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Cinema

Piero Sanna

Destinazione Sardegna

Piero SannaAbbiamo incontrato, in occasione del Festival di Maremetraggio, Piero Sanna, Brigadiere dei Carabinieri e regista de La destinazione, un film delicato e realista dai contenuti difficili che si è aggiudicato all’unanimità il Premio Ippocampo per il migliore lungometraggio.

Serena Smeragliuolo (SS): Ci può parlare del suo incontro con la regia, della sua formazione, della “scuola” cinematografica di Olmi, e del perché un brigadiere diventa regista?

Piero Sanna (PS): Non ho fatto una scuola di regia, nel modo più assoluto. Sono un autodidatta in tutto e per tutto. Ho avuto la fortuna di conoscere Ermanno Olmi, un incontro molto importante per me, a livello umano — tutto quello che lui faceva mi serviva per maturare — perché vedevo in lui una grande persona. Quindi, non è che io volessi fare il regista, però mi piaceva comunicare per immagini, e per poter raccontare le storie attraverso le immagini avevo il bisogno di impadronirmi di un mezzo di comunicazione che è la macchina da presa. Poi ho voluto anche scrivere la sceneggiatura e girare il film. Al principio non avrei pensato di diventare regista, ma poi mi ci sono ritrovato.

SS: E come coniuga la professione del regista con quella del carabiniere?

PS: Per quello che riguarda questo film — perché non è che io volessi fare del cinema — ero abbastanza tranquillo e sicuro perché era una cosa che partiva dal cuore più che dalla testa.
Però poi ho fatto molta fatica a confrontarmi con l’ambiente del cinema perché non ne capivo il linguaggio e quest’aspetto per me effettivamente è stato un handicap: non conoscendo bene il cinema ho trovato un mare di difficoltà, però la mia forza e la mia testardaggine mi hanno aiutato tantissimo a credere profondamente in questo film, nei valori di questa storia, e così piano piano sono riuscito a portarlo a casa.

Immagine articolo Fucine Mute

SS: Il film racconta la storia di Emilio, un giovane disoccupato che si arruola nell’Arma e della sua prima destinazione che lo porterà in un mondo diverso — fuori dal mondo — come dice un personaggio. In questa terra, c’è lo scontro tra le regole dello Stato e quelle del luogo. Il finale è piuttosto amaro, la giustizia dello Stato ne esce sconfitta. Come è stato da carabiniere affrontare questo tema? Perché la scelta di trattare il tema sulla sconfitta della giustizia? Invece, alla televisione vediamo spesso il carabiniere-eroe che risolve ogni problema…

PS: La figura del carabiniere e la scelta di ambientare il film in Sardegna sono un pretesto. Mi sono servito di queste realtà perché le conosco molto bene: io sono sardo e la Sardegna mi appartiene e poi sono anche un carabiniere, conosco bene l’Arma, anche se non si finisce mai di conoscerla. Questa conoscenza mi ha aiutato moltissimo a raccontare la storia. Quando dico “pretesto” mi riferisco ad un qualcosa che mi stava molto a cuore e che mi ha permesso di capire — io per primo, per poi trasmetterlo anche agli altri — il disagio sociale dei giovani che non hanno punti di riferimento come la scuola o la famiglia. Questo tema mi interessava molto.
Ho pensato di prendere un personaggio che fa parte di una grande istituzione come l’Arma dei Carabinieri e di mandarlo in giro in una realtà, quella della Barbagia, diversa ed atipica rispetto alle altre zone della Sardegna, un’isola che si conosce solo a livello turistico, ma che nasconde realtà e culture che a mio parere vale la pena conoscere ed esplorare. Mi è servito inserire questo personaggio, il carabiniere, in una cultura piuttosto complessa come quella sarda.
Sembra che in Sardegna sia difficile gestire l’ordine e la giustizia e, in effetti, non è facile, bisogna dirlo, proprio perché forse noi sardi siamo un po’ prevenuti con le persone che vengono da fuori. È un fatto assodato: in noi c’è una certa diffidenza. Ma non è che le nostre famiglie ci insegnino la chiusura o il vedere i carabinieri in una certa maniera: il sardo ama il carabiniere che persegue la giustizia dello Stato e lo aiuta quando può, però poi, quando si trova di fronte all’ingiustizia, si ferma a riflettere e smette di collaborare. Questa è la ragione di fondo dell’inserimento di questo personaggio in una realtà sicuramente un po’ anomala rispetto alle rappresentazioni che siamo abituati a vedere in televisione; non so fino a che punto la figura del carabiniere che vediamo nelle fiction — anche se sono prodotti girati e scritti bene — ci appartenga. Il carabiniere non è fatto in quel modo, è piuttosto uno che parla poco e ascolta molto, non è carico di esibizionismo gratuito: sa che il suo lavoro è difficile, che richiede tanto impegno ed è come una missione. Almeno così io la vedo e comunque ciò è quanto ci viene insegnato.

Immagine articolo Fucine Mute

SS: Nel film c’è una scena in cui un istruttore chiede ad un giovane carabiniere quale sia il suo senso di responsabilità. Le faccio la stessa domanda: ha sentito su di sé la responsabilità di raccontare questa storia?

PS: Sì. È importantissimo. Bisogna essere onesti con se stessi e con gli altri, non si può ingannare la gente. Quando ci si trova ad affrontare una determinata situazione che non corrisponde al vero si creano molti problemi. È più facile affrontare la verità piuttosto che il raggiro che non porta mai del bene. Quindi dico che bisogna essere orgogliosi di rappresentare questi principi.
Il film è una ricerca della propria identità: ci impone di chiederci chi siamo, cosa vogliano e dove vogliamo andare. La destinazione non è geografica, ma si riferisce al percorso che si compie nella ricerca della propria identità. Noi oggi calpestiamo la ricerca dei valori, abbiamo molte cose che non sappiamo apprezzare.
Fermiamoci a riflettere e in questo modo potremo risolvere i nostri problemi. In particolare io non credo che i giovani debbano cercare il “posto” di lavoro, in quanto tale. È solo il lavoro che ti gratifica, che ti aiuta a vivere… il film voleva essere in questo senso anche una spinta ed una provocazione per i giovani (il protagonista del film si arruola nell’Arma solo perché disoccupato, ndr). L’Arma non offre banalmente un impiego, ma un lavoro certamente difficile, non meno di tanti altri

SS: Dal punto di vista formale, lei narra la storia attraverso un linguaggio semplice. Il film più che fatto di dialoghi e di parole, sembra fatto di immagini, di una bella colonna sonora ma soprattutto di silenzi. Perché questa scelta?

PS: È una scelta che appartiene a noi sardi e anche all’Arma: per comunicare non abbiamo bisogno di tante parole. Quindi ho pensato che fosse meglio affrontare questa realtà restando nella semplicità delle cose. Quei silenzi, quei movimenti, non sono furberie cinematografiche, ci appartengono, fanno parte di noi. Falsarle significava sconvolgere la storia. I personaggi, a parte pochi attori professionisti che vengono più dal teatro che dal cinema, sono interpretati dalla gente del luogo a cui ho chiesto di entrare nel personaggio facendo emergere, attraverso la macchina da presa, ciò che essi sentivano dentro. L’immagine per me è importante, fondamentale.

SS: A proposito degli attori. Il suo film, lo ricordiamo, è di tradizione neorealista: veridicità degli ambienti, delle situazioni, la luce naturale, la scelta di attori non professionisti. Come è stato il rapporto con gli attori, come è riuscito a comunicare quello che voleva, soprattutto pensando che gli attori provenivano da un paese sardo e si portavano dentro tutta la diffidenza insita nella loro cultura?

PS: La scelta degli attori è stata per me molto importante: me li sono cercati uno per uno. Ma non è che dicevo loro: “Devo fare un film, vuoi fare l’attore?”, perché mi avrebbero riso in faccia pensando ad un carabiniere che fa il regista. Mi astenevo persino dal presentarmi e nel frattempo li studiavo e li provocavo un po’ sapendo già quello che volevo ottenere dai personaggi che avrebbero interpretato. Studiavo le loro reazioni emotive e poi, piano piano, affrontavo l’argomento dicendo: “Sai, ho intenzione di fare un film, cosa ne pensi, mi puoi dare una mano? Sto raccontando una storia che ci appartiene, sulla Sardegna…”. Non è che lì per lì fossero molto entusiasti. Ma il vero problema nasceva quando dovevo assegnare loro un personaggio: ho fatto molta fatica a farli indossare la divisa da carabiniere perché tutti volevano fare i banditi!

Immagine articolo Fucine Mute

SS: Pensando al suo film mi chiedo se sente qualche legame con la letteratura di Leonardo Sciascia…

PS: Leonardo Sciascia è Leonardo Sciascia, io non c’entro nulla con lui. Però lui era un grande ed era uno scrittore molto profondo perché sapeva scavare nell’anima della gente. Mi è rimasto dentro il film tratto dal suo Il giorno della civetta, anche perché è stato girato molto bene. Lui era bravissimo perché ha saputo descrivere le emozioni e il vissuto dei personaggi dell’Arma dei Carabinieri.

SS: Questo film può essere letto in molti modi, oltre al tema del banditismo sardo, emergono altri temi, altri valori, quali la giustizia, la disoccupazione giovanile, la ricerca dell’ordine e della disciplina, il senso di disagio nei giovani, la ricerca d’identità. Inoltre vorrei parlasse anche della sua dimensione temporale, mi riferisco per esempio all’uso del treno a vapore che porterà il protagonista alla sua destinazione.

PS: Sì, il film può dare la sensazione di essere un film del passato. È stata una mia scelta, ho fatto un film sospeso nel tempo che può essere di ieri, oggi o domani. Non mi interessava far vedere ciò che la Sardegnaggi è oggi. Mi interessava l’uomo, l’ambiente e la natura. Ho voluto collocare questa storia e i suoi personaggi dentro quella realtà: ed era la cosa che mi stava più a cuore.
Poi, certo, entravo e uscivo dalla realtà facendo lo spettacolo, il cinema; però alla fine posso dire che ho documentato la realtà anche perché mi sono servito di attori non professionisti. Perché se la storia non era vera, almeno doveva apparire veritiera. La sentivo in questo modo e diversamente non sarei stato capace di girarla. Poi, forse non sarei riuscito a dirigere attori professionisti: mi spaventava chiamarli, anche se per certi ruoli alcuni mi sarebbero andati bene. Ho scelto gente come me, e questo mi ha aiutato moltissimo a raccontare una realtà, se non vera, almeno veritiera.
Il film lancia molte provocazioni, e neanche per la stessa Arma risulta molto celebrativo: ma anche questa è una realtà che ci appartiene. Volevo che questo film scuotesse la coscienza della gente, anche in Sardegna, facendo riflettere sui valori insiti nella storia, ma per ottenere tutto questo dovevo andare dritto al cuore delle cose, in modo diretto.
C’è una frase nel finale che in molti mi hanno contestato dicendomi che i sardi non sono dei servi. Certo che non lo siamo, noi siamo ubbidienti ma non servili. Però siamo servi dei nostri pregiudizi, degli egoismi, delle gelosie e delle nostre invidie: non potremo andare da nessuna parte se non ce le scrolliamo di dosso. Quindi non dobbiamo lamentarci, ma riflettere.
Per quel che riguarda i temi legati ai giovani, come dicevo prima, non serve a nulla andare alla ricerca del posto ma è solo il lavoro che bisogna trovare, perché gratifica, aiuta a vivere e a migliorarsi nel riscatto da ciò che la generazione precedente ha riservato.
Oggi i giovani sono riflesso e risultato di quella che è stata la nostra educazione, noi non li abbiamo abituati — non dico a soffrire — ma a prendersi la responsabilità che va assunta a qualsiasi età. Secondo me i giovani hanno assimilato le paure e le insicurezze che ora li fanno fuggire o nascondersi. Allora io dico che è necessario affrontare le cose, senza la paura di ottenere ciò in cui crediamo. Poi, se non sarà subito, avverrà dopo… però alla fine se si riesce ad ottenere ciò che desideriamo, ci sarà una grande soddisfazione. Questo era il messaggio che ho voluto dare ai giovani: “Il non arrendersi mai”.

Immagine articolo Fucine Mute

SS: Qual è la sua prossima destinazione ovvero quali sono i suoi progetti cinematografici?

PS: Io non mi aspettavo tanto interesse attorno a questo film, tanto che pensavo sarebbe passato in sordina e invece pare che qualche cosa di buono l’abbia pur imbroccata, facendo riflettere su tutte le tematiche della storia.
All’inizio non ci pensavo minimamente, anche perché mi è costato tanta fatica fare questo film. E poi fare sia il carabiniere sia il regista non è mica facile, nel modo più assoluto, se non altro perché ci vuole il tempo che io non ho. La fatica non mi fa paura, però sorgono molte complicazioni e allora bisogna che la mente sia libera per fare al meglio tutte le cose.
Devo dire che, se avrò fortuna, mi piacerebbe fare un altro film, non è facile, però ci tento con molta umiltà e se qualcuno ha voglia di venirmi a dare una mano, magari metterò in cantiere ancora qualche altra cosa.

SS: Ieri in sala qualcuno ha detto: “Questo signore deve smettere di fare il carabiniere e incominciare a fare il regista a tempo pieno!”.

PS: No, io faccio il carabiniere. Mi sento più un carabiniere che ha fatto un film che un regista che fa il carabiniere. Per fare il regista bisogna avere una preparazione, una certa cultura che io non ho e non è facile, e poi ci vuole molto impegno e delle possibilità diverse dalle mie. Quindi, non so… se mi chiamano regista mi mettono in imbarazzo!

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