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Percorsi

Prefazione di “Universi in quattro giorni”

Immagine articolo Fucine MuteCristoforo Colombo, soltanto nell’anno del signore millequattrocentonovantadue ricevette il beneplacito d’intraprendere la folle traversata che, secondo studi calcoli ed intuizioni, gli avrebbe consentito di raggiungere le mitiche Indie solcando l’Atlantico… soltanto dopo frustranti anni d’attesa, preghiere a Dio, madonne e santi, uomini e potenti, litigi ed incomprensioni con i reali di Spagna.
Il foglio di via glielo inviò Isabella II dalla spianata di Granada, “Sua Maestà” decise di finanziare il sogno del genovese solo dopo aver stanato e debellato nell’Alhambra, palazzo bello quanto una meringa, gli ultimi focolai di un’incursione araba che aveva invaso l’Europa cristiana, seminando tra le genti civili, timori e paure, per oltre sette secoli. Troppo!
Sconfitto l’Islam, il cui impegno militare assorbiva ingenti capitali, i reali potevano permettersi qualche sollazzo: regina dotata di senso dell’umorismo più che il consorte Carlo V°, Isabella, tanto per divertirsi alle spalle del navigatore italiano, e per vedere quello che avrebbe combinato, gli consegnò tre vecchie caravelle.
Figuratevi! Quello non vedeva l’ora!
Armò la Pinta, la Nina e la Santa Maria, vere bicocche, con i primi scalzacani che si trovò a tiro e salpò da Porto Palos in fretta e furia, sospettando ripensamenti dell’ultima ora… destinazione?
Le Indie naturalmente! L’Asia insomma! E non certo quella minore abitata da mussulmani.
La terra è tonda no? Basta girarla!

1492: Quello che successe dopo, nemmeno Colombo avrebbe potuto immaginarlo, né i suoi studi, né i suoi calcoli, menchemeno i suoi sogni d’ardito navigatore… e già, perché da quel “medioevo” in poi, l’umanità non scoprì soltanto un continente immenso, il “nuovo mondo” per intendersi, ma l’impresa cambiò l’idea che il mondo aveva di sé, influenzando mentalità, principi religiosi e concetti geografici.

Per Colombo, come per molti europei, il nuovo mondo divenne ciò che è diverso, l’altro, lo sconosciuto, il viaggio che implica confronto e messa in dubbio dei propri credi!
Il “colombo viaggiatore” giunto fin lì in segno di pace e sospinto da una volontà ideale, con la quale non gli riuscì di leggere ciò che era la realtà, bensì soltanto ciò che desiderava scoprire in essa, non ebbe si sa, molta fortuna: morì misero dopo aver consegnato alla corona di Castiglia ed Aragona un immenso tesoro; venne sepolto esiliato dapprima nella cattedrale di L’Avana, poi traslato in quella di Siviglia, mentre il “nuovo mondo” da poco scoperto, glielo battezzarono sotto il naso con il nome d’un altro illustre navigatore italiano: Amerigo.
Beffa delle beffe?
Molti sudamericani tutt’oggi pensano che “Colon” fosse castigliano!
Eppure… quel viaggio s’incarnò in storia indelebile: a Colombo, convinto di raggiungere dal mare lo stesso luogo mitico che si dischiuse a Marco Polo imbastendo la “via della seta”, toccò d’approdare su una terra che sapeva di paradiso, Lui stesso, iniziatore inconsapevole d’una sorte che divenne minimo comune denominatore d’altri errabondi europei contagiati dall’America del Sud: partire fissando una meta sul sestante per ritrovarsi alla fine su un sito inatteso, ecco cos’è il mito del viaggio se mi riesce di dirlo… andare convinti d’un fine, d’un oltre confine, per ritornare alla fine, modificati dalla completa assenza di quel limite immaginato prima. È legge simile a quella che regola la vita (che è anch’essa un viaggio in fin dei conti) o lo scrivere (che lo è altrettanto!).
È come se ad un certo punto del vagabondare, s’entrasse in una sorta di zona caotica dove tutto è possibile in potenza, non ancora determinato, imperscrutabile per l’occhio umano, troppo spesso illuso d’essere onnipotente, onnipresente, ma in verità incapace di considerare lo zampino del destino — o per meglio dire — la creazione o “ricreazione” divina, che di quell’occhio umano, è sempre complice invisibile, ludica monella!

Immagine articolo Fucine MuteVa da sé che il miracolo accade, per fortuna dell’uomo viaggiatore, proprio quando gli riesce di… lasciarsi andare. Succede, allora, qualcosa d’inspiegabile, di strano, come in un “racconto-sogno-gatto” scritto dall’onirico Borges…
Per una coincidenza irripetibile ed unica, si sbuca dall’altra parte, sulla sponda opposta d’una particolare dimensione, ritrovandosi modificati: si diventa un’altra cosa, ci si è modificati in un’altra cosa!
È la storia stessa che si rivaluta con occhio diverso (sia questa un incontro di viaggio, uno scritto… quel raccontare?), mostrandoci aspetti che non sapevamo prima e che mai avremmo immaginato. Il bello di tutto ciò, è che non possiamo farci proprio un bel nulla, ci tocca di viverlo quando capita… e non capita a tutti… viene dato in dono soltanto a chi è disposto a spogliarsi di tutto, predisposto, disponibile all’illuminazione.
A Colombo capitò troppo tardi, ad Hernan Cortes, ad esempio, manco per niente: entrò nel cuore del Messico da “Conquistador” nonostante gli Aztechi, popolo guerriero di Monteczuma, lo avessero scambiato, accolto ed onorato come un Dio, quel Quetzalcoatl citato nelle scritture glifiche che scacciato dagli avi indigeni secoli prima, sarebbe ritornato da oriente per reclamare il suo regno e porre fine alla grande civiltà degli adoratori del mais.

Cortes evidentemente non era Quetzalcoatl, eppure si comportò come un Dio vendicativo, distruggendo una sapiente civiltà, incurante delle preziosità del loro sapere, avido soltanto di quell’oro che gli Aztechi consideravano meno pregiato delle piume variopinte di un Quetzal, l’uccello sacro. Come Colombo anche Cortes non seppe riconoscere e valutare il diverso, il vero oro, intuire la magia alchemica, ribadendo una volta di più il presunto e superiore punto di vista del vecchio mondo: L’Europa.

Il primo a riuscirci fu Cristobal de las Casas, francescano a seguito della corona, che invece di diffondere il verbo cristiano come avrebbe dovuto fare, fu il primo a modificarsi in viaggio, riconoscendo negli amerigi una spiritualità e un’empatia per la vita ben superiori a quel suo cattolicesimo che aspirava ad imporre piuttosto che capire. Fu il primo a schierarsi dalla parte degli indigeni, ad intuire che il Sud America è un luogo mitico dove capita di partire con un fine, ci si disperde nel caos vitale, approdando su d’una sponda giovane… (quelli della costa — dicono loro)… e come tutto ciò che è giovane, si sa, tende molto spesso a rimodellare, con altra velocità, ciò che sfiora, modificando quasi per contagio.

Viene da pensare al grande reporter polacco Kapuscinski che ha dichiarato di non aver la minima intenzione di mettersi in competizione con la gioventù: “Hanno un gran vantaggio i giovani” — sostiene — il futuro è loro” (non l’oro dico io, allergico come sono ai re Mida)… ed il Sud America è il futuro del mondo, essendo mondo nuovo… oggi più che mai!

Torniamo ad altre figure mitiche? Coloro che iniziarono un viaggio cavalcando un’idea determinata per poi dimenticarla lungo il percorso, favorendo altri destini?
Ernesto Guevara, giovane medico di buona famiglia argentina… in sella ad una moto, “la poderosa” cavalcata “a pelo” con l’amico Alberto, avrebbe voluto debellare la peste in America Latina. Durante il viaggio gli successe di tutto, la moto finì in mille pezzi, difese la porta d’una famosa squadra di calcio, peruviana od uruguagia mi pare, cercò d’innamorarsi più volte, fino a quando in Venezuela incontrò un manipolo di esiliati sognatori cubani che avrebbero voluto debellare una dittatura rendendo libero il proprio paese. Ernesto s’imbarcò con Raul e Fidel Castro, perché credeva nel mito latinoamericano, divenne egli stesso un mito, ma invece di salvare vite umane come il suo titolo di dottore avrebbe preteso da lui, finì per ammazzarle, rimanendo ucciso lui stesso dalla storia in una selva boliviana… e Castro? Che epilogo diede al suo viaggio? Invece di donare libertà alla meravigliosa isola Cuba, la soffocò con una dittatura talmente odiosa da persistere ancor oggi, nonostante il sacrificio del “Che”!
Storie di vagabondaggi sudamericani no?

Immagine articolo Fucine MuteE Pablo Neruda? Per Pablo “La Poesia” era il suo mestiere. Partì da Valparaiso, laureato squattrinato, accettando l’incarico di console cileno nelle sperdute lande indonesiane, in cambio di pochi pesos mensili. Quando si trattò di sceglierne il luogo si decise per il meno conosciuto, cercò quel nome scovandolo in Asia, proprio dove il mappamondo aveva un’ammaccatura: Rangoon.
Anni dopo, rinnegato ed esiliato dal proprio governo a causa delle sue idee altamente etiche, non solo democratiche, ricevette in contropartita un valore incommensurabile, i suoi versi divennero pane del mondo: Neruda (che usò uno pseudonimo per rendersi invisibile agli occhi d’un padre che considerava inaccettabile vivere di poesia) vinse il Nobel nel 1971. In Cile guidava Salvador Allende, suo intimo amico. Poesia e politica sudamericana sembrarono allora, all’Europa, meno di serie B…
Meno insignificanti agli occhi del padre? Neftalì Reyes Basoalto (questo è il suo vero nome “araucano”) divenne simbolo ed incarnazione del “Poeta”, un ramingo ambasciatore di versi capace di sostenere che… “La poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa”. Fu in grado di so-ste-ne-re! Che verbo eroico è sostenere…
Pablo di poesia ne scrisse e ne usò molta, nutrendo — oltre se stesso — milioni d’anime gentili, lui poeta cileno portabandiera d’una letteratura giovane, sconosciuta, inaspettata.

E come non parlare di Bruce Chatwin? Il giullare dandy — nomade posseduto da un’irrequietezza senza limiti, un inglese dei nostri tempi, considerato l’ultimo dei grandi viaggiatori solitari, non perché al giorno d’oggi non ve ne siano più, ma perché con l’avanzare del modernismo e della globalizzazione sembrano scomparsi luoghi sconosciuti e mitici dove poter ritrovare ciò che d’inesplorato abbiamo dentro…l’io interiore d’ognuno non è forse il riflesso dell’universo che ci circonda e viceversa? Può essere solo TV?

Chatwin approdò nelle lande patagoniche non per descriverle, bensì per tradurre una voce che inseguiva da anni, qualcosa che gli suggeriva un modo d’essere che nemmeno lui percepiva esattamente. Quella terra eccentrica era un perfetto ricettacolo d’allucinazioni, solitudini, esili. Così è capitato che un irrequieto (a volte isterico) ipocondriaco fiordaliso e mercante d’arte inglese, rubacchiando appunti di qua e aneddoti di là, mentendo spudoratamente da adorabile bugiardo quale era, sia riuscito a sviscerare uno dei più bei libri di viaggio che la scrittura conosca: “In Patagonia” non è la Patagonia oggettiva, ma l’immagine d’un irripetibile viaggiatore dissolta cinematograficamente in una geografia sudamericana… l’unica possibilità che aveva Chatwin di chiacchierare eternamente in superbo spagnolo, idioma che neanche conosceva.

Per concludere. Nel febbraio del duemila ho avuto l’immenso piacere di assistere al dibattito che un manipolo di scrittori italiani ha tenuto a L’Avana, in occasione delle fiera mondiale del libro. Mi trovavo lì, per caso, in compagnia d’una scrittrice cubana (dopo quel giorno ci siamo adottati a vicenda come fratelli).

Immagine articolo Fucine MuteAd un certo punto della tavola rotonda incentrata sul concetto di patria, uno di loro, ligure quanto Cristoforo Colombo, intervenne sul concetto di patria, esprimendo un sentimento universale per qualsiasi cultura, latina o sudamericana che sia. Quello che ha detto a Cuba mi toccò fondo, tanto tratteneva il sapore dei raccontiviaggi, sembrandomi, tra tanti paroloni, la miglior espressione in grado di definirne lo spirito essenziale che accomuna le genti, al di là degli stereotipi: “Sono nato difettoso ed a causa di questo difetto sono un romanziere. Il difetto d’una nostalgia che provai all’età di sei anni in una sala cinematografica, mentre davano “Monti Bianchi” di Luchino Visconti. La colonna sonora di quel film mi ridusse alle lacrime. Mi rammentava qualcosa che non potevo ricordare, perché un bimbo non ha memoria… eppure, quel ricordo indefinito riusciva a riempirmi di malinconia per qualcosa di sconosciuto.

Ebbene… oggi credo di scrivere e viaggiare per via di quel difetto malinconico.

Il racconto è la tensione che mi spinge a ricercare quelle note sulla partitura confusa di quel viaggio che è scrivere, un paesaggio che sebbene non abbia mai visto, che forse non incontrerò mai, avendone scovato che poche tracce da allora, rappresenta esattamente quella nostalgia.
Per credermi italiano, devo fare delle associazioni intellettuali: ricordare dove sono nato, le facce della mia famiglia, la mia lingua, una terra battezzata da un re montanaro che si radunò attorno un popolo di marinai.
Diverso è quando scrivo o invento dei paesaggi, solo allora, ricercando quella nostalgia, riesco ad accompagnarvi in un solo luogo, restituirvi la mia patria immaginaria!”
Maggiani ha scritto un libro che ha come protagonisti la sua Genova — città di nascita del navigatore Colombo — ed un’isola del Sud America. La storia unisce l’Italia al Sud America con un titolo che si addice perfettamente al nuovo mondo, divenendone inno apologetico: “La regina disadorna”.
A questa regina, sono dedicati i miei, e spero vostri “Universi in quattro giorni”.

Il progetto di “Universi in quattro giorni” è l’effetto d’un contagio sudamericano. Due grandi scrittori vi aleggiano dietro, quali fonti d’ispirazione: il poeta centenario Pablo Neruda, che dedicò un intero “Canto General” al Continente Sud, e Miguel de Cervantes, che esattamente quattrocento anni fa, partorì la magnifica figura del Don Chisciotte della Mancha.
Dopo un decennio di giri e rigiri sul continente che mi piace definire “coda d’argento d’una balena terrestre”, ho scoperto d’averli sempre avuti accanto quei due, fedeli compagni di un’avventura viandante interminabile… con la passione di Don Pablo e con il mai domo desiderio di rintracciare l’utopia, indelebile carattere dell’Idalgo cervantino,oggi più che mai significativo desiderio di vedere  la realtà per com’è veramente, mi sono tolto lo sfizio di partorire un personale “Canto General” dedicato all’America Latina… fatto a spicchi, soffiato su onde brevi, nella speranza che il nome del buon Pablo non menta!

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