia, il merito (se si può chiamare merito un risultato non voluto) di Brian nel film, è ancora una volta un discorso improvvisato alla folla, dove per mandarli via tenta di convincerli che si stanno sbagliando sul suo conto. Le poche parole che la madre gli consente di indirizzare alla folla prima di riprenderlo per un orecchio e chiudere le persiane, sono quanto di più incisivo ci possa essere, per la forza intrinseca delle parole stesse, e per la situazione in cui vengono pronunciate[34]. Cosa c’è di più forte, di più apertamente grottesco di un Messia che lo è contro la sua volontà, che parla ad una folla che lo ha eletto tale e non riesce a vedere che non è che un semplice uomo con mille difetti, e che per salvare la sua meschina ed egoistica pellaccia perché cospiratore ed inseguito, pronuncia un discorso che in poche parole contiene il sunto di quelle che sono state le conquiste intellettuali più importanti degli ultimi, grosso modo, duemila anni? L’individualismo, l’autonomia dell’intelletto, l’abbandono dei pregiudizi; in una parola, la libertà. Quale Messia, domando ora, potrebbe mai aver detto ai suoi seguaci…di non seguire nessuno e di pensare con la propria testa? Soltanto un pensatore solitario dei nostri tempi, degli ultimi cento anni.
Anche questo è un prodotto del metodo di lavoro preferito dai Monty Python, cioè l’accostamento di situazioni antiche e discorsi moderni. Avrebbe dovuto generare sorriso, e lo fa, ma insieme provoca il sorgere di una certa amarezza, non è gioia spensierata, perché frammista ad un sentimento tutto moderno della consapevolezza del fallimento. Ci si domanda, per un attimo inconsapevoli della finzione: ”Sarebbe potuto essere, perché no, uno che parlava come Brian. Sono passati duemila anni, ed ancora non siamo riusciti a liberarci dagli oppressori politici, né da quelli ideologici.”

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IV.3 Individualismo e comunità

L’individualismo che propugna Brian è, come ho già detto, un concetto moderno che s’installa nel background antico del film. Non è però soltanto una contrapposizione fra esso ed il mondo antico in generale, che dovrebbe generare ilarità soltanto per la giustapposizione. L’individualismo qui si oppone al forte spirito di comunità, che sappiamo tutti essere esistito all’epoca, ed esistente a tutt’oggi, sebbene molto affievolito rispetto a tempi passati. In ogni settore della vita esistevano comunità nelle quali gli individui si riunivano e perdevano la loro singolarità a favore di un fortissimo spirito di corpo, famigliare: cominciando dalla comunità consolidata dall’Impero Romano, il quale cercava di rendere partecipi a sé tutte le genti dei territori che conquistava, concedendo ampie autonomie e certe volte anche la cittadinanza. Nonostante questa forte spinta, le stesse genti conquistate tiravano la corda nella direzione opposta, affermando fortemente la loro differenza dall’oppressore, e l’identità al loro interno. “I Farisei separati dai Sadducei”, grida qualcuno sulla croce nella scena finale del film. L’appartenenza ad un gruppo era sentita molto più allora di adesso, perché la vita di una persona poteva essere soltanto vita pubblica, e gli eremiti, o coloro che si esiliavano volontariamente dalla vita civile, erano visti di mal’occhio. Aristotele, secoli prima dell’Impero Romano, affermava che “l’uomo è un animale sociale”, e Atene e Sparta, pur parlando la stessa lingua, si combattevano.
Se la società era una comunità, ed esserne esclusi significava essere esclusi da tutto il vivere civile, non meno importante era la comunità religiosa. Essere esclusi da questa, allo stesso modo che dalla società, significava dare le dimissioni dalla considerazione della gente che, se appunto la vita si svolgeva quasi esclusivamente all’interno di comunità, con la sua opinione aveva un peso considerevole nei pensieri del singolo, poiché vivere in una comunità molto solidale, ha tra le sue implicazioni il tenere in alta considerazione il pensiero dei membri confratelli. In un tessuto dalle maglie così fitte, la vera rivoluzione poteva essere soltanto spronare ad agire individualmente, rinnegando il sistema di valori accettato unanimemente e venendo emarginati per la propria ideologia. Ecco che ora il legame con Gesù improvvisamente viene a galla, ma è esattamente il contrario di ciò che si aspettavano i timorosi e bigotti gruppi di pressione (pseduo-)religiosi.
Il vero messaggio, la vera forza che emerge dal film, a dispetto della pusillanimità del personaggio, o forse proprio perché la sua meschinità, al cospetto di un seguito oceanico di fedeli ottusi e incapaci di pensare da sé, diventa improvvisamente saggezza esaltata dal contrasto, trae la forza alla stessa maniera dei discorsi di Gesù al popolo, mentre sprona a lasciare le proprie famiglie e ad abbandonare le proprie tradizioni per seguirlo, perché la sua via è quella giusta ed ogni sofferenza patita a causa di questa rottura da lui provocata, sarà degnamente ricompensata nell’aldilà. Più prosaicamente, se gli uomini della folla imbelle dei seguaci seguissero davvero ciò che ha detto Brian, otterrebbero probabilmente discredito presso la propria comunità, piccola o grande che sia, e ne sarebbero allontanati, banditi come traditori o miscredenti, ma per ricompensa otterrebbero la liberazione delle loro menti, l’autonomia di pensiero, la libertà individuale. Un concetto moderno, inapplicabile in quei tempi. Dovremmo sorridere per l’anacronismo, ma pensiamo che ancora oggi non si è del tutto realizzato.

fine

Note


[1] Roy Kinnard, Tim Davis, Divine Images. A History Of Jesus On The Screen, Citadel Press, New York, Carol Publishing Corp., 1992, p.19.


[2] Considero qui scontato che un atea/agnostico sia una persona che si è posta il problema se credere e cosa credere, e sia giunta alla sua conclusione dopo un esame interiore: è dunque una persona che con la fede ha avuto a che fare, anche se solo per opporvisi.


[3] Roy Kinnard, Tim Davis, Divine Images. A History Of Jesus On The Screen, cit., p.19.


[4] Matteo, X, 34-37.


[5] Lloyd Baugh, Imaging the Divine. Jesus and Christ-Figures in Film, cit., pag. 95.


[6] Lloyd Baugh, Imaging the Divine. Jesus and Christ-Figures in Film, cit., pag. 97.


[7] Lloyd Baugh, Imaging the Divine. Jesus and Christ-Figures in Film, cit., pag. 102.


[8] Matteo, XXI, 4-5 (l’asina); Matteo, XXI, 12-13 (cacciata dei mercanti) .


[9] “One of the mistaken impressions many people have of Pasolini’s Jesus is that he never, or hardly ever, smiles.” Lloyd Baugh, Imaging the Divine. Jesus and Christ-Figures in Film, cit., pag. 103.


[10] Lloyd Baugh, Imaging the Divine. Jesus and Christ-Figures in Film, cit., pagg. 39-40.


[11] Bert Reisfeld, Norman Jewison talks to Bert Reisfeld about “Jesus Christ Superstar”, Photoplay (G.B.), v.24, n.4 (Aprile 1973), pag. 26, citato in Lloyd Baugh, Imaging the Divine. Jesus and Christ-Figures in Film, cit., pag. 36. Per un chiarimento del concetto di pastiche, v. II.2 Le figure, pag. 82. Per una trattazione più completa, rimando al chiaro e ampio studio di G.Genette, Palinsesti. La letteratura al secondo grado, cit., pagg. 3-36 per la definizione, e pagg. 79-184 per la trattazione completa del tipo.


[12] Polemica neanche tanto velata contro la redditività delle attività editoriali a carattere religioso: mi vengono in mente le edizioni Paoline.


[13] Mi sembra pertinente la citazione da Matteo,IV, 8-9: “Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: ‘Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai.’ ”


[14] Nathan Peter Levinson, Il Messia nel pensiero ebraico, Roma, Città Nuova, 1997, pag. 13.


[15] Elio Toaff con Alain Elkann, Il Messia e gli Ebrei, Milano, Bompiani, 1998, pag. 11.


[16] Ibidem, pagg. 26-27.


[17] Ibidem, pag. 11.


[18] Nathan Peter Levinson, Il Messia nel pensiero ebraico, cit., pagg. 13-14.


[19] “La caratteristica fondamentale del futuro tempo messianico è il concetto di shalom, pace. Il termine, secondo la sua radice ebraica, significa “compimento”. Esso non fa riferimento a un tentativo di evitare o superare le guerre, quanto piuttosto ad una situazione di armonia e perfezione.” Nathan Peter Levinson, Il Messia nel pensiero ebraico, cit., pag. 15.


[20] evinson rimanda a un passo del profeta Isaia (58, 6-7 e 9-10), dove afferma che l’epoca di pace sarà possibile soltanto dopo aver rotto i gioghi e le oppressioni, e dopo che gli uomini diventeranno solidali con i loro simili oppressi e così li avranno liberati.


[2] Elio Toaff con Alain Elkann, Il Messia e gli Ebrei, cit., pag. 35.


[22] Rabbi, come è chiamato più volte nei vangeli, in ebraico significa appunto “Maestro” (sottinteso, “della Torah”, la Legge ebraica).


[23] Non dimentichiamo che se nel canone sono stati inclusi solo quattro vangeli, fuori del canone, e perciò considerati apocrifi, ne contiamo, secondo le fonti, da trentacinque a quasi cento. Cfr. Adel Smith, 500 errori nella Bibbia, Roma, Edizioni Alethes, 2003, pag. 94, nota 65.


[24] Nathan Peter Levinson, Il Messia nel pensiero ebraico, cit., pag. 20 (entrambe le citazioni).


[25] Ibidem, pagg. 40-41.


[26] Ibidem, pag. 28.


[27] “Titus, […], amor ac deliciae generis humani”, Svetonio, Vite dei Cesari, Roma, Newton Compton, 1995, pag. 478.


[28] Al tempo di Gesù in Palestina non si potevano avere incarichi nella vita pubblica (in special modo non era consentita la predicazione) prima dei trent’anni.


[29] Non così è stato per i due più famosi e furbi falsi Messia ebraici, Sabbatai (Sabbetai) Zevi e Jacob Frank, che se la sono cavata grazie ad alte, altissime protezioni politiche, e hanno evitato la giusta punizione per aver buggerato fiumane di gente ingenua accorsa per prestar loro orecchio e fede. V. in III.4 L’attesa messianica tra Ebraismo e Cristianesimo, pagg. 156-157.


[30] Indiana Jones e l’ultima crociata: all’interno del tempio, il Cavaliere custode del Graal rammenta ad Indiana Jones che la Coppa dell’immortalità, che lui ha scelto correttamente in mezzo a tante altre, evitando così la disintegrazione come l’esaltato filonazista Walter Donovan, non può oltrepassare il Grande Sigillo nell’atrio del Tempio stesso e quindi essere portata a spasso per il mondo.


[31] “[…] The mob following Brian divides itself into shoe, sandal and gourd factions (which the Pythons refer to as the “entire history of religion” in two minutes).” Kim “Howard” Johnson, The first 28 years of Monty Python, cit., pag. 233.


[32] Anche all’interno della Chiesa Cristiana le prime divergenze avvennero assai presto. Ricordiamo che il primo scisma fu quello operato dal vescovo di Numidia, Donato (e perciò chiamato scisma donatista), contro il quale intervenne Costantino I, già nel 312 d.C. Contemporaneamente, in Oriente sorgeva anche il movimento di Ario, bollato come eretico dal primo Concilio Ecumenico a Nicea, nel 325 d.C., voluto sempre dallo stesso Imperatore.


[33] Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980, pag. 339 (“Quinto giorno. Prima”).


[34] Ancora una volta, se ce n’era bisogno, emerge l’importanza della combinazione immagine-parola nel cinema, combinazione che le altre arti non possiedono e che fa del cinema un mezzo d’espressione completo.

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