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Musica

Andrea Braido

Musica senza compromessi

Immagine articolo Fucine MuteNel corso degli ultimi decenni, la musica popolare ha sempre cercato di canalizzare il senso di disagio della società: basti pensare ad autori come Bo Diddley, Fats Domino, Woody Guthrie, The Beatles, Bob Dylan e tanti altri. Si è trasformato invece il processo che origina la produzione di musica popolare. I mutamenti socioeconomici che hanno attraversato la nostra società e le nuove tecnologie sono le principali variabili di questa trasformazione.
A partire dagli anni Cinquanta, la nascita della società consumistica ha prodotto il rock and roll e fenomeni mass-mediatici come Elvis Presley. Negli anni Sessanta, quelli della contestazione sociale, si sono affermati una serie di cantautori storici della canzone internazionale e nazionale. A partire dagli anni Settanta nuove tecnologie hanno modificato profondamente il processo creativo musicale; è nato il punk rock ed altri generi affini. Negli anni Ottanta è esploso il fenomeno metal e, a forza di sintetizzatori ed effetti speciali si è affermata la musica commerciale dance e disco ad uso e consumo del grande pubblico. Negli anni Novanta, mentre Leonardo Chiarigione inventava l’MP3 e “Boombastic” di Shaggy entrava nel primo spot pubblicitario, alla cattedrale di Westminster Elton John eseguiva “Candle in the Wind”, la canzone più venduta di tutti i tempi. Questi anni di inizio secolo saranno forse ricordati per “Napster”, il downloading e il definitivo assoggettamento del processo creativo-musicale alle esigenze commerciali delle grandi case di produzione. Se gli attivisti degli anni Sessanta contestavano invano Dylan per la sua conversione al sintetizzatore, la creatività del musicista sembra oggi quasi totalmente assoggettata alle esigenze della produzione dei beni di largo consumo, che tendono a corrodere la residua capacità creativa dell’artista.
In questa nuova cornice, il maglio della contestazione antisistemica e la bramosia di sperimentazione sono retti da una schiera di cantautori e musicisti poco noti ma di grande, grandissimo valore, prodotti dalle cosiddette etichette indipendenti che nel loro statuto hanno inciso l’impegno solenne di raccogliere i preziosi cocci lasciati per strada dalle grandi major. Posto che la conquista di uno spazio sugli scaffali dei negozi di musica non è più un semplice fatto di bravura ma di conoscenze e pubblicità, questa schiera di musicisti e cantautori spesso cacofonici, che magari hanno contribuito alla maturazione artistica e al successo dei grandi big, naufragano i loro strumenti nel vaso di Pandora e da questo travasano idee, nuove soluzioni tecniche, sperimentazioni e suoni.
Ridotto il campo d’azione alla realtà italiana e in particolare all’universo del Rock e nello specifico al microcosmo delle sei corde, siamo andati a cercare un grandissimo musicista che promette di saperla lunga. Uno che potrebbe aiutarci a capire quale è il posto dei musicisti delle sei corde nel panorama musicale italiano. Quando abbiamo pensato a questo articolo, per associazione libera è uscito il nome di Andrea Braido. Ragazzo del 1964, Braido nasce a Trento e subito si trasferisce a Pergine Valsugana, sperduto paesino del Trentino, incastrato in una stretta ed angusta valle. Andrea ha lavorato con molti big della musica italiana e recentemente ha collaborato con alcune star internazionali. A “Braidus” abbiamo chiesto di riflettere su come nasce e quale posto possa aspirare ad occupare un bravo musicista nella società italiana, poco avvezza a riconoscere e celebrare i suoi figlioli prodigi. Lo abbiamo seguito per circa un mese in alcuni suoi concerti nelle cantine del jazz italiano, dove il divieto di fumare fatica ad imporsi. A qualche metro sottoterra, la natura rivoluzionaria ed anarchica della musica vince ancora! Alla fine, abbiamo portato a casa ben più che un’intervista: un viaggio in un tempo che pochi di noi hanno avuto la fortuna di vivere. Un viaggio in quel tunnel della musica rock transnazionale, scevra dalle compressioni e costrizioni sopra descritte. Tutto quel fumo, un suono spesso cacofonico, fili attorcigliati con nastro adesivo rosso, la scaletta inumidita da un buon whisky, una serie incredibile di musicisti come quel Carl Palmer dei mitici “ELP”, flashback su van Halen (nel cd «Twin Dragon» e in particolare nel finale di «Superstitious», Braido sembra proprio van Halen) Blackmore, Miles Davis o il grande Hendrix (per via del quale il giovane Braido ben presto passa dalla batteria alla chitarra); questo è il cilindro dal quale Andrea estrae la sua musica. Ma andiamo con ordine: un po’ di storia.
Braidus vive la sua infanzia agli antipodi rispetto alla musica che conta. Negli anni Sessanta Pergine era meglio nota per il suo manicomio e per la polenta gialla della Valsugana, quando quello che sarebbe diventato uno dei nostri chitarristi più creativi ed innovativi inizia giovanissimo la sua carriera come batterista. Ben presto arriva una chitarra. La prima da Trento: una classica Eko portata a casa dalla sorella quando Braido ha solo dodici anni. L’ha presa in mano e non l’ha più lasciata. Oggi invece usa le Frudua, realizzate su commissione dal famoso liutaio Galeazzo Frudua di Imola. Ancora adolescente ascolta e tenta di riprodurre di tutto, da Gerschwin a Zappa, passando per Stravinskj, perde la testa per il wha-wha di Hendrix, s’innamora di Blackmore e McLaughin; a diciannove anni lascia il Trentino per i vari club di jazz e rock tra Milano e Genova, poi arriva la prima occasione con Patti Pravo, seguita da una serie di incredibili collaborazioni prestigiose che gratificano la sua passione. Non è certo sufficiente ricordare la sua impronta nell’ineguagliato tour di Vasco Rossi “Fronte del Palco” o le recenti registrazioni con Mina. Ora la parola a “Braidus”.

Immagine articolo Fucine MuteJimmy Milanese (JM): Allora Andrea, al di là delle formalità, dove nasce questo tuo virtuosismo che possiamo ammirare sia quando suoni nei club sia quando suoni negli stadi? C’è uno studio dentro o siamo nel campo della pura improvvisazione dell’autodidatta?

Andrea Braido (AB): Guarda, sono un autodidatta che ha studiato moltissimo. Il Bercklee college che ho frequentato è stato un passaggio significativo anche se molto rapido, visto che ho preferito le jam-sessions di New York, molto più formative se vuoi imparare e confrontarti con musicisti molto preparati. Rimango essenzialmente un autodidatta.

JM: Quindi, un’audizione con Patti Pravo, ma soprattutto tanti locali jazz e blues tra Milano e Genova. Vista la tua incredibile versatilità, mi viene da chiederti se sei un jazzista, un rocker o un bluesman.

AB: Non è facile rispondere a questa domanda, potrei dirti semplicemente che amo la «libertà».
Forse prediligo la ritmica o l’incredibile armonia del Jazz (per intenderci, il jazz di Braido è alla «Weather Report», ndr), l’energia dirompente e l’immediatezza del rock, ma anche il ritmo intenso del soul del Blues. La mia musica è da quelle parti, ma non saprei dirti dove. Ho approfondito anche molta altra musica. Quella brasiliana, indiana e perfino medio orientale (nel suo nuovo cd «Sensazioni nel tempo», riecheggia un sound brasiliano che riporta a Pat Metheney o Toninho Horta. Sulla scia di un altro grande come Beck, Braido distorce il suono in modo sublime, da far riecheggiare varie influenze musicali. Questa è la sua firma universalmente riconosciuta, ndr). Per questo mi sento un musicista a 360°. Poi, se devo essere sincero, penso di aver sempre e forse inconsciamente fuso insieme molte esperienze e generi musicali diversi fra di loro. Inoltre, ho sempre dato moltissima importanza all’aspetto ritmico, spesso messo in secondo piano da altri. Nella mia musica, nel mio «chitarrismo», ci sono diverse influenze di altri strumenti come il sax, il piano, la tromba e la voce di alcune importanti vocalist. Ricevo un incredibile numero di e-mail da giovanissimi chitarristi in erba che hanno iniziato dopo avermi sentito e mi ringraziano per quello che ho fatto e per alcune pubblicazioni dove non lesino consigli per migliorare la tecnica. Infine, se devo parlare del mio contributo alla canzone italiana, penso di aver inserito nella musica pop italiana una libertà di esecuzione comprendente molti diversi stili, cosa prima abbastanza inusuale”.

Immagine articolo Fucine Mute

JM: Quando suoni per altri, cosa accade alla tua creatività? Ad esempio, se suoni per Vasco o per Mina, quale è il tuo contributo alla loro idea di musica?

AB: Come per la maggior parte dei cantanti che hanno richiesto la mia collaborazione, ho sempre cercato di dare il meglio nel contesto musicale in questione, valutando insieme all’artista quello che si voleva cercare all’interno della singola composizione musicale. In particolare, Mina mi ha chiesto di suonare in modo «soft», citandomi molto spesso Barney e Kessel. Da parte mia, ho cercato di accontentarla il più possibile, vedi l’esempio di «My Way» nell’album «L’Allieva». Mentre con Vasco, e soprattutto nella collaborazione in «Fronte del Palco», ho potuto esprimere a pieno e liberamente la mia energia rock. Non ho fatto quello che esegue i pezzi di Maurizio Solieri. Infatti, penso sia evidente come io abbia modificato la sua musica in quel momento particolare della sua vita (Andrea ha ragione, il suo solo in «Vivere una favola» è delizioso, così come grazie alla sua chitarra «Liberi liberi» esprime veramente un senso eterno di libertà, ndr). Aggiungo che Vasco mi chiese espressamente di essere devastante, sia musicalmente che scenicamente. A questa impostazione si devono i numerosi riff e i costumi di «Fronte del Palco».

JM: Facciamo fantamusica. Dove e con chi avresti mai voluto suonare? Ti immagini a Woodstock con Joe Cocker che interpreta a modo suo «With a litte help from my friends» o sull’´isola di Wight quando gli Who suonano per intero la loro mitica overture «Tommy».

AB: Un nome su tutti: Miles Davis, in qualsiasi posto sia andato dal ‘69 fino al 1985. Poi con i Weather Report e un po’ tutti i Davisiani come Chick Corea, Herbie Hancok e Shorter. Se invece penso al versante rock, be’ allora sicuramente con i Deep Purple al posto di Blackmore (Andrea è un profondo conoscitore della chitarra storica dei Deep Purple, dal quale afferma di essere stato rapito. Per chi non si fida, un consiglio: la cover di «Into the Fire» dei Deep Purple nel suo cd «Space Braidus» è sicuramente all’altezza dell’originale, se non meglio, ndr). Infine citerei anche John Coltrane e Chaka Kahn, che oltretutto era una bellissima donna, insomma un gran gnocca.

Immagine articolo Fucine MuteJM: Andrea, sono passati dieci anni da quando ti abbiamo visto suonare Zappa e intersecare un’infinità di generi musicali con il tuo gruppo «Andrea Braido Trio»; recentemente ti abbiamo sentito rievocare Hendrix con il sublime ex Savoy Brown, Nathaniel Peterson (un consiglio per quelli a cui Hendrix mance ancora: il dvd «Andrea Braido plays Hendrix…in Hungary», dove Braido rievoca il mito di Seattle, da «Foxy Lady» a «Voodoo Chile» fino a «Hey Joe», ndr); infine, assieme a Carl Palmer e TM Stevens (ha registrato con Joe Cocker, Little Stevens, Tina Turner, James Brown e Billy Joel, ndr), hai girato numerosi locali italiani, dopo un trionfale tour Europeo che ti ha portato fino a Mosca. Come i grandi di una volta frequentavano sporchi e chiassosi locali (ho in mente il mitico Cavern Club di Liverpool, il Derby di Milano o il Folkstudio di Roma), ti esibisci a mezzo metro dagli spettatori in piccoli e affascinanti locali jazz/blues. Come te, ho potuto notare che molti altri cantanti (alcune ex star) stanno ritornando nelle cantine trasformate in locali per spettacoli musicali dal vivo. E´ l’effetto della difficoltà di sopravvivere di sole royalties, del downloading o della masterizzazione di massa?

AB: Penso che attualmente siano veramente pochi i cantanti o i gruppi capaci di riempire uno stadio o un palazzetto (e i produttori che abbiano voglia di rischiare), mentre la scelta di suonare in spazi più raccolti facilita sicuramente uno scambio di vibrazioni ed energia più intimo. Nel music club tu vedi le reazioni in presa diretta e capisci se stai facendo bene o male, insomma, ha la possibilità di capire veramente a che punto sei arrivato. I dati sulla vendita, invece, come dicevamo, seguono altre logiche. I discografici cercano di clonare certe tendenze e danno veramente troppa importanza al look della musica e meno agli aspetti di contenuto. Per quanto riguarda il fenomeno della masterizzazione o del downloading, penso sia un gatto che si morde la coda. Qualcuno ha messo sul mercato il masterizzatore e sistemi per scaricare gratuitamente la musica, quindi parlare di diritti d’autore mi sembra una presa per i fondelli per noi musicisti. Inoltre, considera che la gente non si lamenta altrettanto quando aumentano i generi alimentari, la benzina, i vestiti, perché crede sempre ci debba essere una giustificazione, ma trova sempre da dire sul prezzo dei cd, come se qualcuno speculasse. Molto spesso, agli operatori del settore questa posizione speculativa risulta assurda. Bisognerebbe far sapere che dietro alla lavorazione di un disco, buono o cattivo che sia, ci sono mesi di preparazione, lavoro in studio, pre-produzione, post-produzione, senza contare il processo artistico dei compositori ed esecutori, oltre a tutta la grafica; perché un cd è il prodotto di un team-work. Penso che se si rispetta e apprezza l’artista di cui si compra il cd, in quel caso si desidera l’originale anche per rispetto ai suoi diritti. Noi musicisti italiani non diventiamo comunque ricchissimi e purtroppo, da più parti, la musica sembra sempre meno rispettata.

JM: Tra poco dovresti terminare un tuo libro, anche polemico, sulla collaborazione con le grandi star musicali italiane. Ho letto che con alcuni di loro sei rimasto deluso dal punto di vista dei rapporti umani. Non ti chiedo di fare nomi, ma nell’anticipare di cosa parlerà questo libro, di spiegare i motivi di questa delusione.

Immagine articolo Fucine MuteAB: In realtà ho scritto un po’ di pagine, ma sinceramente non so quando uscirà. Le attenzioni in questo momento sono tutte sul mio nuovo cd «Sensazioni nel Tempo», prodotto con la Videoradio, distribuito da Self in collaborazione con Raitrade. In questo cd suono praticamente tutti gli strumenti, registro il tutto e mixo in un mega studio. Il libro comunque parlerà essenzialmente del mio pensiero musicale, delle mie esperienze ed infine anche delle mie riflessioni riguardo ai cantanti pop. Per il momento di più non posso dire (Braido, ragazzo delle montagne trentine, introverso ma per bene, non ha mai trovato il feeling giusto con l’industria pop. Le sue collaborazioni con alcuni big si sono interrotte bruscamente, intuiamo per via della loro riluttanza nei confronti della sua incredibile estroversione artistica. Rimane il fatto che Braido ha registrato alcuni tra gli album storici della musica rock-pop italiana degli ultimi venti anni e a parere di molti di questi, il contributo della sua chitarra è qualitativamente migliore rispetto alle altre componenti strumentali e vocali, ndr).

Nel nostro paese Andrea Braido è meglio conosciuto per via della collaborazione con Vasco Rossi che, come nessun altro, è riuscito a dare luce ai suoi grandi musicisti. In Italia Andrea ha suonato e inciso con Bennato, Fossati, Ligabue, Pausini, Ramazzotti, Zucchero e moltissimi altri. Oltre confine Braido è apprezzato e ricercato da alcuni tra i più grandi artisti internazionali ed è considerato uno dei cento grandi chitarristi della storia. Braido che abbiamo conosciuto rimane un ragazzo semplice che nessuno ferma per strada. Braido usa la sei corde come pochissimi al mondo. Il suo contributo ha certamente colmato gran parte di quel divario tecnico ed estroso che divide il rock internazionale da quello nazionale. Una sera eravamo al bar con Nathaniel Peterson, un gigante di due metri che suona il basso; parlavamo di musica e discutevamo su quale fosse il miglior whisky irlandese. Stringendo un bicchiere come se fosse una penna, Nat stava spiegando quale fosse il contributo di Hendrix allo sviluppo della sei corde quando d’un tratto si ferma e ci dice qualcosa che difficilmente dimenticheremo: “Andrea è un musicista incredibile, anche lui timido al punto che non vuole mai cantare, tutto concentrato a far vibrare quelle corde, è l’unico che non fa rimpiangere di non aver mai potuto suonare col grande Jimi”.

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