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Musica

Bish Bosch, le bizzarrie sonore del Sig. Walker

Copertina Bish BoschA volte ci sono personaggi che escono da tutte le categorizzazioni e rompono quello schema ormai fossilizzato, ma ahimè sempre valido, per cui l’artista quando si avvicina a fine carriera, o è stato baciato dal successo e continua a fotocopiare i propri dischi per darli in pasto ad una audience che ‘sente’ e non ‘ascolta’, oppure, se non è riuscito a vendere in passato, smette di creare e si auto relega in un triste oblio, dal quale può uscire per qualche inutile comparsata live.
Ovviamente ci sono delle eccezioni e fra coloro che hanno avuto successo ma non si sono seduti sugli allori, mi sovviene ad esempio Peter Gabriel, che nonostante la fama non ha mai rinunciato a mettersi in gioco e a sperimentare, coinvolgendo in tal senso anche le giovani band che hanno lavorato con lui.

Poi ci sono le mosche bianche, coloro la cui parabola artistica è così bizzarra da risultare quasi incomprensibile. È il caso di Scott Walker, che da gaudente teen idol con i Walker Borthers, si è trasformato in uno dei più oscuri e complessi cerimonieri della musica d’avanguardia.
Va però detto che Mr. Walker ha sempre avuto atteggiamenti e caratteristiche non in linea con il personaggio che interpretava. Innanzitutto la passione per Jacques Brel, cantautore francese non certo da annoverare nella categoria easy listening e di cui ha interpretato diversi pezzi. Successivamente assistiamo al suo progressivo spostarsi verso composizioni più cantautoriali, spesso provocatorie, che già delineavano quello che sarebbe accaduto di lì a qualche anno. E poi la sua voce, lontana dagli striduli provocatori e sensuali di un Mick Jagger o dal rassicurante ordinariato di Paul McCartney. Una voce cupa e oscura, un timbro baritonale dal tono decadente, il lamento di una persona ferita e sofferente più che di un idolo delle folle; una voce dal sapore antico, di un lugubre menestrello catapultato per sbaglio ai nostri giorni.
Tutto ciò comunque non bastava a far presagire il suo progressivo allontanamento dalle scene, dopo aver egli dato alla luce, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, alcuni album in bilico fra canzone tradizionale e la sperimentazione.

Scott Walker anni '60I dieci anni d’intervallo fra lo Scott Walker degli anni Sessanta e quello moderno devono aver rappresentato un periodo di meditazione e forte cambiamento interiore. Una maturazione e presa di coscienza della propria vera natura, uno spostarsi verso forme di comunicazione musicale alternative ma più consone ad esprimere il proprio, complesso, mondo interiore. Nascono allora capolavori con Climate Of The Hunter o Tilt, in cui la forma della canzone classica viene abbandonata a favore di un audace ed estremo sperimentalismo mai fine a se stesso. Bish Bosch, l’ultima fatica, è il compimento di questo percorso, un disco estremo e difficile, ricco di spunti e intuizioni che altri autori non riescono a produrre nemmeno nell’arco d’una carriera intera.
Capirete, quindi, come sia difficile approcciarsi a materia di tale natura, già a partire dai testi, spesso emetici e incomprensibili, ricchi di metafore e di giochi di parole, per giungere al titolo stesso dell’album, che appunto gioca con Bosch, il nome del famoso pittore fiammingo. Parole che però, alla fine, hanno un filo logico e spesso sono usate per dare ritmo alla musica, per cadenzarne l’andamento.

Nella traccia d’apertura, ad esempio, See You don’t Bump His Head, la batteria schizoide ed assillante, nonché le schegge di chitarra elettrica gettate qua e là, sono entrambe cadenzate dal ripetersi della fraseWhile plucking feathers from a swan song’, ipnotico e ossessivo come un mantra tibetano. In altri brani la parola è usata come gioco (Corps De Blah), a volte in modo ironico, altre in modo auto-celebrativo, quasi a sottolineare sprezzantemente un certa superiorità intellettuale. Il ‘giocare’ con i testi rimanda peraltro alla vecchia scuola degli anni Settanta, in cui molti artisti amavano abbellire i propri testi con orpelli linguistici.

Anche con la musica, però, Mr. Walker decide di spiazzare, mettendo in scena un teatro di suoni e rumori spesso in contraddizione fra loro e tuttavia funzionali al concetto complessivo della canzone. Ad esempio in Phrasing, l’autore trita insieme rumorismo industriale (quello dei Throbbing Gristle, per intenderci), musica latina e metal, mentre nella già citata Corps De Blah gli insegnamenti elettronici della scena industriale degli anni ’80 (Coil e Nurse With Wound, su tutti) vengono addolciti da strane inserzioni orchestrali. Tanto per non farsi mancare nulla, Walker inserisce a metà del programma una lunga suite di 22 minuti, SDSS1416+13B (Zercon, a Flagpole sitter).
Fra riferimenti all’impero di Gengis Khan e alle lontane galassie delle spazio profondo, due argomenti attinenti fra loro solo nella mente dell’autore, Walker costruisce un monumento fatto di momenti di pieno musicale, impreziosito da ricami orientali, strumenti strani ed esplosioni di orchestra, alternato a silenzi che, nell’economia del brano, hanno lo stesso peso della parti musicate, arricchendole anzi di significati. C’è anche un video tratto da uno dei brani del disco, ovvero Epizootics [si veda sotto in scheda, ndr].

Scott Walker

Il suono grave della tuba introduce la danza hawaiana dell’enorme ballerina, che con aria spiritata ci fissa dallo schermo, incutendo paura. Le contaminazioni proposte nelle tracce del disco sono tantissime, come dimostra l’omaggio al rock teutonico di Pilgrim, e solo nella conclusiva The Day The Conducator Died (An Xmas Song), ispirata dalla figura dell’ultimo dittatore ‘ufficiale’ dell’Europa, il rumeno Ceausescu, Walker si lascia andare lieve ad un pallido ritorno alla forma canzone dal taglio tradizionale, anche se l’orchestrazione resta ardita e d’avanguardia.

Scott WalkerProbabilmente in ambito musicale Scott Walker non ha molti termini di paragone. Non è solo un cantautore alla Dylan o alla Cohen, perché la sua proposta musicale spazia su orizzonti diversi, e non è nemmeno un musicista d’avanguardia nel senso stretto del termine. È un manipolatore. Uno che piega i generi musicali per arrivare a ricostruire un corpus, un codice attraverso il quale comunicare la propria arte. Un Kubrick della musica, che come il grande regista, ridefinisce e mescola i generi in funzione del messaggio da trasmettere. Un’operazione semplice all’apparenza, ma che necessita di lavoro certosino e di grande intelligenza.
Bish Bosch è, come detto, un disco che conclude un percorso, l’atto definitivo di una storia musicale partita dai fasti del grande pubblico e approdata in una nicchia senza tempo, fatta di pochi ma fedeli supporter. È il monolite nero di 2001: Odissea nello spazio, un blocco che ingloba tutto lo scibile umano per rimandarlo indietro sotto forma di musica.

Non sarà certamente l’ultimo disco di Walker ma, anche se lo fosse, sarebbe forse il più bel canto del cigno mai percepito da intelletto umano.

 

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