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Arte

Pop Art Italia 1958-1968

Claudio Cintoli, Grande Aperitivo, 1964, olio su tela, cm 114x145Le nostre normali giornate, le nostre case, le strade quando usciamo, gli oggetti che tocchiamo, compriamo, consumiamo, personalità di ogni angolo del mondo, gli indumenti come i cibi come le informazioni e tutto ciò che consideriamo “normale” perché non è nient’altro che la realtà più scontata, è in gran parte fatto di immagini.
Fin qui nulla di strano, fin quando non si è avvertito e capito che si poteva fare arte non solo con la riconosciuta potenza dell’immagine, ma con la sua quantità direttamente traducibile in confidenza, familiarità, ovvero POPolarità.
Il sistema socioeconomico capitalista concepisce il raggiungimento del benessere umano attraverso la comodità data da una miriade di oggetti che suppliscano alle nostre fatiche secolari, il cui punto di partenza e il motore di tutto è la produzione e la vendita continua e massiccia di sempre nuove cose da poter acquistare; il medium, ( un “combustibile”, almeno questo, sempre rinnovabile… che non inquina l’aria bensì i cervelli), grande per acutezza e per ferocia, è la Pubblicità che infatti si abbiglia di immagini al negozio delle moderne tecniche di riproducibilità.
La Pop Art dagli USA all’Italia, passando per l’Inghilterra, ha capito come l’uomo moderno non potesse più prescindere dalla convivenza serrata con questa tempesta di immagini e oggetti nuovi, assedianti ed efficaci a tal punto da divenire in mano all’artista una vera e propria iconografia della contemporaneità, un linguaggio finalmente comprensibile a tutti proprio perché utilizza l’alfabeto (imposto?) della gente che si sta abituando a nuove forme e nuovi colori, nuove città e paesaggi, nuovi idoli di un nuovo life style che l’art pop ha saputo sfruttare con ironia ma anche documentare storicamente.

Il decennio 1958-1968 caratterizza il titolo della mostra Pop Art Italia 1958-1968 e le opere esposte a Modena alla Galleria Civica, fino al 3 luglio 2005, a cura di Walter Guadagnino e Luca Massimo Barbero, ottimo catalogo Silvana Editoriale; dopo il successo sempre modenese della UK POP, si inquadra con precisione l’inizio e la fine dell’avventura POP di un’Italia che si risolleva con determinazione dalla guerra e conosce il rapido boom economico modellato sugli esempi anglosassoni, esempi anche artistici celebrati nella famosa Biennale veneziana del ’64 che vide il successo di Rauschemberg, fino alla contestazione del’68 che ne introdusse il rapido crepuscolo ultimato nel disincanto degl’anni di piombo.
Quotidianamente usiamo quell’oggetto con la marca bene in vista stampata a colori vivi, sfogliamo riviste di ogni tipo, squilla il telefono e abbassiamo il volume del televisore acceso sulla celebre soap opera mentre gli elettrodomestici da bravi, si sanno arrangiare al suono dell’ultima hit: questo scandisce la nostra vita, questo da forma al “nuovo” mondo contemporaneo, ci indica i gusti nel cibo e nel vestiario, ci aiuta a sopportare la vita con altri nuovi idoli, cinematografici e musicali, questo è il mondo in cui vive la moltitudine contemporanea e da questo enorme calderone di effigi a cui tutti attingiamo, in buona parte degl’anni ’50 e 60 si è ricavata arte quanto mai “realistica”.
La Pop Art riceve la sua linfa direttamente da precisi costumi sociali condivisi e massificati, vive e respira entro lo stesso universo collettivo, entra ed esce a suo piacere dalle case della gente accompagnandola poi a fare acquisti, con il pregio di una sottile mancanza di retorica: non critica esplicitamente in senso negativo le icone di cui si fa carico, né punta il dito contro la persona gaiamente immersa in una commercializzazione del vivere, (questo lo facciamo noi, a distanza di anni e palesi conseguenze), ma appare come una constatazione adatta a comprendere e far comprendere l’innegabilità di un cambiamento nel modo di vivere, senza ottimismo o pessimismo, ma con l’intelligenza efficace del sarcasmo, della dissacrazione nel ridicolo, con lo schiaffo di fare arte con la “bassa” cultura del POPolo attraverso i concetti di moltiplicazione industriale, accentuando i già esasperanti colori, imitando gli slogan entrati per generazioni nel parlato quotidiano, distillando dai luoghi comuni contemporanei altri luoghi comuni che almeno si identifichino come arte.
Prorompendo dal suo contrario, dal magma della pittura Informale che annulla ogni considerazione dell’oggetto, la Pop Art dalla metà degl’anni ’50 reagisce riportando l’oggetto a protagonista della rappresentazione, l’oggetto tout court che si adopera e si espone nella forza della sua presenza fisica o si rappresenta nella comunicabilità diffusa della sua immagine pubblicitaria.
Si sono volute identificare, più per constatazione che per marcare contrapposizioni, le principali città in cui il fenomeno è sbocciato, Roma, destinazione delle proposte statunitensi, Bologna, Torino e Milano, maggiormente aperte alle iniziative d’oltralpe.
Le opere sono disposte entro sezioni tematiche, l’accoglienza spetta a I prodromi, ovvero le opere che precedono ed introducono ad una coscienza artistica Pop; Gianni Bertini propose già nel 1949, memore degli slanci d’avanguardia, un olio su cartone dal titolo Tre! in cui si ritrae il numero come una palla da biliardo sovrastata da un grande punto esclamativo verde.

Mimmo Rotella. Il punto e mezzo, 1962Sul finire degl’anni ’50 l’azione innescata all’estero dà i primi fecondi risultati nei due autori considerabili come gli iniziatori della corrente Pop italiana, (alla stregua di Rauschenberg o Hamilton tanto per interderci), Enrico Baj, campione di ironia surreale ma pieno anche di un sarcasmo tagliente, e Mimmo Rotella che inizia i suoi famosi décollages, già a metà degl’anni ’50.
Di Baj nei Prodromi sono presenti L’invasion de la Suisse (Ultracorpo in Svizzera), 1959, ovvero un quadretto da osteria trovato ready-made con un banalissimo paesaggio alpino, a cui incolla sopra un enorme alieno rettangolare di ovatta, l’ultracorpo forse in rilassante vacanza, dipinto di verde; inoltre due tele con nudi di donna molto realistici e sensuali, accompagnate e corteggiate dai grotteschi ultracorpi, spasimanti alieni fatti di strati di pittura verde con inserti di vetri colorati a simularne occhi e denti su facce squadrate; Ubu, 1961, è un’interessante collage di stoffe damascate ed oggetti, decorativo ed equilibrato.
Rotella con i décollages Scotch Brand e Le cachet, 1960, in cui mantiene ancora piuttosto stabile la visibilità del manifesto in superficie, riesce ad dare, tramite una capacità compositiva pittorica e raffinata, lo stesso piacere ottico e sentimentale di un grande dipinto.
I temi Miti di oggi e Miti di ieri non sono opposti come principio perché la Pop Art nel suo voler essere sempre moderna è riuscita a rendere contemporanei gli oggetti della storia.
I miti di oggi sono le marche dei prodotti, personaggi famosi condivisi con l’ambiente americano come Kennedy o Marilyn e i miti di ieri sono più che mai riconosciuti nell’oggi attraverso la superficialità della conoscenza di massa, quella più a portata di mano, quella realmente “tangibile” delle riproduzioni.
Il Colosseo non è solo il monumento ma è tutta la sua riproduzione, la cartolina è il Colosseo ed anche il poster èla Cappella Sistina; esistono tanti monumenti quanto sono moltiplicati in immagini dal potere mediatico enorme, e la Pop utilizza proprio queste, le rispetta ma ci gioca mostrandole come simulacri vuoti, o eventualmente come supporti pittorici, senza critiche apparenti e senza rimpianti.
L’arte antica non perde per questo il suo reale significato storico e qualitativo, ma ne assume un altro, quello stesso ri-significato che fa conoscere Michelangelo più di quanto non lo fosse nel suo secolo, in ogni angolo del mondo.
Un nuovo “dovere” è esploso grazie alla possibilità di spostarsi, il turismo di massa genera un patrimonio che non è più quello culturale che ha creato gli oggetti ma la moderna occasione di rendere visita alle cose, di consumarle attratti dall’involucro, di acquistarle in mille diverse versioni al negozio dei souvenir per poi trovare un proprio migliore spazio espositivo magari sullo sportello del frigorifero.
Artisticamente il processo si traduce in un citazionismo meditato, divertito e colorato, secondo me estremamente fecondo di considerazioni; menziono Tano Festa e l’artista del legno Mario Ceroli, le sue Figure sulla scala, 1965, non può non ricordarmi, bloccato, il Nudo che scende la scale di Duchamp.
Che cosa rende la case di oggi così differenti, così attraenti?, (titolo della famosa opera di Hamilton in cui compare la parola “Pop”), raggruppa una serie di opere che scaturiscono da questo interrogativo primario per l’ispirazione pop, interrogativo per nulla retorico se si pensa al cambiamento avvenuto nelle case italiane con la comparsa degli elettrodomestici, del telefono e del televisore, in abitazioni rimaste pressoché immutate per tanto tempo.
È nella casa che si manifesta la massima esuberanza del nuovo, pur mantenendo un’ossatura tradizionale, magari obsoleta, su cui si sovrappone un gusto moderno che è “mancanza di gusto”, il Kitsch, preso di mira dalla divertita esasperazione artistica.
Tano Festa decontestualizza una Persiana n. 5, 1962, ormai oggetto superato degno di un ricordo museale; Fabio Mauri forse inconsapevolmente per l’anno 1962, ha scherzato con il fuoco con le due tempere Schermo con pubblico e Disegno schermo fine, due sintetici teleschermi in bianco e nero, il primo con la presenza del “pubblico” ovvero l’accenno a due mani strettamente aggrappate allo schermo nero a simularne la ben nota dipendenza, il secondo con la sola emblematica presenza della parola FINE, così comune al termine di ogni film, ma sempre drammaticamente evocativa di Altro.

Gianni Ruffi Mare a Dondolo, 1967 acrilici su legno cm 170x220x50Poetico Il letto, 1966, di Cesare Tacchi, il colore si sovrappone ai disegni della stoffa ritraendo un nudo di donna letteralmente “floreale”, mentre crea un “marchio registrato” con la Sedia Marilyn, 1966, quasi nuova marca d’arredamenti.
Dittico, 1962, è uno dei famosi quadri specchianti di Pistoletto, mi basta dire che per l’autore la prima vera esperienza figurativa di un uomo è quando riconosce la propria immagine allo specchio.
Lo stesso discorso affrontato per la confidenza non con le opere d’arte, ma con la loro riproducibilità, vale per la Natura, il paesaggio di natura e artificio: Schifano e Barni sanno essere veri e propri paesaggisti contemporanei, infatti non ci mostrano la natura com’è ma come la vediamo in genere, cioè attraverso il filtro fotografico o percepita relativamente agl’innesti artificiali, i cartelli stradali, le luci al neon, i fabbricati disseminati nelle campagne.
Non ci si addentra più nella natura ma al tempo stesso si conoscono le immagini di ambienti naturali di tutto il mondo.
Lasciatemi divertire è l’imperativo che conclude la mostra e riassume molto dello spirito pop, surreale e dadaista, desideroso di una sana leggerezza d’animo dopo le imposizioni dell’arte di regime e la profondità dell’informale; dall’”enigmistico” Aldo Mondino, alla geniale infanzia degli amabili mostri in meccano di Baj, fino al concettualismo spiritoso di Gianni Ruffi con Mare a dondolo, 1967, un’enorme onda di legno colorata di mare pronta ad oscillare su e giù come il moto ondoso della sedia a dondolo e, Un bel tuffo, 1967, installazione che imita una piscina caleidoscopica di colori agitati dal tuffo appena avvenuto, mentre un trampolino “triplice” porta ancora le vibrazioni del salto.
Personalmente ho riconfermato la conclusione di quanto siano penetranti in tutte le manifestazioni artistiche l’ironia, il gioco, il sarcasmo come giudizi estremamente critici di una realtà.
È un ossimoro che si vanta di contrastare ciò che non condivide con il coraggio del contrario.

Pop Art Italia 1958-1968

Dal 17 aprile 2005 al 3 luglio 2005


Palazzo Santa Margherita e Palazzina dei Giardini, Modena.


info e contatti
http://www.comune.modena.it/galleria/2005/popart/

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